Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliLa primavera 2026, in Spagna, ha un nome che sembra uscito da un romanzo di Arturo Pérez-Reverte ma con il guardaroba curato da Christian Dior e l’ostinazione sentimentale di una protagonista di Pedro Almodóvar: Cayetana. Cento anni dalla nascita, un libro Assouline che la trasforma in icona cartacea da salotto internazionale, una grande mostra a Siviglia che la rimette letteralmente in casa sua, e perfino un documentario da poco sbarcato su Netflix. Più che una commemorazione, una riconquista. Perché María del Rosario Cayetana Fitz-James Stuart y Silva, XVIII duchessa d’Alba, non è mai stata soltanto la donna dei 57 titoli, del Guinness, dei palazzi, delle genealogie chilometriche e delle fotografie con Jackie Kennedy, la regina Elisabetta II o Yves Saint Laurent. È stata soprattutto una rara creatura mondana capace di sabotare dall’interno il proprio mondo. Una grandissima aristocratica che, invece di imbalsamarsi nel privilegio, ha scelto il movimento.
Il punto di partenza, non a caso, è un volume Assouline dal titolo programmatico: Cayetana, the Duchess of Alba: Art, Aristocracy, and the Soul of Spain (in inglese, 203 pp. € 75). Già qui si capisce tutto. Non «life and times», non «biography», non l’ennesimo santino blu sangue: anima della Spagna. Il libro, firmato da Cristina Carrillo de Albornoz e accompagnato da un testo introduttivo della figlia Eugenia Martínez de Irujo, lavora su un’idea precisa: Cayetana come figura di cerniera tra patrimonio e vitalità, tra archivio e gesto, tra lignaggio e temperamento. Dentro ci sono fotografie di famiglia mai pubblicate, interni privati, animali amatissimi, memoria domestica e un lessico visivo che sposta l’asse dal protocollo alla persona. In altre parole: non la duchessa come monumento, ma come forza naturale.
Il nodo più interessante del «caso Cayetana» è proprio qui: il fatto che continui a sfuggire a ogni definizione troppo comoda. Aristocratica, certo, e della specie più pura, quasi esagerata. Ma anche liberal, eccentrica, sentimentale, cocciuta, popolare, coltissima, frivola nel modo in cui solo alcune persone profondissime riescono a essere frivole: cioè usando la superficie come linguaggio, mai come maschera. Aveva una delle collezioni più importanti d’Europa alle spalle, un patrimonio storico che comprendeva palazzi, opere e documenti di valore inestimabile, ma riusciva a far sembrare tutto questo non il punto d’arrivo bensì la scenografia mobile di una personalità troppo viva per restare in cornice.
Poi c’è Siviglia, che in questa storia non è un fondale ma un carattere. Fino al 31 agosto 2026 il Palacio de las Dueñas ospita «Cayetana: Grande de España», mostra organizzata dalla Fundación Casa de Alba e curata da Eugenia Martínez de Irujo e Cristina Carrillo de Albornoz con il team della fondazione. L’esposizione riunisce circa duecento pezzi tra opere d’arte, fotografie, lettere, archivi personali, abiti di haute couture e oggetti intimi. Ma soprattutto compie un gesto decisivo: riporta Cayetana nel luogo dove la sua immagine smette di essere pura cronaca aristocratica e torna racconto incarnato. Non è un dettaglio che tutto avvenga a Las Dueñas, il palazzo che lei amava visceralmente e dove è morta nel 2014. È come se la mostra avesse capito che per raccontarla non bastava allineare reliquie: bisognava restituirle un habitat.
Il bello è che questa esposizione non insiste solo sulla duchessa da copertina, ma sulla donna che attraversava mondi diversi con una naturalezza quasi irritante. Ci sono le relazioni internazionali, la vicinanza con Jackie Kennedy, la corrispondenza, i ritratti, la mondanità alta; ma ci sono anche le passioni più terragne e meno addomesticabili: il flamenco, i tori, la Feria, la devozione per l’Andalusia, l’amore per gli animali, la fedeltà a un’idea quasi fisica della Spagna. E poi, naturalmente, la moda, che nel suo caso non è mai stata un semplice contorno glamour ma un dispositivo autobiografico. Dior, Balenciaga, Givenchy, Yves Saint Laurent, Manuel Pertegaz, Victorio & Lucchino: il suo guardaroba sembra una storia del costume del Novecento scritta da una donna che rifiutava ostinatamente di vestirsi «come una vecchia signora».
In effetti, osservare Cayetana attraverso i vestiti è forse il modo più intelligente per capirla. Il debutto, il matrimonio del 1947 definito all’epoca «il più costoso del mondo», la svolta hippie anni Settanta, il secondo matrimonio con Jesús Aguirre, intellettuale ed ex gesuita che fece tremare la buona società spagnola, fino alle nozze del 2011 con Alfonso Díez, ventiquattro anni più giovane, celebrate in quel pizzo rosa che qualsiasi consulente d’immagine le avrebbe sconsigliato e che invece su di lei diventava manifesto politico. Non eleganza contro libertà, ma eleganza come libertà. Non stile malgrado l’età, ma stile contro l’età come categoria disciplinare.
Perché la vera anomalia di questa aristocratica spagnola non stava nell’eccesso dei titoli, ma nell’uso spregiudicato della propria legittimità. Poteva restare un ritratto di famiglia appeso bene, e invece ha preferito essere una presenza. Poteva custodire la tradizione come si custodisce un argentiere, e invece l’ha agitata, mescolata, resa mondana, talvolta persino scandalosa. Aveva capito una cosa che molte ereditiere non capiscono mai: che il privilegio, se non lo trasformi in linguaggio, marcisce.
Non stupisce allora che il 2026 la stia riportando in circolo con una tale insistenza. Il libro di Assouline la lucida, la mostra la rimaterializza, e il documentario «Cayetana: la duchessa di tutti», la consegna anche al grande pubblico dello streaming, cioè a quel presente bulimico che consuma icone a raffica ma ogni tanto riconosce ancora una figura vera. E Cayetana vera lo è stata parecchio: eccessiva, sì; divisiva, spesso; ma anche irriducibile, sentimentale, moderna in modo non teorico. Una donna che amava i quadri ma sapeva che non si mangiano, che venerava la tradizione ma non si lasciava mettere in teca, che attraversava il secolo come certe nobildonne dipinte da Goya se Goya, a un certo punto, fosse finito in un front row.
Insomma, la primavera 2026 è davvero la primavera di Cayetana. E forse lo è perché, a cent’anni dalla nascita, la duchessa d’Alba continua a dirci una cosa piuttosto semplice e piuttosto esplosiva: che si può appartenere a una storia immensa senza lasciarsi schiacciare da essa. Anzi, si può perfino ballarci sopra, magari scalza, davanti al proprio palazzo, mentre il mondo guarda scandalizzato. E incantato.
La copertina del volume Assouline
Cayetana, la XVIII Duchessa d’Alba. Foto © Jerry Cooke/Getty Images. Courtesy di Assouline
La Duchessa d’Alba a cavallo con Jackie Kennedy. Foto Cayetana, la XVIII Duchessa d’Alba. Foto © Bettmann/Getty Images. Courtesy di Assouline
Altri articoli dell'autore
Dal 21 al 26 aprile è di scena la 64ma edizione della manifestazione meneghina, grandiosa infrastruttura in cui si muovono designer, manifattura, città, hospitality, diplomazia culturale, banche e nuovi capitali
Cinquant’anni dopo il film di Alan J. Pakula sul giornalismo che smascherava il potere abbiamo imparato che la realtà può essere documentata, verificata, persino processata, e tuttavia non bastare
A cinquant’anni dall’inizio della dittatura, viaggio tra gli artisti dissidenti che hanno trasformato censura, paura e sparizione in linguaggio: dai corpi assenti dei «desaparecidos» alle pratiche clandestine che sfidavano il regime. Ma con il ritorno della democrazia, nel 1983, l’arte argentina è rimasta ostinatamente necessaria: complicando, ricordando, disturbando
Il poeta Attilio, il regista Bernardo, l’irrequieto Giuseppe: una famiglia accomunata dall’idea che l’arte non è mai un oggetto da contemplare, ma un ambiente in cui vivere. Un volume Electa li racconta «dalla A alla Z» come in un montaggio cinematografico, mentre a Parma una mostra celebra i cinquant’anni del fluviale «Novecento»



