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Oriol Vilanova, Los restos. Installation view, Spanish Pavilion, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, Venice, 2026

Photo: Roberto Ruiz

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Oriol Vilanova, Los restos. Installation view, Spanish Pavilion, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, Venice, 2026

Photo: Roberto Ruiz

Dalla Biennale ad Art Basel: gli artisti che abbiamo visto a Venezia e ritroveremo a Basilea

A unire i due appuntamenti la dinamica che vede succedere al momento espositivo la sua finestra commerciale, ma anche l'eredità intellettuale della curatrice svizzero-camerunense Koyo Kouoh

Mentre la primavera muove verso l'estate, l'ecosistema dell'arte contemporanea prosegue il pellegrinaggio in tre tappe che dalla Biennale di Venezia lo condurrà fino a Art Basel, a Basilea, passando per le grandi vendite di New York. La grande mostra internazionale, le grandi aste americane, la grande fiera svizzera. Itinerario che dall'opera muove verso la sua commercializzazione, in un nodo che resiste ad ogni inutile grido allo scandalo. Se degli artisti che dalla Laguna sono - idealmente - passati a Manhattan abbiamo già parlato, è ora venuto il momento di concentrarci sugli autori - con relative gallerie - che dopo il loro momento espositivo cercano di chiudere il cerchio mettendo a referto qualche vendita.

Il legame che unisce i due appuntamenti si stringe nel nome e nell'eredità intellettuale di Koyo Kouoh. La curatrice svizzero-camerunense, che ha plasmato l'architettura concettuale della 61ª Biennale di Venezia prima della sua prematura scomparsa nel maggio 2025, era profondamente radicata nella vita culturale di Basilea, città in cui risiedeva per lunghi periodi e dove aveva prestato la sua competenza anche come giurata degli inaugurati Art Basel Awards. La sua mostra veneziana, intitolata «In Minor Keys» (In toni minori), agisce come un manifesto politico ed estetico radicale: un invito esplicito a rallentare, a rifuggire la spettacolarizzazione commerciale e a cercare nell'arte uno spazio di consolazione, indagine e guarigione.

I temi sollevati da Kouoh - la memoria storica, il trauma identitario, la sacralità della materia, la visibilità delle diaspore e l'urgenza espressiva del Sud Globale - fluiscono da Venezia al centro dell'Europa, tracciando la rotta di istanze curatoriali e sociali che uniscono appassionati e collezionisti di tutto il mondo. Eccone alcuni degli spunti, e degli artisti, che troveremo.

Ricordare e documentare

Gala Porras-Kim (Sprüth Magers, Commonwealth and Council, Kukje Gallery, kurimanzutto) La borsa di studio MacArthur 2025 porta a Venezia e poi a Basilea la sua lucida critica alle metodologie di conservazione dei musei occidentali. Nel Padiglione delle Arti Applicate, in collaborazione con il Victoria and Albert Museum (V&A) e attingendo a collezioni come quella del Metropolitan Museum of Art di New York, Porras-Kim mette in scena la «vita spirituale» degli oggetti catalogati. Attraverso disegni meticolosi, colture di muffe ed eleganti installazioni, l'artista interroga il pubblico su quanto significato vada perduto nei processi di classificazione e propone modalità di restituzione dei manufatti ai loro contesti rituali originari. 

Guadalupe Rosales (Commonwealth and Council) Di fronte all'assenza di archivi istituzionali dedicati alla comunità Latinx di East Los Angeles, Rosales ha risposto creando contronarrazioni digitali e fisiche. Conosciuta per i suoi progetti di crowdsourcing, l'artista documenta la subcultura rave degli anni '90 e le identità femminili chicano. La sua potente installazione «Portal» alla mostra internazionale della Biennale contrasta fermamente gli stereotipi razzisti dei media, un'energia politica che i collezionisti ritroveranno intatta negli spazi di Art Basel. 

Tra gli altri autori da non perdere ci sono Zoe Leonard (Galerie Gisela Capitain, Galleria Raffaella Cortese, Paula Cooper), presente in Biennale con l'imponente «Display IX (1994–2025)» e a Basilea l'opera storica «Jordan in the hallway»; Walid Raad (Paula Cooper Gallery, Sfeir-Semler Gallery); Sung Tieu (Emalin, Sfeir-Semler Gallery), protagonista del Padiglione Tedesco; e Oriol Vilanova (Galería Elba Benítez), autore dello struggente intervento «Los restos» al Padiglione Spagnolo.

Guadalupe Rosales. Installation view, In Minor Keys, 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, Venice, 2026. Photo: Mark Blower. Courtesy: the artist and Commonwealth and Council

Riscrivere e riformulare la storia

Otobong Nkanga (Lisson Gallery) Apre idealmente questa sezione, celebrata già in Laguna con la potente installazione «Soft Offerings to Silenced Voices and to All Who Have Turned to Dust», una riflessione lirica e materica sulla memoria e sulla fragilità dei corpi che si riverbererà sullo stand della galleria a Basilea. 

Kemang Wa Lehulere (Galerie Tschudi, blank projects). Basato a Città del Capo, Wa Lehulere conferisce una seconda vita politica a oggetti ordinari legati all'era dell'apartheid. Valigie che evocano l'esilio forzato, pneumatici che richiamano i blocchi stradali delle township e banchi di scuola che rimandano alle sanguinose proteste studentesche di Soweto del 1976 prendono una forma solenne a Venezia nell'installazione «I bleach my words for your comfort». Una biblioteca scandita da mani di gesso che costringe il pubblico a confrontarsi con l'eredità pervasiva del trauma sudafricano post-1994. 

Kaloki Nyamai (Galerie Barbara Thumm) Rifiutando una narrazione bidimensionale e semplificata della storia keniota, Nyamai stratifica la tela con acrilico, corda di sisal e trasferimenti fotografici di carta stampata. Ispirandosi alle tradizioni orali del popolo Kamba tramandate dalla madre e dalla nonna, le sue monumentali opere esposte all'Arsenale sono letteralmente cucite insieme da fili di pneumatici bruciati, un forte contrappunto visivo che simboleggia la sutura e la guarigione di una società fratturata. 

Il percorso transcontinentale prosegue con le riscritture storiche e geografiche di Abbas Akhavan (Catriona Jeffries), che abita il Padiglione Canadese con l'opera commissionata «Entre chien et loup» e si presenta in fiera con l'enigmatico «Untitled»; Dana Awartani (Lisson Gallery, Sfeir-Semler Gallery) con le sue geometrie cariche di storia per il Padiglione dell'Arabia Saudita; e Yto Barrada (Pace Gallery, Sfeir-Semler Gallery), le cui ricerche visive ridefiniscono gli spazi del Padiglione Francese.

La cura, il rituale e la carne

Guadalupe Maravilla (P.P.O.W, mor charpentier). Fuggito da solo a otto anni da El Salvador durante la guerra civile, Maravilla ha superato in età adulta un grave cancro, evento che lo ha spinto a riscoprire i rituali di guarigione ancestrali. La sua celebre serie «Disease Thrower» (Scacciatori di malattie) si compone di sculture-santuario, gong e copricapi realizzati con materiali trovati lungo le rotte migratorie. L'opera «ICE Age Disease Thrower #4» presentata a Venezia è un trono terapeutico attivato da cerimonie sonore, mentre mor charpentier presenterà a Basilea i suoi intimi e potenti «Retablos». 

Ranti Bam (James Cohan Gallery). L'artista nigeriana usa l'argilla per azzerare la distanza tra la carne umana e la materia terrestre. Per la serie di sculture «Ifá», Bam preme l'argilla fresca direttamente contro il proprio corpo, lasciando che le pieghe e le texture imitino la pelle e i muscoli. Poggiate su akpoti (sgabelli indigeni legati al riposo e alla dimension spirituale), queste sculture appaiono a Venezia come vasi sacri carichi di memoria ancestrale e tracce di contatto fisico. 

A completare questa esplorazione del corpo e della catarsi spirituale concorrono Kader Attia (Galerie Nagel Draxler), da sempre focalizzato sui concetti antropologici di ferita e riparazione, e Nick Cave (Jack Shainman Gallery), con le sue esplosive e rituali messe in scena performative e scultoree.

Guadalupe Maravilla, ICE Age Disease Thrower #4, 2026. Presented at the 61st International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, Venice, 2026. Photo: Hafid Lhachmi. Courtesy: the artist and mor charpentier

Simbiosi ecologica e linguaggi nativi

Dan Lie (Barbara Wien). L'artista di base a Berlino collabora attivamente con batteri, funghi e piante in decomposizione. Le sue installazioni all'Arsenale, come «Temple of Passages», mutano costantemente durante i mesi di apertura, sprigionando odori terrosi e floreali attraverso spesse corde marittime. Intrecciando studi queer, migrazione e l'ultimo, l'opera di Lie costringe il visitatore ad accettare la transitorietà e a rintracciare la bellezza nei processi di trasformazione biologica. 

Sara Flores (White Cube). Prima artista indigena a rappresentare il Perù alla Biennale, Flores porta in Laguna l'antico linguaggio visivo kené della comunità Shipibo-Konibo dell'Amazzonia peruviana. Lavorando interamente a mano libera, l'artista traccia complessi motivi geometrici su cotone selvatico utilizzando pigmenti naturali estratti da cortecce e frutti. Le sue opere sono mappe spirituali ed ecologiche che incarnano la lotta politica delle popolazioni native per la protezione della foresta amazzonica, pronte a fare il loro ingresso nello stand di White Cube a Basilea. 

In questo dialogo serrato con la materia della Terra si inseriscono perfettamente anche le monumentali sovrapposizioni cromatiche e culturali di Alvaro Barrington (Emalin, Sadie Coles HQ, MassimoDeCarlo, Thaddaeus Ropac); le indagini antropologico-visive di Sohrab Hura (Experimenter); la delicata e mitologica installazione «Con te, con tutto» concepita da Chiara Camoni (Andrew Kreps Gallery) per il Padiglione Italia; e l'approccio dissacrante e organico di Maja Malou Lyse (Galleri Nicolai Wallner) all'interno del Padiglione Danese.

Identità di genere ed etnica

Lubaina Himid (Greene Naftali, Hollybush Gardens). Pioniera del Black Art Movement britannico e prima donna nera a vincere il Turner Prize nel 2017, Himid trasforma il Padiglione Britannico in un palcoscenico per domande scomode sulla storia coloniale dell'impero. Attraverso dipinti dai toni accesi raffiguranti scene domestiche e accompagnati da un soundscape bucolico, l'artista restituisce dignità, spazio e una profonda indagine psicologica a figure nere troppo a lungo ignorate dalla storiografia ufficiale. 

Wangechi Mutu (Gladstone Gallery, Victoria Miro). Dopo le celebri installazioni sulla facciata del Metropolitan Museum nel 2019, Mutu porta a Venezia un monumentale e stratificato Giardino dell'Eden multimediale, dominato dalla straordinaria scultura «SimbiSiren (2026)». L'artista, combinando materiali organici raccolti in Kenya e un'iconografia fantastica, decostruisce le narrazioni mediatiche occidentali per celebrare la resilienza, la fluidità e il potere mitologico del corpo femminile nero.

Redazione, 08 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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