Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Ludovica Zecchini
Leggi i suoi articoliUna giovane donna emerge dal fondo scuro con una presenza quasi fisica. Il volto è modellato da una luce calibrata, le labbra arcuate e la mascella piena restituiscono tratti riconoscibili, mentre lo sguardo, fermo e diretto, stabilisce un rapporto immediato con l’osservatore. È così che «Autoritratto come Santa Caterina d’Alessandria» – uno dei più rari autoritratti di Artemisia Gentileschi – si impone tra i protagonisti dell’asta Old Masters Part I di Christie’s New York, in programma il prossimo 4 febbraio.
L’opera, un olio su tavola stimato tra i 2,5 e i 3,5 milioni di dollari, è oggi apprezzata tanto per la sua rilevanza storica quanto per l’eccellenza tecnica. Appartiene infatti al ristretto gruppo dei cosiddetti veri autoritratti di Artemisia, intesi come registrazioni dirette e letterali dei suoi lineamenti. Oggi se ne conoscono soltanto cinque, tre dei quali conservati in musei: «Autoritratto come suonatrice di liuto» (Wadsworth Atheneum, Hartford), «Autoritratto come Santa Caterina d’Alessandria» della National Gallery di Londra, un «Autoritratto» più tardo (Palazzo Barberini, Roma). A questi si aggiunge «Autoritratto come martire» in collezione privata, strettamente connesso all’opera qui in esame. Con ogni probabilità, quello presentato in asta è il più antico di tutti ed è databile intorno al 1613.
Artemisia Gentileschi, Autoritratto come Santa Caterina d’Alessandria
Dipinto quando Artemisia aveva poco più di vent’anni, il lavoro risale al periodo fiorentino, durante il quale l’artista visse tra il 1613 e il 1620. Fu una fase decisiva della sua vita e della sua carriera. Trasferitasi a Firenze dopo il processo romano per la violenza subita da Agostino Tassi e il matrimonio con Pierantonio Stiattesi, Artemisia trovò nella città medicea un contesto favorevole alla propria emancipazione professionale. Qui uscì definitivamente dall’ombra del padre Orazio Gentileschi, ottenne importanti committenze, entrò in contatto con figure centrali della cultura del tempo – da Galileo Galilei a Michelangelo Buonarroti il Giovane – e nel 1616 divenne la prima donna ammessa all’Accademia delle Arti del Disegno.
In questo intimo dipinto su tavola, Artemisia si rappresenta nelle vesti di Santa Caterina d’Alessandria. La palma del martirio, la ruota spezzata tempestata di punte di ferro, la corona e il mantello riccamente ornato alludono alla santa del IV secolo. Ma la composizione è dominata dal volto dell’artista, ravvicinato e centrale. La testa occupa quasi interamente lo spazio pittorico e trascina l’osservatore in un incontro diretto e ravvicinato. La rotazione del capo e la posa suggeriscono l’uso di un riflesso speculare, una soluzione che Artemisia ripeterà in altri autoritratti fiorentini, inclusi quelli oggi a Hartford e Londra.
Le indagini tecniche hanno rivelato che l’opera nacque come autoritratto secolare e venne solo successivamente trasformata in immagine sacra. Questo passaggio illumina sia il processo creativo dell’artista sia la sua consapevolezza del mercato. Artemisia dimostra qui una notevole capacità di adattare la propria immagine alle aspettative dei committenti, fondendo autorappresentazione e iconografia religiosa.
Artemisia Gentileschi, Autoritratto come martire
Il dipinto è strettamente connesso all’«Autoritratto come martire», conservato in collezione privata. Le due opere risultano pressoché identiche per dimensioni, supporto e impostazione compositiva. In entrambi i casi Artemisia utilizza la stessa posa, e una recente sovrapposizione dei tracciati ha confermato l’impiego di un metodo di trasferimento – ricalco o cartone – per replicare i propri lineamenti e il profilo del collo. Si tratta di una pratica appresa dal padre Orazio, che faceva regolare uso di cartoni, e adottata da Artemisia come strumento di efficienza e strategia produttiva. Le evidenze suggeriscono che i due dipinti fossero nello studio contemporaneamente e che l’artista vi lavorasse in parallelo, poco dopo il suo arrivo a Firenze.
Non è un caso che la maggior parte dei veri autoritratti di Artemisia risalga proprio agli anni fiorentini. In quel momento l’artista comprese pienamente il valore dell’autoritratto come strumento di affermazione intellettuale e commerciale. Come farà Rembrandt qualche decennio più tardi, Artemisia utilizzò la diffusione della propria immagine per consolidare la reputazione di pittrice colta, autonoma e riconoscibile. Le fonti coeve celebrano la sua bellezza, che si unisce qui a una straordinaria forza narrativa e rende queste opere particolarmente ambite da collezionisti e mecenati.
Oltre al valore formale e storico, l’opera vanta una provenienza di rilievo. Acquistata a Livorno nel secolo scorso da un collezionista privato pisano, è rimasta nella stessa famiglia per discendenza fino al 2016. Successivamente reimmessa nel mercato dell’arte europeo, è passata da Murphy & Partners a New York, dove è stata acquisita dall’attuale proprietario nel 2018.
Altri articoli dell'autore
Pochi lotti, altamente selezionati: tra smeraldi Muzo, rubini birmani e diamanti fancy, il mercato premia solo il top assoluto
L’asta dell’11 aprile affiancata dalla vendita online (2–10 aprile) riunisce capolavori dal modernismo alla contemporaneità, in un mercato più selettivo ma ancora capace di risultati di vertice
La settimana londinese restituisce l’immagine di un mercato sempre più concentrato su opere di qualità museale, evitando scommesse troppo azzardate
Oltre ai record, è il livello di partecipazione la ciliegina più dolce della serata: ogni rilancio è equivalso a un segnale di fiducia, sintomo di un mercato profondo e sempre disposto a investire su opere dalla qualità consolidata



