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Davide Landoni
Leggi i suoi articoliCon «The Visitors», dal 7 maggio al 30 agosto 2026, Hernan Bas trasforma Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna in un teatro ambiguo in cui il visitatore osserva e, nello stesso istante, si scopre osservato. La mostra, curata da Elisabetta Barisoni, riunisce oltre trenta nuovi dipinti concepiti come un’unica installazione immersiva, pensata appositamente per gli spazi veneziani.
Venezia, città che più di ogni altra conosce il peso e il paradosso dello sguardo esterno, non è un semplice scenario per la mostra, ma un dispositivo che ne amplifica il senso. Bas vi ha lavorato in residenza, lasciando che la laguna, la luce e la tradizione pittorica sedimentassero dentro di lui prima di esprimersi in un nuovo corpus di opere. Qui il protagonista è il turista. Una figura, del resto, ben nota in città.
Prevalentemente maschile, bianco, occidentale, appare nelle opere sospeso in una geografia instabile fatta di attrazioni da lista dei desideri, spazi sacri, locali ambigui e paesaggi addomesticati. Luoghi del turismo di massa, insomma. Dalla Gioconda alla Fontana di Trevi, fino ai territori del cosiddetto dark tourism - Chernobyl, Alcatraz, la foresta di Aokigahara - Bas costruisce per i suoi turisti e per noi visitatori un atlante di desideri prefabbricati, dove il dolore e la memoria si trasformano in tappe da consumare.
Hernan Bas, A tourist trapped, 2025, Acrylic on linen 127 x 101.6 cm © Hernan Bas. Courtesy the artist, Lehmann Maupin, Perrotin and Victoria Miro
Hernan Bas, Alone with Lisa (the Louvre, Paris), 2025, Acrylic and water based oil on linen 127 x 101.6 cm © Hernan Bas. Courtesy the artist, Lehmann Maupin, Perrotin and Victoria Miro
La pittura di Bas, da sempre attraversata da umorismo, decadenza e un gusto per l’eccentrico, sposta qui il proprio baricentro verso l’esterno. Se in passato i suoi dandies e flâneurs abitavano una dimensione intima e ambigua, ora le nuove figure si muovono tra curiosità e arroganza, tra esperienza e spettacolo. Molti sembrano colti nell’atto della messinscena: posano, scattano fotografie, simulano incontri esotici. Un turista rivendica lo status di residente, un altro finge una nazionalità diversa, un altro ancora inscena un pericoloso tête-à-tête con un pitone in Thailandia. La finzione non è un incidente ma la sostanza stessa dell’esperienza.
In questo cortocircuito si inserisce un elemento affettivo inatteso. Bas guarda ai suoi personaggi con ironia ma anche con una forma di tenerezza. Sono goffi, disorientati, talvolta ridicoli, eppure profondamente umani. La critica alla globalizzazione - intesa come perdita di coordinate culturali e geografiche - non si traduce in giudizio morale, bensì in una constatazione malinconica. L’artista, cresciuto a Miami e abituato a vivere accanto al flusso costante dei visitatori, conosce dall’interno quella sensazione di essere straniero perfino a casa propria. Una condizione che, nella sua esperienza di cubano-americano di prima generazione, assume un valore biografico oltre che politico.
Le tele, disposte in sequenza, costruiscono una narrazione continua. L’inquadratura di matrice fotografica, le superfici sature, l’accumulo di dettagli (slogan, tatuaggi, accessori) agiscono come vanitas contemporanee. Ogni elemento allude a un’identità esibita e consumata, a un mondo in cui l’immagine precede l’esperienza. Ciò che a prima vista potrebbe sembrare una fotografia-ricordo o un souvenir esotico si incrina progressivamente: la storia vacilla, la memoria si fa instabile, la realtà appare come un fondale teatrale.
Venezia, con la sua bellezza fragile e la sua lunga storia di scambi, diventa così specchio e metafora. Città plasmata dall’incontro e oggi messa alla prova dal turismo di massa, offre a Bas un terreno emblematico su cui interrogare il rapporto tra chi guarda e ciò che viene guardato.