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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliOpaco è il nostro linguaggio. Troppe parole, poco ascolto. Non si condivide più, si impone. Non si dialoga più, si urla. Così, nella frenesia «del dire», si perde la relazione profonda della parola e la sua capacità di creare senso condiviso. Da qui nasce «Le parole degli altri», la nuova mostra di Fabrizio Dusi, a cura di Giorgia Ligasacchi, aperta fino all’11 gennaio 2026 negli spazi di Palazzo Martinengo di Villagana, sede direzionale di BPER Banca a Brescia.
Il progetto si sviluppa come un percorso immersivo tra parola, materia, luce e relazione. Le opere non risolvono, mettono in crisi e sollecitano domande. In un mondo che appiattisce differenze e riduce la comunicazione a messaggi rapidi e sintetici, Dusi restituisce alle parole la loro capacità di creare senso, di trasformare, di costruire relazioni. Il linguaggio non è solo strumento di comunicazione, ma veicolo di identità. Accogliere le parole degli altri diventa così atto di cura e attenzione; gesto di ascolto autentico che implica «farsi trasformare» dalla parola, mettere in discussione se stessi e riconoscere la molteplicità dei punti di vista. Da qui prende forma la trama concettuale della mostra, che intreccia due archetipi: la Torre di Babele e l’Annunciazione. La prima racconta la frantumazione dei linguaggi, l’impossibilità di comprendersi. La seconda l’irrompere della parola come rivelazione, ascolto e possibilità di scelta. Due poli opposti, ma connessi. Materiali diversi – neon, ceramica, legno, coperte isotermiche – diventano strumenti di un discorso visivo che attraversa fragilità, ambiguità e potenzialità relazionali del linguaggio. Lo scalone d’onore del palazzo accoglie il visitatore con l’installazione luminosa «All that glitters is not gold», monito contro la seduzione del linguaggio spettacolare, veloce, superficiale. Le parole possono abbagliare senza comunicare. Qui si invita a guardare oltre, a cercare il senso autentico.
Al primo piano, un quadro raffigura una figura immersa nella folla; sulla maglietta la scritta «Ascoltami». È un bisogno urgente, un grido sommesso che rivela come ascoltare l’altro possa diventare un gesto di protezione e di cura. Lo spazio principale è dominato da una grande installazione in ceramica: la folla della Torre di Babele colta nel momento della rottura comunicativa. Personaggi su più livelli, scritte in lingue diverse: l’umanità smette di comprendersi. Eppure, Dusi restituisce il mito come possibilità. Nella molteplicità dei linguaggi, delle culture e delle visioni si apre uno spazio per un ascolto reciproco, meno immediato ma più consapevole. Uniformità non significa verità, diversità non significa caos: accogliere la pluralità è costruire senso, non frammentarlo.
Il percorso prosegue con «It’s time to make a decision», reinterpretazione contemporanea dell’Annunciazione. Maria diventa soggetto attivo. Dialoga, interroga, decide consapevolmente. Senza mediazioni. L’opera si richiama al saggio di Michela Murgia Ave Mary. E la chiesa inventò la donna (2011), che propone una lettura alternativa della figura di Maria di Nazareth, rendendola protagonista del suo stesso destino. Il passato parla al presente. La confusione babelica si contrappone al dialogo autentico, alla possibilità di comunicazione rispettosa e trasformativa.
La mostra mette anche in evidenza la fragilità del dialogo contemporaneo e la necessità di riaprirsi all’ascolto. Il tema del linguaggio come ponte tra individui e culture si intreccia con la missione de La Galleria BPER, che promuove la «paideia», la trasmissione del sapere e la crescita personale come educazione civile. n questo orizzonte si inserisce anche il percorso condiviso con Fabrizio Dusi nel 2023 con «All that glitters is not gold» e nel 2024 con progetti scolastici, mostrando l’impegno costante nel sostegno all’arte contemporanea e nella riflessione critica.
Perché, alla fine, è proprio l’ascolto a farsi gesto artistico. Chiedere di essere ascoltati torna a essere un atto di coraggio, un invito alla relazione. Come in «Le vite degli altri» di Florian Henckel von Donnersmarck – testo da cui prende ispirazione il titolo della mostra – in cui un uomo riscopre la propria umanità attraverso ciò che sente dagli altri. Allo stesso modo, qui il linguaggio si trasforma da rumore a ponte. Ogni parola, ogni gesto, ogni attenzione diventa possibilità di comprendersi. A patto di voler ascoltare, davvero.
Fabrizio Dusi, «One among the others (The fallen crowd)», 2025. Courtesy l'artista.
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