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Giovanni Curatola
Leggi i suoi articoliSi fa un gran parlare di quest’isola (Hormuz), da sempre in posizione strategica per il controllo del Golfo Persico e del Mare Arabico (tanto per non scontentare nessuno). Ci sono stato nel 1980. Con un barcone da pesca partendo da Bandar Abbas, denominazione che spiegherò fra poco. Ospite di un buon albergo, ebbi incautamente a chiedere se nelle acque antistanti ci fossero squali, e la risposta che credo volesse essere tranquillizzante fu: «Sì, qualcuno si vede; ma non è mai morto nessuno… Tutt’al più una gamba o un braccio!».
L’isola era stata occupata dai Portoghesi che vi avevano costruito un solido fortilizio nel 1514 e «liberata» (1622) dallo scià Abbas I (il Grande), straordinario sovrano safavide, primario artefice della gloria artistica della sua capitale (Isfahan) e uomo cosmopolita e di genio, il cui nome segnò poi il toponimo portuale. Scopo della mia ricognizione era quello di cercare qualche frammento di porcellana cinese blu e bianca; mi era stato segnalato che lungo le coste dell’isola non fosse raro imbattersi in tali manufatti che ben documentavano i traffici portoghesi e la diffusione più o meno ubiqua (anche a Siraf, sempre in Iran e sull’isola di Failaka prospiciente il Kuwait) di tali reperti i quali giungevano in Iran, e oltre, lungo una direttrice marittima (quella, appunto, che aveva un caposaldo in Hormuz), e quella terrestre d’Asia Centrale che sbucava a Mashhad. Ebbi fortuna e trovai, non lontano dalla fortezza, interessanti frammenti che confermavano appieno l’importanza dello scalo anche riguardo a tali commerci, settoriali, sì, ma non secondari. Ricordo anche il molo di partenza del barcone proteso in mare per qualche decina di metri e sul quale erano numerosi i pescatori, armati solo di una spessa lenza, priva di canna, terminante con un grosso amo: strattonavano il filo in su e giù e spesso tiravano su qualcosa, a testimonianza dell’eccezionale pescosità del luogo, penso opportunamente pasturato. Sull’isola vi erano (e indubbiamente vi sono) larghi tratti di una fanghiglia rossa intensa che macchiò indelebilmente i miei zoccoli di legno; sono durati anni e lo sfregio rosso vivo, che inizialmente mi aveva irritato e avevo tentato di ripulire, non è mai scolorito diventando col tempo un bellissimo ricordo. Ma c’è un’altra circostanza che mi piace ricordare. Hormuz era ben conosciuta anche dalle nostre parti, almeno in epoca rinascimentale. Vi proveniva un tessuto serico (cremisi: anche l’etimologia di questo termine rimanda al persiano, da «kerm», verme, da cui in traslitterazione appunto rosso cremisi e in traduzione vermiglione) denominato «ormesino».
A Venezia, nel sestiere di Cannaregio, c’è la «Fondamenta degli Ormesini», così denominata per le botteghe che vi lavoravano imitazioni del pregiato tessile orientale. Poi imitato anche in altri laboratori e centri: a Firenze («ermesini»), appunto a Venezia e dal 1528 anche a Vicenza. Insomma, niente di nuovo sotto il sole, sempre che si abbia memoria storica.
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