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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliA Orano, in Algeria, un bambino sfoglia riviste di moda, ritaglia figure di carta e immagina abiti che ancora non esistono. È un gioco, apparentemente. Ma tra quelle pagine arrivate dalla Francia si apre la prima finestra su un mondo che cambierà la sua vita. Quel bambino è Yves Saint Laurent. Anni dopo rivoluzionerà la moda del Novecento, trasformando il guardaroba femminile e dimostrando che un abito non vive soltanto sulla passerella. Vive anche nelle immagini che lo raccontano.
La fotografia, per Yves Saint Laurent, non è mai stata un semplice strumento di documentazione. È stata parte integrante del suo processo creativo. Un linguaggio capace di interpretare una collezione, costruire un'identità, attraversare il tempo. «La fotografia di moda non era considerata così seria all'epoca. Ma lui era molto consapevole della propria immagine e sapeva cosa voleva», osserva Nastasia Alberti, vice responsabile delle collezioni e capo archivista del Musée Yves Saint Laurent Paris.
È da questa consapevolezza che nasce «Yves Saint Laurent and Photography», la mostra ospitata all'International Center of Photography di New York fino al 28 settembre 2026. Realizzata in collaborazione con il Musée Yves Saint Laurent Paris e la Fondation Pierre Bergé–Yves Saint Laurent, è la prima esposizione che il museo parigino dedica interamente al rapporto tra il couturier e la fotografia. Più di trecento opere, tra stampe, riviste, documenti d'archivio, Polaroid e oggetti personali, raccontano come le immagini abbiano contribuito a definire non solo il successo di una maison, ma anche la costruzione di uno dei più influenti immaginari della moda contemporanea.
Il tema va oltre la celebrazione di uno stilista. Nel secondo dopoguerra la fotografia di moda cambia profondamente. Le pagine di «Vogue, Harper's Bazaar e L'Officiel» smettono progressivamente di limitarsi a mostrare gli abiti: raccontano storie, costruiscono atmosfere, trasformano le modelle in protagoniste di una narrazione. In quegli stessi anni Saint Laurent comprende che il destino di una collezione non si gioca soltanto nell'atelier o in passerella. Si compie anche davanti all'obiettivo.
Quando nel 1957, a soli ventun anni, succede a Christian Dior alla guida della maison, il suo nome diventa improvvisamente sinonimo del futuro dell'alta moda francese. Nello stesso anno Irving Penn realizza un ritratto destinato a entrare nella storia della fotografia. Lo stilista appare composto, sicuro, quasi austero. Eppure chi lo conosce descrive un giovane estremamente riservato, fragile, spesso intimidito dall'esposizione pubblica. La fotografia diventa allora il luogo in cui questa apparente contraddizione trova un equilibrio: non una maschera, ma una forma di controllo sul proprio racconto.
Negli anni il dialogo con i fotografi si fa sempre più intenso. Richard Avedon, Cecil Beaton, William Klein, Horst P. Horst, Helmut Newton, Guy Bourdin, David Seidner, Annie Leibovitz, Steven Meisel, Patrick Demarchelier, Andy Warhol. Più che semplici collaboratori, sono interpreti di uno stesso universo creativo. Ciascuno restituisce un aspetto diverso del lavoro di Saint Laurent, dimostrando come la fotografia possa essere, allo stesso tempo, testimonianza, interpretazione e opera autonoma.
La mostra insiste proprio su questo punto. L'eleganza rigorosa di Irving Penn, il dinamismo teatrale di Richard Avedon, la sensualità quasi cinematografica di Helmut Newton o la libertà sperimentale di William Klein non illustrano semplicemente una collezione. La reinterpretano, contribuendo a costruire quell'immaginario che ancora oggi accompagna il nome di Yves Saint Laurent.
Questa capacità di riconoscere il talento emerge anche dalle ricerche condotte dai curatori. «Seguiva fotografi emergenti e li ingaggiava per i servizi», racconta Clémentine Cuinet, responsabile delle collezioni fotografiche del Musée Yves Saint Laurent Paris. Lo stesso sguardo guidava anche il collezionista. Saint Laurent acquistava fotografie con la stessa attenzione riservata alle opere d'arte, convinto che il linguaggio fotografico possedesse un'autonomia espressiva e un valore culturale che andavano ben oltre la promozione della moda.
Il percorso espositivo si sviluppa in due sezioni che dialogano tra loro. La prima ripercorre cronologicamente la carriera del couturier attraverso ritratti, fotografie di moda ed editoriali. È il racconto pubblico di Yves Saint Laurent, quello che il mondo ha conosciuto attraverso le pagine delle riviste e le campagne pubblicitarie. Dal ritratto realizzato da Irving Penn nel 1957 a quello firmato da Patrick Demarchelier nel 2004, passando per le sperimentazioni visive di William Klein e gli scatti dietro le quinte di Bettina Rheims, ogni immagine restituisce un momento preciso della sua parabola creativa ma, allo stesso tempo, documenta l'evoluzione della fotografia di moda nella seconda metà del Novecento.
Peculiare, questa sezione, è il dialogo continuo tra due protagonisti. Da una parte lo stilista, dall'altra il fotografo. Nessuno prevale sull'altro. Le immagini raccontano quanto la fotografia abbia contribuito a definire la percezione delle collezioni, trasformando gli abiti in icone culturali ben oltre la loro dimensione materiale. Alcuni scatti sono entrati nell'immaginario collettivo. Altri, meno noti, rivelano aspetti inattesi del lavoro quotidiano della maison. È il caso delle fotografie realizzate negli atelier di Avenue Marceau, dove prendono forma le collezioni di haute couture, oppure dei backstage delle sfilate, nei quali emerge un Saint Laurent lontano dai riflettori, assorto, spesso intento a osservare il proprio lavoro da una posizione defilata. Simon Baker ha raccontato di essere rimasto particolarmente colpito da una fotografia di Pierre Boulat del 1962 che ritrae lo stilista mentre segue una sfilata da dietro una tenda, attraverso uno schermo. Un'immagine discreta, quasi silenziosa, che restituisce il ritratto di un uomo più incline all'osservazione che all'esposizione.
Abito su misura indossato da Anna Karin, collezione Haute Couture Autunno/Inverno 1991, 5 Avenue Marceau, Parigi, luglio 1991. Polaroid scattata dallo staff della casa di moda. © All rights reserved © Yves Saint Laurent
La seconda parte della mostra cambia completamente prospettiva. I curatori la definiscono una «camera delle meraviglie», ma più che una «raccolta di curiosità» è un'immersione nel laboratorio creativo di Saint Laurent. Qui trovano posto oltre cento Polaroid utilizzate durante la preparazione delle collezioni, album fotografici, provini a contatto, fotografie di famiglia, riviste, macchine fotografiche appartenute allo stilista, un light box e persino il suo passaporto. Materiali che raramente trovano spazio in una mostra di moda e che permettono invece di osservare il processo creativo prima che si trasformi in immagine pubblica.
Le Polaroid, in particolare, raccontano un momento fondamentale del lavoro in atelier. Scattate per verificare proporzioni, silhouette e styling, non nascevano con un'intenzione artistica. Erano strumenti di lavoro. Oggi, però, assumono un valore diverso perché restituiscono il dietro le quinte di una delle maison più influenti del Novecento, documentando il percorso che conduce dall'idea all'abito.
Tra le opere esposte compare anche «Corset by Detolle for Mainbocher» (1939), una delle fotografie più celebri di Horst P. Horst e tra le più amate da Yves Saint Laurent, che la conservava nella propria collezione. L'immagine, divenuta un classico della fotografia del Novecento, testimonia il legame del couturier con autori che considerava non «semplici» collaboratori, ma interlocutori privilegiati. Lo stesso rapporto si consolidò con Horst negli anni trascorsi da Dior e proseguì nel tempo, fino ai servizi realizzati nella residenza di campagna dello stilista negli anni Ottanta.
La mostra suggerisce anche una riflessione più ampia. Nel Novecento alcune fotografie hanno finito per identificarsi completamente con gli abiti che ritraggono. È il caso di «Dovima with Elephants» di Richard Avedon, presente nel percorso espositivo, dove la celebre modella indossa uno dei primi abiti disegnati da Saint Laurent durante la sua esperienza alla maison Dior. È difficile pensare a quella creazione senza richiamare immediatamente l'immagine di Avedon. L'abito e la fotografia sopravvivono insieme, diventando un'unica icona della cultura visiva.
Ed è forse questo uno degli aspetti più indicativi della mostra. La fotografia non viene presentata come il punto di arrivo di una collezione, ma come il luogo in cui la moda continua a vivere. L'immagine prolunga il tempo dell'abito, lo sottrae alla fugacità della sfilata e lo consegna alla memoria collettiva. Nel caso di Yves Saint Laurent, questa intuizione si è trasformata in una precisa strategia creativa, perseguita con straordinaria coerenza lungo tutta la sua carriera.
Se la prima sezione della mostra racconta come Yves Saint Laurent sia stato fotografato, l'ultima suggerisce una domanda diversa: quanto di quell'immagine fu costruito consapevolmente? La risposta attraversa tutta la sua carriera. Saint Laurent comprese molto presto che il lavoro di uno stilista non terminava con la realizzazione di una collezione. Il modo in cui quell'abito veniva fotografato, pubblicato e ricordato ne determinava la permanenza nell'immaginario collettivo.
In questo percorso ebbe un ruolo decisivo anche Pierre Bergé. Compagno di vita e socio, fu tra i primi a intuire il valore strategico dell'immagine pubblica dello stilista, incoraggiandolo a esporsi quando il suo carattere naturalmente riservato lo avrebbe portato nella direzione opposta. È in questa prospettiva che va letta anche una delle campagne più discusse della maison: nel 1971 Saint Laurent posa completamente nudo davanti all'obiettivo di Jeanloup Sieff per il lancio del profumo «Pour Homme». L'immagine suscita scandalo, ma rompe definitivamente la distanza tra il creatore e la creazione. Per la prima volta non è un abito a rappresentare il marchio, bensì il suo fondatore.
L'esposizione non insiste sull'aspetto provocatorio di quell'episodio. Lo inserisce piuttosto in una riflessione più ampia sul rapporto tra fotografia, identità e rappresentazione. Davanti all'obiettivo Saint Laurent sperimenta, costruisce il proprio personaggio pubblico, mette in discussione le convenzioni di genere e affida alle immagini il compito di prolungare il significato delle sue collezioni. La fotografia diventa così uno spazio creativo tanto quanto l'atelier. L'allestimento newyorkese, adattato dopo la presentazione alle Rencontres d'Arles, introduce anche alcuni riferimenti al legame dello stilista con la città. Tra questi, le immagini di Diana Vreeland in prima fila alle sue sfilate, le fotografie dedicate al lancio del profumo «Opium» e un ritratto notturno firmato da Andy Warhol. Sono tasselli che ampliano il racconto e mostrano quanto il dialogo tra Saint Laurent e la fotografia abbia attraversato mondi diversi, dalla moda all'arte contemporanea, dall'editoria al ritratto d'autore.
Più che celebrare un couturier, «Yves Saint Laurent and Photography» invita a osservare la moda attraverso un'altra prospettiva. Le oltre trecento opere esposte raccontano come la fotografia abbia contribuito a costruire il linguaggio visivo della maison e, al tempo stesso, come alcuni tra i più importanti fotografi del Novecento abbiano trovato nelle creazioni di Saint Laurent un terreno fertile per sperimentare nuovi modi di raccontare il corpo, l'eleganza e il desiderio.
E forse è proprio questo il lascito più attuale della mostra. Perché in un contesto in cui le immagini vengono prodotte e consumate con una rapidità senza precedenti, il percorso ricorda che la fotografia può ancora essere molto più di un «solo» mezzo di comunicazione. Può trasformarsi in memoria, interpretazione, racconto. È ciò che Yves Saint Laurent aveva intuito fin dagli esordi, quando da ragazzo ritagliava figure dalle riviste senza immaginare che, un giorno, sarebbero state proprio le fotografie a rendere immortali le sue creazioni.
Gian Paolo Barbieri, Creazioni della collezione SAINT LAURENT rive gauche, Primavera/Estate 1988 indossate da Christy Turlington e Naomi Campbell. Immagini utilizzate per il catalogo della collezione © Gian Paolo Barbieri. Courtesy Fondazione Gian Paolo Barbieri © Yves Saint Laurent.