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David Hemmings nei panni di Thomas, il fotografo di moda protagonista di «Blow-Up» (1966) di Michelangelo Antonioni. Per il film il regista prese spunto da un racconto dello scrittore argentino Julio Cortázar, «La bava del diavolo», letto durante le riprese di «Deserto rosso»

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David Hemmings nei panni di Thomas, il fotografo di moda protagonista di «Blow-Up» (1966) di Michelangelo Antonioni. Per il film il regista prese spunto da un racconto dello scrittore argentino Julio Cortázar, «La bava del diavolo», letto durante le riprese di «Deserto rosso»

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Quel che ci dice «Blow-Up» sessant’anni dopo: più zoomi, meno capisci

La grammatica del capolavoro di Antonioni del 1966 ha molte affinità con quella dell’oggi. E anche se cambia la tecnologia, non cambia l’equivoco: pensare che vedere equivalga a sapere

Germano D’Acquisto

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Sessant’anni dopo, «Blow-Up» continua a fare una cosa molto semplice e molto scomoda: ti guarda mentre guardi. Non è un anniversario, è una verifica. Non riguarda il 1966, riguarda adesso, il modo in cui scorriamo, zoomiamo, crediamo di vedere.

La Londra di Michelangelo Antonioni non è solo un contesto: è un ecosistema. Danzante. Ribelle. Abitata da fotografi bellissimi in jeans a zampa e camicia aperta e ragazze in minigonna stile Mary Quant. Fuori dal film, lo stesso ritmo: David Bailey che passa da Jean Shrimpton a Catherine Deneuve, mentre Antony Armstrong-Jones aveva appena sposato la principessa Margaret. Il glamour non è uno sfondo: è la materia stessa del film.

Il protagonista, Thomas (David Hemmings), è un fotografo di moda: dirige modelle come fossero oggetti intelligenti, coreografa pose, costruisce desiderio. Oggi diremmo: crea contenuti. Solo che, a un certo punto, succede qualcosa di imperdonabile per il sistema: la realtà si sottrae.

La scena è nota. Un parco, una donna (Vanessa Redgrave) che abbraccia un uomo, uno sguardo che scarta, devia. Thomas scatta. Più tardi ingrandisce. E lì, nell’atto più tecnico che esista, il blow-up, accade l’opposto della chiarezza: la verità si allontana mentre ti avvicini. Più zoomi, meno capisci. Il dettaglio non rivela, dissolve. Sembra familiare? È la grammatica dell’oggi: feed, pinch-to-zoom, enhancement, e poi quel momento in cui la definizione aumenta e il senso crolla.

Antonioni, attraverso la fotografia, parla di fiducia. Della nostra fede ingenua nell’idea che una rappresentazione possa restituire il mondo. Sessant’anni fa il dispositivo era una Leica. Oggi sono modelli generativi, filtri, sistemi predittivi. Cambia la tecnologia, non cambia l’equivoco: pensiamo che vedere equivalga a sapere.

Thomas è un professionista del glamour. Abita uno studio che è metà set e metà tempio: luci, fondali, corpi disponibili. Le modelle sono superfici su cui scrivere un’estetica. Il gesto è lo stesso che oggi vediamo ovunque: ottimizzare la pelle, addomesticare la luce, trasformare il volto in un linguaggio. Solo che Antonioni inserisce una crepa. Quel mondo perfetto è incapace di riconoscere un evento elementare, un possibile omicidio, se non dopo, attraverso la mediazione tecnica. La realtà arriva sempre in ritardo. O, peggio, non arriva affatto.

Il film è pieno di oggetti che funzionano solo nel loro contesto. La chitarra degli Yardbirds: sul palco è feticcio, in strada è rottame. La fotografia: in studio è controllo, nel parco è smarrimento. È la stessa logica del lusso contemporaneo: il valore è situazionale. Un accessorio, una sneaker, una borsa, icone finché stanno dentro la narrazione giusta, neutrali appena fuori. Il glamour è una condizione.

C’è poi una frase che suona come un manuale d’uso per il presente: «Against the beat». Andare contro il ritmo. Antonioni lo fa di continuo: spezza la narrazione, allunga i tempi, sottrae informazioni. È un sabotaggio gentile. Oggi, nel mondo della moda e dell’immaginario estetico, il ritmo è tutto: velocità, serialità, replicabilità. Il contenuto deve funzionare, non necessariamente dire. «Blow-Up» fa l’opposto: non funziona nel senso produttivo del termine, ma insiste nel dire qualcosa che non si lascia catturare.

E poi il finale. La partita di tennis senza palla. I mimi che giocano, il suono che non c’è, Thomas che prima resiste e poi cede. Prende la pallina invisibile e la rilancia. È il momento più citato e meno digerito. Perché non è una resa, è una scelta. Tra un fatto che nessuno può verificare e una finzione condivisa, Thomas sceglie la seconda. Non per stupidità, ma per sopravvivenza. Decide di abitare un mondo che, per esistere, ha bisogno di un accordo minimo.

Se sembra una metafora dei social, non è un caso. Anche lì giochiamo con oggetti invisibili: valore, autenticità, identità. Funzionano perché tutti fingiamo che funzionino. La differenza è che Antonioni non giudica. Non c’è moralismo, non c’è nostalgia. C’è una lucidità quasi zen: la realtà è opaca, l’immaginazione è operativa. Scegli dove stare.

Sessant’anni dopo, «Blow-Up» non è dunque una pellicola sull’errore di credere che la tecnologia possa sostituire lo sguardo. Quel dettaglio decisivo, lo sguardo che devia, è umano, irriducibile, non calcolabile. Senza quello, le immagini sono solo grana che si espande. Senza quello, oggi, anche i dataset più sofisticati restano ciechi.

Guardiamo continuamente, ma vediamo sempre meno. Il beauty contemporaneo (filtri, pelli levigate, luci impossibili) è l’erede diretto dello studio di Thomas. Solo che ora lo studio è ovunque. E la domanda resta identica: che cosa resta quando la visione smette di essere una prova? Resta una pallina che non esiste e che, nonostante tutto, continuiamo a colpire. Con eleganza, con convinzione. Come se il suono ci fosse davvero.

La locandina di Blow-up

Germano D’Acquisto, 05 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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