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Shirin Neshat, Do U Dare!, 2025

Courtesy of the artist, Gladstone, and Lia Rumma Gallery, Milan/Naples

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Shirin Neshat, Do U Dare!, 2025

Courtesy of the artist, Gladstone, and Lia Rumma Gallery, Milan/Naples

Dal sogno americano alla tragedia. La danza disperata di Nasim, secondo Shirin Neshat

La nuova mostra dell'artista iraniana trasforma la cronaca di un suicidio in una meditazione universale sulla solitudine e l'ingiustizia

«Se in passato mi sono soffermata sulla critica alla società e al regime iraniano, ora mi concentro su un altro sistema autoritario, quello statunitense», racconta Shirin Neshat, introducendo la mostra «Do U Dare!», organizzata da Associazione Genesi e Banca Ifis, a Palazzo Marin, a Venezia, fino al 6 settembre. Lo dice con una calma disarmante che trasuda autorevolezza e sicurezza, in indiretto ma manifesto contrasto alle rumorose polemiche che stanno accompagnando questa Biennale di Venezia 2026, che a pochi passi dal museo vive le ultime ore di preview, prima di aprire al pubblico. L'artista e attivista iraniana, ma basata a New York, prosegue a lottare senza più nulla da dimostrare (lo ricorda lei stessa, era il 1999 quando fece, proprio a Venezia, il suo debutto sulla scena internazionale), ma con la voglia di continuare a mostrare con le sue opere le derive del male. E a cercare di prevenenirle, almeno quelle che verranno. 

«La paura conduce all'ira, l'ira all'odio, l'odio conduce alla sofferenza» diceva un famoso maestro di un famoso film di fantascienza, che con l'artista sembra condividere una saggezza sconfinata. La stessa Neshat sceglie di avvalersi di un linguaggio fantasioso, facendo muovere il suo personaggio (reale) in una New York surreale. Le strade della città sembrano più larghe, i suoi palazzi più alti, irrangiungibili, quando Nasim Aghdam, impersonata dall'attrice Pegah Ferydoni, si muove nel primo dei tre video che compongono l'esposizione curata da Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi. «Il progetto parla di una donna emarginata e reclusa che si è trasferita negli Stati Uniti. È un'immigrata che non si sente a suo agio nel Paese; se in passato mi sono soffermata sulla critica alla società e al regime iraniano, ribadisce Neshat, ora mi concentro su un altro sistema autoritario, quello statunitense, visto però dal punto di vista di una donna iraniana. Non voglio fare proclami o dare giudizi morali, ma semplicemente esprimere questa prospettiva». 

Shirin Neshat, Do U Dare!, 2025. Courtesy of the artist, Gladstone, and Lia Rumma Gallery, Milan/Naples

La donna di cui l'autrice assume lo sguardo è la già citata Nasim Aghdam, e la sua è una storia vera. Fuggita dall'Iran, vive per un periodo in un campo profughi in Turchia, prima di riuscire a raggiungere gli Stati Uniti. Qui, però, non si ambienterà mai. A raccontarlo è il primo dei tre cortometraggi, inscenato in un quartiere di immigrati a Brooklyn. Vediamo Nasim mentre attraversa una comunità segnata da povertà, esclusione e silenziosa disperazione, che è anche la sua. Osservando vite intrappolate nell’indifferenza e nell’alienazione culturale, diventa testimone della crudeltà che si cela dietro il sogno americano. «In a land of make-believe/That don’t believe in me» cantavano i Green Day in «Jesus of Suburbia» (2004), traccia che ben si adatta (ma che aggiungiamo idealmente noi al discorso) al sentimento della protagonista, che percepisce una quieta ribellione crescere progressivamente, fino a trasformarsi in un atto radicale di protesta e vendetta, nel disperato bisogno di essere ascoltata.

Il problema, come mostra il secondo video, è che l'unica a prestarsi attenzione era lei stessa. «Pur non avendo mai studiato arte, nella sua stanza realizzava video incredibili in cui danzava, cantava e montava tutto da sola. Ha poi trovato una piattaforma, YouTube, dove condividere le sue creazioni. Migliaia di persone guardavano i suoi contenuti, e il peso dell'isolamento iniziava a farsi meno gravoso», spiega Neshat. Nella finzione dell'opera, ecco che vediamo Nasim in mezzo a una Wall Street brulicante e frenetica, dove uomini e donne si muovono meccanicamente nella loro routine, emotivamente svuotati e disconnessi. Con il calare della notte, la folla senza anima viene misteriosamente attratta da una voce che canta. Seguendo il richiamo del suono, Nasim scopre di esserne la fonte, trasformata in una performer capace di catturare l’attenzione della folla e commuoverla fino alle lacrime. L'arte è la via per potersi esprimere, per soddisfare il desiderio legittimo e compulsivo di essere vista, ammirata e riconosciuta.

Il video finale si svolge nella casa di Nasim, in un sobborgo di New York, dove realizza in segreto i propri contenuti digitali, ispirati alle sue esperienze con il mondo e con i media. Interpreta ripetutamente personaggi diversi, cantando, ballando e passando da una persona all’altra. Attraverso queste performance ridicolizza l’immagine che l’America costruisce di sé come superpotenza globale, mettendo in luce le contraddizioni che la sostengono: l’ipocrisia politica, il razzismo sistemico e le persistenti strutture di ingiustizia che contraddicono la retorica nazionale di libertà e democrazia. Alla storia di Nasim manca però l'epilogo tragico, quello che in mostra si trova simbolicamente nel primo video (e, del resto, per concludere il percorso si deve proprio ripassare dalla sala iniziale).

Shirin Neshat, Do U Dare!, 2025. Courtesy of the artist, Gladstone, and Lia Rumma Gallery, Milan/Naples

«YouTube era la sua unica vita sociale, ma all'improvviso la piattaforma ha deciso di bloccare i suoi video e chiudere il canale. In seguito all'ingiustificata censura, la donna, colta da una rabbia disperata, si è recata negli uffici di YouTube e ha aperto il fuoco con un fucile», ricorda Neshat. «Per fortuna non ha ucciso nessuno, ma è poi riuscita a togliersi la vita. È una parabola tragica: scappata dal regime iraniano per poi morire nella hall di una grande azienda americana».

Ricamando con acume l'abisso psicologico di Nasim attorno a all'impermeabilità sistema della società americana, illusoria e autoritaria con chi le appartiene direttamente, la mostra si configura come una meditazione sull'esilio, la solitudine, l'ossessione artistica e il fragile confine tra creazione e autodistruzione. Se le strade di New York sembravano più larghe, la casa di Nassim la immaginiamo stretta, sempre più stretta attorno al suo animo straziato, compresso in un isolamento deflagrato in dramma. Per il maestro Yoda le radici della sofferenza erano la paura, l'ira, l'odio. Sentimenti che di certo appartenevano a Nasim, ma che evidentemente non erano estranei nemmeno a chi, per ragioni mai chiarite, ha deciso di chiudere anche l'unico varco che la donna conservava per guardare fuori da se stessa; e per permettere a qualcuno, all'esterno, di vedere lei.

La vediamo noi, ora, Nasim, grazie a Shirin Neshat. Fuori tempo massimo per salvarla, ma forse non troppo tardi per ricordare la sua storia. E con essa illuminare altri destini smarriti nel terrore di essere soli al mondo. 

Davide Landoni, 08 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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