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Courtesy NABA, Nuova Accademia di Belle Arti.

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Courtesy NABA, Nuova Accademia di Belle Arti.

Conversazioni sull’alta formazione | NABA

Guido Tattoni, direttore di NABA - Nuova Accademia di Belle Arti, riflette sul tuolo dell’accademia come luogo di apprendimento, ma anche di ricerca, sperimentazione e costruzione di visioni sul presente e sul futuro

Francesca Filippi

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L’alta formazione artistica è oggi chiamata a ridefinire il proprio ruolo tra specializzazione, apertura interdisciplinare e rapporto con il mondo professionale, le accademie diventano luoghi di sperimentazione culturale oltre che didattica. Su questi nodi si innesta la riflessione di Guido Tattoni, che affronta le sfide della contemporaneità interrogandosi su come formare oggi artisti e progettisti capaci di leggere, e attraversare, la complessità del presente.

NABA è nata nel 1980 come un’istituzione formativa sperimentale, alternativa a un sistema accademico all’epoca considerato rigido e tradizionale. Come si pone oggi rispetto al panorama della formazione AFAM? 
Diciamo che NABA non è nata tanto in opposizione alle altre istituzioni accademiche quanto invece facendosi portatrice di un approccio che guardava verso il futuro anziché verso la tradizione. Nel 2020, in occasione dei 40 anni dalla fondazione dell’Accademia, ci siamo chiesti se avesse ancora senso definirsi una «Nuova Accademia». Sicuramente il panorama degli studi nel settore delle Belle arti è molto cambiato, e probabilmente il futuro verso cui guardavano i nostri fondatori è già arrivato, ma NABA tende ancora verso l’innovazione, e ci sono aspetti della formazione italiana rispetto ai quali vuole continuare a giocare un ruolo di avanguardia. 
Trovavamo per esempio assurdo che in Italia, e cioè un paese che fa giustamente vanto del suo patrimonio artistico, non ci fossero istituzioni di alta formazione artistica che si occupassero di ricerca come invece accade da almeno vent’anni in altri paesi europei. Intendiamo ricerca vera e propria, e cioè non una attività di documentazione personale per conoscere ciò che non so ma che già esiste, ma un percorso di scoperta di qualcosa di nuovo che è ancora, per tutti, ignoto. Negli anni scorsi abbiamo agito soprattutto in questa direzione, per esempio costituendo un dipartimento che si occupa specificamente di ricerca e innovazione (DRAFT Department of Research and Faculty Training) e lavorando per la costituzione del primo dottorato italiano di ricerca artistica, anticipando un’esigenza sentita anche dalle altre istituzioni AFAM pubbliche e private che quest’anno, nel 2024/2025, hanno avviato il primo ciclo di formazione di terzo livello in questo campo.

Ci può dire qualcosa di più sul Dottorato e sul ruolo che NABA attribuisce alla ricerca artistica? 
Crediamo che il dottorato, che come sappiamo esiste da molto tempo nelle università, debba in primo luogo a rispondere a un’esigenza molto sentita dal sistema dell’arte, e cioè colmare il vuoto tra la formazione, che in Italia avviene tendenzialmente nelle accademie di Belle Arti, e la pratica artistica vera e propria. L’opportunità di crescita che si presenta più frequentemente dopo il diploma a un artista italiano è la residenza artistica, ma questa presuppone la presentazione di un buon progetto frutto di una maturazione personale che è spesso difficile ottenere già con il diploma. Il dottorato di ricerca serve proprio a mettere gli artisti nella condizione di sperimentare e di ricercare, e li sostiene economicamente nel loro percorso per evitare che debbano disperdere le proprie energie in altre attività. 
Riteniamo inoltre che sia fondamentale fare ricerca anche oltre il dottorato, e per questo abbiamo assunto quattro artisti ricercatori nell’ambito del Progetto PNNR di cui siamo capofila: P+ARTS (Partnership for Artistic Research in Technology and Sustainability). 

Tra i fondatori della Nuova Accademia ci sono artisti come Emilio Isgrò, Umberto Mariani e Gianni Colombo, che fu anche direttore dell’Accademia dal 1985 al 1993. Che ruolo ha oggi l’arte all’interno della formazione?
I nostri corsi, che spaziano dalle arti visive alla progettazione artistica, al design e alla comunicazione, non sono corsi esclusivamente professionalizzanti, e l’arte è trasversale a tutti gli ambiti di studio. In particolare, l’arte contemporanea non è concepita come una singola disciplina, quanto piuttosto come una metodologia che permette attraversamenti interdisciplinari e cross-culturali, a partire da un’indagine approfondita dei contesti estetici, sociali ed economici in cui i nuovi soggetti artistici si trovano a operare. Tra i nostri docenti, d’altra parte, ci sono figure come Marcello Maloberti o Adrian Paci, ma lavorano con noi anche molti altri artisti, sia in maniera sporadica sia più strutturata. 

In che modo la ricerca e l’innovazione artistica si riflettono sull’insegnamento?
L’approccio di NABA all’insegnamento si fonda in primo luogo sul concetto «intelligenza artistica». Per definirla usiamo solitamente quattro concetti fondamentali, il primo dei quali è la curiosità: riteniamo infatti che non ci sia nulla che non sia interessante per chi opera in ambito artistico e creativo, e che sia fondamentale non settorializzare. Il secondo è la presenza mentale (o awareness), ovvero l’essere al corrente di quello che succede, non solo a livello artistico, ma anche politico, economico o sociale. Il terzo è la messa in discussione dello status quo, poiché per immaginare qualcosa di diverso occorre sempre chiedersi se c’è un altro modo di fare le cose. Il quarto è proprio l’immaginazione, ossia l’atto creativo vero e proprio. Se uno studente sviluppa questo tipo di approccio, secondo noi ha raggiunto il primo obiettivo, e cioè ha acquisito un modo per navigare nella propria disciplina, sia essa l’arte visiva, la moda o il design.
C’è poi la pluralità, che riteniamo un valore fondamentale e che cerchiamo di coltivare evitando di apporre una sorta di marchio, di stampino, sugli studenti che formiamo. Pensiamo infatti che non si possa pensare alla formazione come a una sorta di autobus che prende tutti da un punto A e li porta a un punto B. Non tutti, infatti, partono dallo stesso punto, e una destinazione interessante per qualcuno potrebbe non esserlo per altri. Inoltre una meta già codificata e mappata potrebbe non essere il punto a cui tendere; per noi è meglio condurre tutti ai margini della disciplina e invitare ciascuno a mapparla e a tracciare il suo percorso e la sua direzione. 

Istituzioni come NABA puntano anche sulla capacità di evolvere, captando velocemente i segnali del cambiamento. Come si risponde alle sollecitazioni della contemporaneità progettando un nuovo corso di studio? 
NABA rivede l’offerta formativa annualmente, e questa revisione può portare all’introduzione o anche (in casi molto più rari) alla rimozione di corsi. A volte è il mercato che ci aiuta a capire e a leggere le discipline, poiché l’interesse verso la formazione in un certo settore spesso manifesta, in maniera un po’ misteriosa, una richiesta dell’industria. Se futuri studenti e industria non si parlano a livello macro, infatti, è vero però che il loro incontro avviene sulla base dei cosiddetti trend globali, per cui l’interesse a studiare qualcosa è spesso legato al desiderio di consumare beni e servizi di quel tipo e quindi, indirettamente, anche a chi li produce e fornisce. 
Questo è un primo tema. Poi certo c’è il grosso contributo fornito dalla faculty, e cioè dei docenti NABA, che oggi sono circa 1200. Moltissimi di loro lavorano con aziende e istituzioni all’avanguardia e aiutano l’Accademia a monitorare le esigenze del mondo industriale e professionale, fornendo input su possibili nuovi percorsi da esplorare. 
Questa ricettività nei confronti degli input non esclude anche il ruolo attivo dell’Accademia, che promuove ricerca e si attiva per trovare aziende e partner con cui collaborare e lavorare alla progettazione di nuovi corsi. 

Come scegliete i vostri partner?
Esiste in NABA l’Ufficio Industry Relations, che si occupa proprio di scouting, e cioè della ricerca di nuove opportunità di collaborazione. Quando individuiamo un’azienda o un’istituzione che ci interessa, siamo noi a presentarci e a proporre collaborazioni che spaziano da progetti di interazione con gli studenti, ad accordi per stage e opportunità lavorative. Attualmente lavoriamo con istituzioni come, tra le altre, Triennale Milano, MUDEC Museo delle Culture, Fondazione Cinema per Roma, Conservatorio di Milano, Fabbrica del Vapore, Anteo Palazzo del Cinema, FAI Fondo Ambiente Italiano e con aziende quali The Swatch Group, Seletti, Siemens, Toshiba, Venchi, Mantero, Warner Bros, Borbonese, Bulgari, Giorgio Armani o Arnoldo Mondadori Editore. 

Guido Tattoni, direttore NABA, Nuova Accademia di Belle Arti.

Francesca Filippi, 15 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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