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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliPer secoli sono state un luogo di lavoro, non certo una destinazione. Le Galeazze dell’Arsenale Nord di Venezia, gigantesche officine dove la Serenissima costruiva le sue navi da guerra tra Cinquecento e Seicento, aprono oggi per la prima volta al pubblico nel contesto della Biennale di Venezia 2026. E lo fanno senza tradire la propria natura: non come spazio espositivo da contemplare, ma come ambiente da attraversare.
È da qui che parte The Galeazze Project, concepito da Faustin Linyekula insieme al musicista Heru Shabaka-Ra e curato da Edoardo Lazzari. Più che una performance, un processo che si innesta direttamente nell’architettura: le navate monumentali, le altezze fuori scala, la prossimità all’acqua diventano condizioni operative, non semplici scenografie.
Dentro, piattaforme, impalcature, materiali lasciati apparentemente in sospeso. Le luci, mai definitive, accendono e spengono porzioni di spazio, come se qualcuno stesse ancora decidendo cosa mostrare e cosa no. Il riferimento al còdega, figura veneziana che accompagnava i passanti nella notte, non è un dettaglio folkloristico: qui la luce è davvero una guida incerta. Espone, ma subito dopo sottrae. Ti orienta e ti perde nello stesso gesto.
Il lavoro di Linyekula si muove esattamente in questa ambiguità. Il corpo non è mai decorativo, né tantomeno virtuoso. È un archivio che si muove. Un luogo dove storia, memoria e politica si stratificano senza bisogno di dichiararsi. I performer, molti dei quali coinvolti localmente fin dalle prime fasi, non interpretano: attraversano. Il movimento emerge come risposta a uno spazio che resiste, che non si lascia addomesticare. E forse è proprio questo il punto più interessante: qui la coreografia non costruisce una forma, ma una relazione.
La musica di Shabaka-Ra incide. A tratti sembra provenire dall’edificio stesso, come se le Galeazze avessero finalmente trovato una loro voce. Non c’è sincronia rassicurante, nessuna armonia da manuale. Piuttosto, una tensione continua tra suono e gesto, tra ritmo e materia.
Il pubblico, dal canto suo, non ha una posizione privilegiata. Non c’è platea, non c’è distanza. Si cammina, si devia, si cerca un punto che non esiste davvero. È un’esperienza che chiede attenzione ma non la premia immediatamente. E in questo, paradossalmente, è coerente con il titolo generale della tormentatissima Biennale: «In Minor Keys». Solo che qui la sottrazione non è estetica, è operativa. Meno controllo, più esposizione.
A colpire è anche la dimensione collettiva del progetto. Studios Kabako, la piattaforma fondata da Linyekula a Kisangani, lavora da anni su queste intersezioni tra pratica artistica e contesto sociale. Alle Galeazze questa metodologia si traduce in un intreccio di competenze, presenze, temporalità diverse. Non c’è un centro, né una gerarchia evidente. Solo un processo che si lascia vedere mentre accade.
In fondo, The Galeazze Project è qualcosa di più di un evento collaterale. Non aggiunge un’altra immagine alla Biennale già sovraccarica di immagini. Fa un passo indietro, o di lato, e mostra le condizioni stesse della produzione artistica. Il lavoro, la fatica, l’incertezza. Tutto ciò che normalmente resta fuori campo.
Uscendo, Venezia sembra andare più veloce di prima. Qui dentro, invece, resta una sensazione più lenta, quasi concreta: quella di aver attraversato uno spazio che non è stato addomesticato, ma semplicemente riaperto. E, per una volta, lasciato parlare così com’è.
Faustin Linyekula durante la performance. Foto © Giacomo Bianco. Courtesy BB Studio e Scuola Piccole Zattere
Uno scorcio delle Galeazze. Foto © Giacomo Bianco. Courtesy BB Studio e Scuola Piccole Zattere
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