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Una veduta della mostra «L’Età» di Emma Talbot alla Collezione Maramotti nel 2022

© Emma Talbot. Courtesy Collezione Maramotti. Foto: Dario Lasagni

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Una veduta della mostra «L’Età» di Emma Talbot alla Collezione Maramotti nel 2022

© Emma Talbot. Courtesy Collezione Maramotti. Foto: Dario Lasagni

Da vent’anni il Max Mara Art Prize valorizza la creatività femminile

Nella Strozzina di Firenze sono esposte le opere finali dei progetti che dal 2005 si sono aggiudicati il premio, frutto della collaborazione tra il brand di moda, la Whitechapel Gallery di Londra e la Collezione Maramotti di Reggio Emilia

Si propone come celebrazione del ventennale del Max Mara Prize for Women, e si impone all’attenzione come un’occasione per rileggere due decenni di innovazione e creatività al femminile, attraverso nove progetti artistici di respiro internazionale, nati da un intenso sistema di relazioni tra Regno Unito e Italia. «Time for Women! Empowering Visions in 20 Years of the Max Mara Art Prize for Women», la mostra organizzata in collaborazione con Fondazione Palazzo Strozzi a Firenze dal 17 aprile al 31 agosto, porta nella Strozzina le opere finali dei progetti che, a partire dal 2005, si sono aggiudicati il prestigioso premio, frutto della collaborazione tra il brand di moda Max Mara, la Whitechapel Gallery di Londra e la Collezione Maramotti di Reggio Emilia

La varietà dei media e delle poetiche delle nove artiste in mostra, da Margaret Salmon (Suffern, Ny, 1975) a Hannah Rickards (Londra, 1979), Andrea Büttner (Stoccarda, 1972), Laure Prouvost (Lille, 1978), Corin Sworn (Londra, 1976), Emma Hart (Londra, 1974), Helen Cammock (Staffordshire, 1970), Emma Talbot (Stourbridge, 1969) e Dominique White (Rochford, 1993), è lo specchio dell’apertura del premio a ogni forma di espressione rappresentativa del nostro tempo; mentre la notorietà ormai raggiunta dalle artiste, che erano tutte esordienti o al massimo mid-career al momento della loro partecipazione, ne conferma l’efficacia per la valorizzazione della ricerca delle donne, obiettivo principale dell’iniziativa. 

Come racconta Sara Piccinini, dal 2021 direttrice della Collezione Maramotti e testimone della manifestazione fin dagli esordi. 

Uno still dal film «Ninna Nanna», 2006, di Margaret Salmon. © Margaret Salmon. Courtesy Collezione Maramotti

Negli anni Duemila la presenza delle figure femminili sulla scena artistica si è attestata in maniera progressiva. Com’è nato e come si è evoluto il Max Mara Prize in questi vent’anni?
Lavoro per la Collezione Maramotti dal 2007 e ho potuto seguire l’evoluzione del Max Mara Prize dalla prima edizione. Rispetto all’inizio le dinamiche sono un po’ cambiate, ma non i valori. L’idea del premio è nata dall’incontro di Max Mara (un brand di prêt-à-porter impegnato nell’empowerment femminile, che aveva già sviluppato progetti artistici indipendentemente dalla Collezione della famiglia Maramotti fin dagli anni Novanta) con la Whitechapel Gallery, un’istituzione che ha sempre avuto nel suo Dna l’organizzazione di mostre di artiste, anche grazie a Iwona Blazwick, che ne è stata la direttrice per vent’anni, e che ha rinvigorito questa visione. La scena artistica di Londra nei primi anni Duemila era particolarmente vivace e il premio si è subito posto l’obiettivo di offrire un trampolino di lancio ad artiste (dall’ottava edizione «persone che si identificano nel genere femminile») con base nel Regno Unito, senza barriere anagrafiche o di nazionalità, ancora emergenti o non molto affermate, scelte sulla base di un progetto da realizzare in seguito a una residenza di sei mesi in Italia. Inizialmente la residenza era supervisionata e coordinata a distanza dalla Whitechapel e le istituzioni partner erano la Fondazione Pistoletto a Biella, l’American Academy e la British School a Roma. Poi, soprattutto a partire dalla quinta edizione, con il progetto di Corin Sworn, la Collezione Maramotti è diventata l’attore principale del coordinamento della residenza italiana. L’organizzazione si è sviluppata per seguire in modo più puntuale le esigenze delle artiste, e questa è stata la principale evoluzione fisiologica, mentre i principi e i criteri di selezione sono sempre rimasti gli stessi. La finalità, infatti, non è solo offrire un supporto economico assegnando un premio in denaro, ma anche mettere l’artista al centro di un’esperienza profonda, offrirle l’opportunità di avere tempo, spazio e risorse per concentrarsi su un progetto ambizioso, vivendo un’esperienza contemporanea di Grand Tour, arrivando a conoscere un Paese meraviglioso come l’Italia, dal punto di vista delle persone, del patrimonio, delle tecniche e dei materiali. Le giurate che negli anni si sono succedute sono sempre state figure attive sulla scena artistica britannica. Sulla selezione e sulla scelta della vincitrice noi non siamo coinvolti, ma possiamo dire che abbiamo sempre avuto premiate che in seguito hanno ottenuto risultati brillanti, talvolta davvero dirompenti: c’è chi ha vinto il Turner Prize, chi ha partecipato alla Biennale di Venezia, chi ha avuto grande visibilità nel circuito internazionale. 

Andrea Büttner, «Vogelpredigt», 2010. © Andrea Büttner, by Siae 2025. Courtesy Collezione Maramotti. Foto: Dario Lasagni

Qual è, nello specifico, la vostra azione nell’affiancare le artiste in residenza? 
Pur lasciando spazi di autonomia, noi interveniamo per quanto riguarda la programmazione, dal supporto logistico all’organizzazione degli incontri e delle relazioni. Questo è davvero un sostegno importante, e lo è stato tanto più quando le artiste sono arrivate con la famiglia, a volte con bambini molto piccoli. Non è un aspetto secondario, perché sappiamo che la maternità è un tema per la conciliazione tra vita e carriera, e noi abbiamo sempre fatto in modo che per i sei mesi della residenza le vincitrici non dovessero avere preoccupazioni di altro genere se non di lavorare sul proprio progetto. Il supporto che tre realtà importanti come quelle che promuovono il premio possono dare è un valore, ma anche il sistema di relazioni che si crea è molto interessante, perché nascono rapporti personali e professionali che proseguono nell’arco di due anni, dal momento in cui inizia l’iter del premio alla mostra finale. Per ogni tappa delle residenze, in base alle loro esigenze, le artiste hanno dei tutor, che possono essere istituzioni oppure artisti, tecnici, artigiani, critici, accademici, ricercatori, e molto spesso nascono relazioni di stima e amicizia, o di interesse professionale. Un caso emblematico è quello di Emma Talbot, che dopo aver trascorso due mesi della sua residenza a Reggio Emilia, sperimentando tecniche tessili, ha poi deciso di trasferirsi qui. Ogni artista lavora in modo diverso, ma ogni volta si è attivata una rete straordinaria, e anche per noi della Collezione Maramotti tutto questo ha dato esiti utili per il futuro.

Laure Prouvost, immagini e appunti raccolti dall’artista durante la sua residenza in Italia. © Laure Prouvost, by Siae 2025. Courtesy Collezione Maramotti; Whitechapel Gallery

Le opere realizzate vengono esposte prima a Londra poi a Reggio Emilia. Qual è l’impatto di queste due mostre?  
La scena artistica è ovviamente molto diversa tra Londra e Reggio Emilia. Nel primo caso, le artiste hanno un’occasione di visibilità nel Paese in cui hanno base, mentre da noi si presentano sulla scena italiana ed entrano in una collezione prestigiosa. Ma è un’esperienza importante anche a livello installativo perché, pur presentando in entrambe le sedi le stesse opere, il progetto si ambienta in funzione dello spazio espositivo.

A quale futuro guarda il Max Mara Prize?  
Credo sia importantissimo mantenere saldi i principi che l’hanno ispirato perché, anche in riferimento alla situazione politica attuale, la condizione delle donne non è ancora di parità. Il futuro del Max Mara Prize è di continuare a essere dov’è importante esserci, accanto ad artiste che meritano di emergere, impegnandosi per far conoscere la splendida ricchezza di patrimonio, di persone, di tecniche e di possibilità dell’Italia. Perché quello che tutte loro hanno fatto è stato restituirci un’immagine interessante del nostro Paese con uno sguardo esterno, e così il progetto è stato un arricchimento per tutti.

Uno still dal video «Chorus 1», 2019, di Helen Cammock. © Helen Cammock. Courtesy Collezione Maramotti

Valeria Tassinari, 05 aprile 2025 | © Riproduzione riservata

Da vent’anni il Max Mara Art Prize valorizza la creatività femminile | Valeria Tassinari

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