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Courtesy of Elmgreen and Dragset

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Dieci anni dopo la Brexit: come sta davvero il sistema dell'arte britannico?

A dieci anni dal referendum che sancì l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea, il bilancio per il sistema dell'arte appare più complesso del previsto. Molte norme europee sono rimaste in vigore, altre sono state eliminate senza produrre effetti rilevanti, mentre continua a mancare una vera politica culturale capace di rafforzare la competitività internazionale di Londra nel nuovo scenario globale.

Angelica Kaufmann

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A dieci anni dal referendum sulla Brexit, il sistema dell'arte britannico offre un caso di studio interessante su come le trasformazioni politiche non producano necessariamente cambiamenti strutturali. L'uscita dall'Unione europea aveva alimentato aspettative opposte: da un lato chi prevedeva una drastica deregolamentazione del mercato, dall'altro chi temeva un irrigidimento burocratico e una perdita di competitività internazionale. Nessuno dei due scenari si è pienamente realizzato.

Il bilancio, come osserva il giurista Alexander Herman in una recente analisi pubblicata su The Art Newspaper, è quello di una riforma incompleta, costruita più per stratificazioni successive che attraverso una visione organica. Il risultato è un sistema che conserva molti degli obblighi europei senza aver elaborato una strategia autonoma per il futuro del settore.

L'esempio più evidente riguarda la normativa antiriciclaggio. Le regole europee introdotte nel 2018 sono rimaste sostanzialmente in vigore anche dopo la Brexit, pur non essendovi alcun obbligo giuridico di mantenerle. Per case d'asta, gallerie e operatori del mercato ciò significa continuare a sostenere costi amministrativi e procedure di conformità particolarmente gravosi, soprattutto per le realtà di dimensioni medio-piccole. La lotta al riciclaggio rappresenta naturalmente un obiettivo condiviso, ma molti operatori continuano a interrogarsi sulla proporzionalità di un apparato burocratico costruito in assenza di prove sistemiche di utilizzo del mercato dell'arte come canale privilegiato di riciclaggio.

Una situazione analoga riguarda la protezione dei dati personali. Anche il GDPR europeo è rimasto sostanzialmente intatto, sebbene il Regno Unito abbia introdotto alcune modifiche attraverso il Data (Use and Access) Act. Per musei, fondazioni e case d'asta il quadro regolatorio continua quindi a essere molto simile a quello precedente alla Brexit.

Diverso il discorso per il diritto di seguito degli artisti. L'Artist Resale Right, introdotto nel Regno Unito nel 2006 recependo una direttiva europea, è stato mantenuto. Dopo anni di dibattito, la previsione secondo cui avrebbe danneggiato il mercato britannico non si è concretizzata. Il sistema, grazie anche all'introduzione di un tetto massimo alle royalties, è oggi considerato uno degli elementi più equilibrati della legislazione artistica britannica.

Anche la normativa sul diritto d'autore continua a riflettere le scelte europee degli ultimi decenni. La durata della protezione resta fissata a settant'anni dopo la morte dell'autore, mantenendo ancora sotto copyright artisti come Pablo Picasso o Barbara Hepworth, che con la disciplina precedente sarebbero già entrati nel pubblico dominio.

Le modifiche più consistenti hanno riguardato invece alcune direttive europee considerate marginali. Sono state abrogate le norme sul rimpatrio dei beni culturali, quelle dedicate alle cosiddette opere orfane e parte della disciplina sulle esportazioni dei beni culturali. In molti casi si trattava però di regolamenti scarsamente utilizzati oppure sostituiti da strumenti nazionali equivalenti.

Più complessa è la questione dell'importazione dei beni culturali. A causa del Windsor Framework, le norme europee continuano infatti ad applicarsi all'Irlanda del Nord. Ne deriva una situazione paradossale: un ente britannico, l'Arts Council England, è chiamato ad applicare regolamenti europei per la circolazione di opere d'arte all'interno dello stesso Regno Unito, tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord.

Se il quadro normativo appare caratterizzato da continuità più che da rivoluzione, è sul terreno dell'innovazione che emerge forse il limite principale della politica britannica post-Brexit. Londra non ha seguito l'Unione europea né sulla Direttiva per il Mercato Unico Digitale né, soprattutto, sull'AI Act, lasciando ancora aperte molte questioni relative al rapporto tra intelligenza artificiale, diritto d'autore e creatività.

Dieci anni dopo il referendum, il problema del sistema dell'arte britannico sembra quindi andare oltre il semplice elenco delle norme mantenute o eliminate. La questione centrale è l'assenza di una strategia complessiva capace di ridefinire il ruolo del Regno Unito nel panorama internazionale. Negli stessi anni Parigi ha rafforzato il proprio ecosistema culturale e commerciale, attirando investimenti, gallerie internazionali e una delle principali piattaforme europee di Art Basel. Londra conserva un peso straordinario grazie alle sue case d'asta, ai musei, alle università, ai consulenti e ai servizi finanziari collegati al mercato dell'arte, ma la leadership non può più essere considerata acquisita.

La Brexit avrebbe potuto rappresentare l'occasione per costruire un quadro normativo più competitivo, semplificare gli adempimenti per gli operatori e rafforzare il ruolo internazionale della capitale britannica. Finora, invece, ha prodotto un sistema ibrido, nel quale convivono norme europee mantenute, deroghe nazionali e nuove complessità amministrative. Più che una rivoluzione legislativa, il decennio post-Brexit racconta dunque una lunga fase di transizione.

Angelica Kaufmann, 28 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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