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Veduta aerea del Lacma di Los Angeles con le nuove Geffen Galleries

Foto: © Iwan Baan

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Veduta aerea del Lacma di Los Angeles con le nuove Geffen Galleries

Foto: © Iwan Baan

Con le Geffen Galleries il Lacma di Los Angeles mira a diventare un museo globale

La nuova costruzione è un’enorme distesa ondulata di cemento che aggiunge oltre 10mila metri quadrati di spazio espositivo al museo, oltre a 1,4 ettari di parco pubblico

Vittorio Bertello

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Le nuove David Geffen Galleries del Los Angeles County Museum of Art hanno aperto in preview per i «member» il 19 aprile (con una serata di gala che ha fruttato 11,5 milioni di dollari di donazioni) e saranno accessibili al pubblico a partire dal 4 maggio. Progettate da Peter Zumthor, si estendono lungo Wilshire Boulevard, una delle arterie più trafficate di Los Angeles, interagendo con le infrastrutture della metropoli californiana. I nuovi spazi rendono omaggio sia all’architettura moderna, sia alle ricche storie contenute nella collezione permanente del museo, che torna fruibile dopo sette anni di chiusura e lavori. Con le David Geffen Galleries il Lacma mira a diventare un museo globale che attraversa continenti ed epoche. Ora l’elemento dominante e conclusivo del museo californiano e del suo percorso è proprio l’edificio delle David Geffen Galleries, del costo di 720 milioni di dollari, che sarà di proprietà della Contea di Los Angeles. 

La nuova costruzione è un’enorme distesa ondulata di cemento che aggiunge al museo oltre 10mila metri quadrati di spazio espositivo, oltre a 1,4 ettari di parco pubblico. Una novantina le nuove sale, distribuite lungo il piano superiore dell’edificio. Negli anni di chiusura il ceo e direttore Michael Govan e il suo team hanno studiato un totale riallestimento della collezione, che comprende oltre 150mila oggetti testimonianza di circa 6mila anni di storia.

Alternando pezzi di varie epoche, il Lacma offre nuovi collegamenti tra luoghi e tempi. «I curatori mostrano al pubblico cose che non ha mai visto prima, sottolinea Govan. Tutto sarà ben visibile su un unico piano. Oggetti che abbiamo da sempre nelle collezioni oggi saltano agli occhi. È una vera ventata di freschezza». Come principio organizzativo del percorso sono state adottate le influenze interculturali attraverso le distese d’acqua che uniscono luoghi diversi. «Le nostre muse sono stati gli Oceani», afferma Diana Magaloni, vicedirettrice senior per la conservazione, la curatela e le mostre. Magaloni, che ha precedentemente ricoperto il ruolo di direttrice del Museo Nacional de Antropología di Città del Messico, spiega che sono necessarie delle distinzioni tra questo background e il suo lavoro al Lacma. L’antropologia, osserva, si interroga su come le diverse società coltivano i propri valori e si relazionano con il mondo; l’arte «espande quelle stesse questioni sociologiche, politiche e antropologiche verso qualcosa di più universale che ha a che fare con i sentimenti, le emozioni e l’umanità in generale».

La costruzione delle David Geffen Galleries è stata resa possibile da una serie di finanziamenti, anche privati. Nel 2017 il produttore discografico e cinematografico David Geffen aveva annunciato la sua donazione di 150 milioni di dollari, a cui erano poi seguiti ingenti contributi di collezionisti-filantropi come Elaine Wynn e Steve Tisch.

Sebbene molte sovvenzioni siano arrivate dal territorio, «l’obiettivo era quello di trovare sostenitori in tutto il mondo e posizionare la metropoli come un nodo globale per l’arte», ricorda Michael Govan. Genesis, la divisione di lusso della casa automobilistica sudcoreana Hyundai, ha siglato una partnership pluriennale con il museo, e anche i Qatar Museums hanno fornito il proprio sostegno. Questa quantità di contributi finanziari, senza precedenti nel mondo dell’arte di Los Angeles, ha avuto ripercussioni su tutta la città. Il successo di un progetto così imponente, sottolinea ancora Govan, permette anche alle «piccole istituzioni cittadine di trarne beneficio». L’ampliamento ha aggiunto mezzo isolato al campus del museo e ospiterà nuove installazioni all’aperto, ristoranti e spazi verdi pensati per invogliare i visitatori a prolungare la loro permanenza.

La scultura vivente «Split-Rocker» (2000) di Jeff Koons, alta 11 metri e contenente oltre 45mila piante, sarà il fulcro di una serie di opere su larga scala disposte intorno al parco. Il museo sta inoltre progettando un «giardino sonoro» con letture di otto poeti della California meridionale. L’artista messicana Mariana Castillo Deball ha lavorato direttamente con Zumthor a «Feathered Changes», la piazza in cemento colato che circonda l’edificio. È rastrellata, come per evocare un giardino zen, e impressa con disegni frammentati di serpenti piumati ispirati agli antichi murales messicani. Anche le vetrine per le opere, realizzate utilizzando materiali e artigianato locali, sono state progettate dall’architetto svizzero vincitore del Premio Pritzker nel 2009, che ha iniziato la sua carriera progettando mobili.

Govan spera che, dopo tutto ciò che Los Angeles ha dovuto affrontare negli ultimi anni, il museo possa tornare a essere un luogo di servizi per la comunità locale. «Dopo gli incendi, Los Angeles avrà questo luogo di ritrovo», afferma. «Stiamo ricostruendo e riunendo persone di diverse origini e discendenze e contribuiamo così a far guarire Los Angeles». Nella foto, una veduta esterna con in primo piano l’opera «Smoke» (1967) di Tony Smith. 

Vittorio Bertello, 17 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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