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Ludovica Zecchini
Leggi i suoi articoliC’è un numero che sintetizza un passaggio storico: 54,7 milioni. È la cifra, in dollari, raggiunta da El sueño (La cama) (1940) di Frida Kahlo, battuto da Sotheby’s a New York lo scorso 20 novembre. Non è soltanto un record: è il ritorno al vertice di un nome che, nel corso del Novecento e oltre, ha assunto una centralità simbolica crescente fino a diventare uno degli assi portanti dell'immaginario artistico moderno.
Il primato di Kahlo raggiunto nel 2025 - record personale e record per un'artista donna all'incanto - chiude idealmente un ciclo iniziato venticinque anni prima. Nel maggio 2000, un suo Autoritratto (1929) segnava per la prima volta nella storia delle aste il superamento della soglia simbolica dei 5 milioni per un’artista donna. L’ingresso nel XXI secolo avveniva così sotto il segno di una ridefinizione lenta ma inesorabile delle gerarchie. Da quel momento ad oggi, sono state 262 le opere di artiste che hanno oltrepassato tale limite. Ora, lo scavallamento di un altro valico, quello appunto dei 50 milioni, certifica un significativo cambiamento nel paradigma: la differenza di genere si è assottigliata.
L'evoluzione del mercato, per le donne, è stata però tutt’altro che lineare anche nel nuovo millennio. A certificarlo è la difficoltà riscontrata nell'aggiornare la classifica delle opere più care, dato parziale ma eloquente dell'intero movimento. Pochissimi nomi si sono alternati al vertice, a testimonianza della natura selettiva del sistema d’asta, fortemente indirizzato verso i colleghi uomini. Tra questi, Georgia O’Keeffe ha detenuto il primato più a lungo. Nel 2014 Jimson Weed/White Flower No. 1 (1932) fu venduto da Sotheby’s New York per 44 milioni di dollari, un record rimasto imbattuto per ben undici anni. Certo, bisogna segnalare il caso particolare di Louise Bourgeois. In questi anni bene tre suoi lavori sono entrati nella top ten delle opere più preziose, superando sempre i 28 milioni di dollari, ma senza mai arrivare al record di O’Keeffe. Una questione di tempismo, forse, più che di valore.
Frida Kahlo, El sueño (La cama), 1940
Eppure il divario con i colleghi uomini resta evidente. Nel 2019 Rabbit (1986) di Jeff Koons ha raggiunto 91,1 milioni di dollari, quasi il doppio rispetto a Khalo, registrando il dato più alto per un artista vivente. Tra gli autori storicizzati potremmo invece citare Gustav Klimt, che nel 2025, proprio negli stessi giorni della vendita di El sueño (La cama), è stato oggetto della vendita più elevata nella storia dell'arte moderna: i 236,36 milioni di dollari necessari per aggiudicarsi il Ritratto di Elisabeth Lederer (1914). Ancora più eloquente un altro dato: tra il 2008 e il 2020 è stato speso in asta più per un solo artista, Pablo Picasso (6,23 miliardi di dollari), che per tutte le artiste donne messe insieme (6,2 miliardi). Anche perché, aggiornando il valore al 2024, le donne rappresentano però ancora solo il 23,6% degli artisti presenti in asta.
Nonostante ciò, i risultati più recenti indicano una trasformazione reale e profonda. La quota di mercato delle artiste donne in termini di valore è più che raddoppiata: dal 6,2% del 2018 al 13,8% del 2024 (12,6% nella prima parte del 2025). Tra il 2012 e il 2022 il valore totale delle opere femminili vendute in asta è cresciuto del 194%, passando da 350,6 milioni a oltre 1 miliardo di dollari. La crescita è sostenuta da una più ampia riconfigurazione del sistema. Secondo il report di Art Basel e UBS, nel 2024 le donne costituiscono il 41% degli artisti rappresentati dalle gallerie (+6% rispetto al 2018), percentuale che sale al 46% nel mercato primario. Il 42% del valore delle vendite primarie è attribuito ad artiste donne. Le gallerie con oltre il 50% di rappresentanza femminile hanno registrato un incremento delle vendite del 4%, mentre quelle sotto tale soglia hanno segnato un calo del 4%. Un dato che conferma come il riequilibrio non sia solo culturale, ma necessariamente anche economico e strategico.
Leonora Carrington, Les Distractions de Dagobert, 1945. Courtesy Sotheby’s
Parallelamente, le istituzioni museali hanno consolidato questa traiettoria. Tra il 2018 e la metà del 2025 le mostre personali dedicate ad artiste donne hanno raggiunto il 50% in istituzioni di importanza globale come la Tate Modern di Londra e il 54% al Museum of Modern Art di New York. L’86% di tali mostre ha riguardato artiste contemporanee; il 30,8% ha dato spazio a voci del Sud del mondo. Le acquisizioni museali di opere di artiste donne hanno toccato il 40%, con donazioni al 27,9%.
Il panorama delle grandi retrospettive internazionali - da Tracey Emin a Jenny Saville, da Shirin Neshata Wangechi Mutu, da Helen Frankenthaler a Niki de Saint Phalle e Leonora Carrington - testimonia una riscrittura del canone che trova eco anche in Italia, con mostre dedicate a a Marina Apollonio alla Peggy Guggenheim di Venezia, Carol Rama alla Fondazione Accorsi Ometto di Torino, Carla Accardi al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Giosetta Fioroni alla GAM di Torino e Leonor Fini a Palazzo Reale di Milano. Il ruolo delle grandi gallerie internazionali - tra cui Gagosian, Hauser & Wirth, David Zwirner, Pace Gallery, White Cube, Sprüth Magers, Berggruen Gallery e Mnuchin Gallery - è altrettanto determinante: rappresentano 30 delle 50 artiste più vendute e hanno contribuito a quasi l’80% del valore totale delle aste femminili tra il 2018 e maggio 2025.
In questo scenario si colloca anche Yayoi Kusama, la donna più attiva e resiliente nel mercato delle aste nel 2025: 63,4 milioni di dollari di vendite, 774 opere scambiate e un massimo annuo di 5 milioni per una Pumpkin (2014). Certo, verrebbe da chiedersi quanto sia il ruolo attivo di Kusama in questa evoluzione, da tempo ritiratasi volontariamente in un ospedale psichiatrico, da cui però continua a lavorare. Ma si sa: il mondo dell'arte, come tutti gli altri, è un sistema, e gli artisti ne sono gli attori principali, ma non i protagonisti assoluti. Uomini o donne che siano.
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