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Giorgia Aprosio
Leggi i suoi articoliDa oltre cinquant'anni Art Basel è il luogo in cui il sistema dell'arte contemporanea va a misurare se stesso. Nata nel 1970, ha trasformato Basilea in una capitale temporanea dell'arte, capace di attrarre ogni anno galleristi, collezionisti, curatori, direttori di museo e advisor da tutto il mondo. Sulle sue pareti sono passati i protagonisti del secondo Novecento, le generazioni che ne hanno raccolto l'eredità e, spesso, gli artisti destinati a occupare un posto centrale negli anni successivi.
Se Art Basel resta ancora uno dei termometri più attendibili del mercato, l'edizione 2026 ha restituito l'immagine di un sistema prudente, più interessato a consolidare che a rischiare. La pittura ha dominato molti stand, confermando il suo ruolo di linguaggio centrale del contemporaneo; meno convincente, semmai, è stata la tendenza a impiegarla come scelta di sicurezza.
Soprattutto al piano terra, diverse presentazioni sembrano aver rinunciato a quel margine di ricerca e sorpresa che da sempre distingue Basilea dalle altre fiere. In una fase di cautela generale si tratta di una strategia comprensibile, forse anche prevedibile, ma non per questo meno indicativa. È prudenza, o l'accesso alla fiera più selettiva del sistema è diventato, per quelle stesse gallerie che potrebbero ancora permettersi progetti più ambiziosi, qualcosa da dare per scontato? Il rischio è che l'occasione venga percepita come ordinaria, e che si perdano il fascino e l'attrattività che rendono questo appuntamento unico nel suo genere.
Al piano superiore, per fortuna, le eccezioni non sono mancate. A offrirle sono state soprattutto le gallerie alla prima partecipazione, ancora capaci di sentire il peso simbolico dell'essere a Basilea: quelle che hanno scelto di rendergli omaggio attraverso stand progettuali, puntando a volte su nomi tutt'altro che prevedibili, e facendo centro.
Anche questa volta abbiamo selezionato dieci artisti under 35, o poco oltre, che si sono distinti durante la fiera. Come sempre, questa selezione non va intesa come una classifica né come una ricognizione esaustiva, ma raccoglie dieci giovani artisti che anche in un'edizione complessivamente prudente hanno dato buone ragioni per continuare a essere seguiti.
Jaime Welsh, Grip, 2026. Stampa ai pigmenti d'archivio su carta baritata, vetro museale, cornice in metallo saldato. 154 × 261 × 4,5 cm. Courtesy l’artista e Consonni Radziszewski
Jaime Welsh (1999)
Galleria: Consonni Radziszewski
Nato nel 1999, Jaime Welsh porta avanti una ricerca fotografica che intreccia architettura, memoria e potere. Le sue immagini, costruite attraverso un lungo processo di messa in scena e post-produzione, trasformano edifici storici e istituzionali in spazi sospesi e perturbanti, dove la presenza umana appare fragile rispetto alla monumentalità degli interni. Ad Art Basel 2026, Consonni Radziszewski presenta Grip (2026), una fotografia di grande formato ambientata nel caveau di una banca. La ripetizione seriale delle cassette di sicurezza e la presenza isolata di una figura seduta trasformano un luogo di controllo e custodia in uno scenario di sospensione e inquietudine. È in questo scarto — tra la razionalità fredda dell'architettura e la fragilità silenziosa del corpo che la abita — che Welsh trova la tensione e la cifra più autentica del suo lavoro.
Formatosi come pittore prima di dedicarsi alla fotografia, Welsh costruisce ogni lavoro con un'attenzione quasi cinematografica alla composizione, intervenendo digitalmente sulle architetture per accentuarne la dimensione psicologica. Dopo la partecipazione ad Art Basel Statements nel 2023 e a Frieze London nel 2024, nel 2025 ha presentato Convalescent alla Ginny on Frederick di Londra e nel 2026 The Gift al Museu Nacional de Arte Contemporânea di Lisbona. A soli ventisette anni, si distingue come una delle voci più promettenti della nuova fotografia europea.
Sans titre ad Art Basel 2026 con l’artista Liselor Perez. © Gabriele Abbruzzese
Liselor Perez (1999)
Galleria: Sans titre
Tra le presenze più convincenti di Statements, Liselor Perez ha trasformato lo stand di Sans titre in un interno domestico perturbante. Al centro, una bambola monumentale alta oltre cinque metri, realizzata con tessuti d'arredo recuperati, silicone e capelli sintetici, mostrava sotto l'ampia gonna una struttura metallica vuota, quasi fosse un corpo abitabile. Accanto, una bambola in miniatura e una finestra a grandezza naturale che, invece di aprirsi verso l'esterno, rivelava il disegno di una tenda chiusa. Attraverso continui slittamenti di scala e prospettiva, Perez ha costruito un ambiente in cui il familiare diventa inquietante e il visitatore si ritrova improvvisamente nella posizione della bambola. Quella reversibilità dello sguardo — chi guarda, chi è guardato, e chi è contenuto è il nucleo concettuale di un'installazione che sa tenere insieme gioco e angoscia senza cedere definitivamente a nessuno dei due.
Nata nel 1999 a Montélimar, vive e lavora a Parigi. Diplomata all'École nationale supérieure des Beaux-Arts nel 2025, dopo gli studi a Villa Arson e un programma di scambio in ceramica alla Tokyo University of the Arts, nello stesso anno ha ricevuto il 5° Rubis Mécénat Prize, grazie al quale ha realizzato un'installazione nella chiesa di Saint-Eustache a Parigi. Nel 2026 ha tenuto la sua prima personale da Sans titre ed è stata selezionata per la residenza di Villa Dufraine. Un percorso ancora agli inizi, ma già sostenuto da una notevole capacità di costruire immagini, corpi e spazi.
Pol Taburet, Paranoïa as a Method, 2026, acrilico, encausto, carboncino, pittura a base alcolica e pastello a olio su tela, 230 × 320 cm. Courtesy l’artista e Mendes Wood DM
Pol Taburet (1997)
Galleria: Mendes Wood DM
Le nuove opere di Pol Taburet presentate da Mendes Wood DM ad Art Basel 2026 confermano un immaginario ormai riconoscibile, fatto di figure ibride, maschere sfumate e corpi sospesi tra ritualità e metamorfosi. La tecnica resta centrale: l’aerografo produce aloni traslucidi, quasi spettrali, mentre gli interventi a pennello riportano l’immagine a una fisicità più concreta, soprattutto negli abiti, nei volti e negli sfondi. Ne nasce una pittura in bilico tra apparizione e materia, dove le suggestioni afro-diasporiche, la memoria caraibica e i riferimenti alla storia dell’arte non diventano mai racconto esplicito, ma restano come presenze sotterranee.
Dopo la mostra allo Schinkel Pavillon nel 2025, in cui la tavolozza sembrava essersi fatta più notturna e meno fluorescente rispetto agli esordi, Taburet continua a lavorare su una tensione costruita più dall’atmosfera che dal soggetto. Il rischio, semmai, è che alcuni motivi — cappucci, maschere, figure cerimoniali — finiscano per irrigidirsi in repertorio. Ma è anche il segno di un artista che ha già costruito un mondo riconoscibile e autentico, da cui è lecito aspettarsi nuovi modi di abitarlo.
Nato nel 1997, il riconoscimento istituzionale è già solido: nel 2026 è atteso al Kunstmuseum Bonn ed è incluso in collettive al New Museum di New York, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Venezia e al Kunstmuseum Stuttgart; nel 2025 ha esposto al Schinkel Pavillon di Berlino, ai Cahiers d'Art di Parigi e alla sede madrilena della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Con opere in collezioni come Pinault Collection, Reina Sofía, Lafayette Anticipations e Boros Collection, è più una conferma che una scoperta, ma resta tra gli artisti della sua generazione con il maggiore margine di sviluppo.
Alma Feldhandler, Vieux monsieur à la gare avec du pain, 2026. Olio e pastello su lino. 150 x 96 cm. Foto: RMJ. Courtesy l’artista e Meyer Riegger
Alma Feldhandler (1996)
Galleria: Meyer Riegger
La pittura di Alma Feldhandler si muove tra memoria, storia e immaginazione. L’opera presentata da Meyer Riegger in occasione di Art Basel 2026 mostra un anziano raccolto su se stesso, immerso in una tavolozza tenue e attraversato da velature che sembrano insieme costruirne e dissolverne il corpo. A uno sguardo più attento, le linee tendono quasi ad astrarre la presenza umana in forme geometriche, facendo coincidere anatomia e sfondo. Più che raccontare un episodio preciso, Feldhandler costruisce un’atmosfera in cui il ricordo affiora in modo frammentario. Attingendo a fotografie d’archivio e testi storici, l’artista affronta la memoria della cultura ebraica e delle comunità dell’Europa orientale.
Nata nel 1996 a Trappes, vive e lavora a Parigi. Dopo gli studi al London College of Communication e il diploma all'École Nationale Supérieure d'Arts de Paris-Cergy nel 2021, ha presentato personali alla Galerie Derouillon di Parigi nel 2022 e nel 2023, prima di entrare nel programma di Meyer Riegger, che nel 2026 le dedica The Latest Thing a Seoul. Nello stesso anno partecipa anche alla collettiva There is a Crack in Everything al Jewish Museum di Bruxelles. Le sue opere sono già entrate nella collezione di Lafayette Anticipations, segnale di un percorso ancora giovane ma molto promettente.
Veduta dell'installazione di Procession I di George Rouy ad Art Basel Unlimited, 2026. © George Rouy. Courtesy dell'artista, Hannah Barry Gallery e Hauser & Wirth. Foto: Stefan Altenburger Photography Zürich
George Rouy (1994)
Galleria: Hauser & Wirth
George Rouy ha presentato con Hauser & Wirth nella sezione Unlimited una monumentale tela che mette in scena una massa di corpi compressi e sfuggenti. Le anatomie si dissolvono l’una nell’altra fino a diventare un’unica entità pulsante. La grande scala amplifica la dimensione immersiva dell’opera e restituisce tutta la forza di una pittura costruita per stratificazioni, velature e gesti rapidi. È ormai questa la sua cifra: un corpo instabile, permeabile, incapace di mantenere i propri confini, continuamente spinto verso una condizione di trasformazione. Le figure non sono semplicemente deformate, ma assorbite dalla pittura, confuse nella materia stessa dell’immagine. Rouy insiste su questo punto con coerenza, trovando nella ripetizione del motivo non un limite, ma il luogo in cui verificare ogni volta la tenuta del proprio linguaggio.
Nato nel Kent nel 1994, ha trovato negli ultimi anni una crescente consacrazione istituzionale. Dopo le personali The Bleed da Hauser & Wirth a Londra nel 2024 e a Los Angeles nel 2025, ha partecipato a Copistes, progetto tra Musée du Louvre e Centre Pompidou-Metz, oltre a mostre al Kampa Museum di Praga e al Museo Picasso Málaga. Le sue opere sono già nelle collezioni di SFMOMA, LACMA, Fondation Cartier e Albertina. Un segnale ulteriore della capacità della sua ricerca di andare oltre la pittura è BODYSUIT, progetto performativo sviluppato con la coreografa Sharon Eyal, presentato alla Hannah Barry Gallery nel 2023, rielaborato nel 2024 e approdato nel 2025 alla Wapping Hydraulic Power Station di Londra e da Hauser & Wirth Los Angeles.
Veduta dello stand di ChertLüdde ad Art Basel, Hall 2.1, Basilea, 2026, con The Blue Ink Pocket, and (2023-2026), olio su tela, armadio e sacco di riso, 179,5 × 114 × 86,5 cm, e Something is Happening LIVE! (2026), olio su lino, 13 dipinti, ciascuno di circa 15 × 20 × 2 cm, dimensioni complessive variabili, di Ali Eyal. Foto: Marjorie Brunet Plaza. Courtesy l’artista e ChertLüdde
Ali Eyal (1994)
Galleria: ChertLüdde
Ali Eyal lavora su memoria, perdita e violenza politica attraverso una pratica multidisciplinare tra pittura, disegno, assemblage e film. Ad Art Basel è presente sia nel Kabinett di ChertLüdde sia nello stand di François Ghebaly. Nel progetto con ChertLüdde, The Blue Ink Pocket, and (2023-26), il ricordo d’infanzia passa attraverso un armadio inciso con motivi rurali, dipinti e frammenti di corpi dispersi al suo interno. L’immagine non si ricompone mai del tutto, ma resta leggibile attraverso indizi, come se la pittura fosse chiamata a custodire qualcosa che rimane inevitabilmente spezzato. Il progetto è completato dalla serie Something is Happening LIVE! (2026), con piccole tele dedicate ai centri di comando della polizia stradale di Los Angeles, che mette in cortocircuito ricordo privato e sistemi di sorveglianza.
Nato a Baghdad nel 1994 e oggi attivo a Los Angeles, ha già ottenuto un importante riconoscimento istituzionale. La sua pratica è stata inclusa in Made in L.A. 2025 all'Hammer Museum, nella 15ª Biennale di Sharjah, nella 58ª Carnegie International, a Documenta 15, al MoMA PS1 e alla 14ª Biennale del Mercosul. Sue opere sono nelle collezioni del MOCA Los Angeles, della Kadist Art Foundation e della Barjeel Art Foundation. È tra gli artisti inclusi nella Whitney Biennial 2026.
Christine Safa, Nathan et Vigne (Jardin), 2026, olio su tela, 100 × 92 cm. Courtesy l’artista e Galerie Lelong
Christine Safa (1994)
Galleria: Galerie Lelong
Tra i nomi già segnalati dopo miart 2026, dove era presentata da Bortolami, Christine Safa si distingue anche ad Art Basel, nello stand di Galerie Lelong. In Nathan et Vigne (Jardin) (2026) la pittura si sposta dal paesaggio verso una composizione di figura, in cui volto e natura si fondono senza soluzione di continuità. Il volto emerge tra campiture blu, verdi e ocra come un’apparizione trattenuta, mentre la luce sembra provenire dall’interno della tela più che da una fonte esterna. Il risultato è un lavoro la cui misura non va confusa con la discrezione: ogni superficie porta i segni di una costruzione lenta, in cui la pittura viene aggiunta e sottratta fino a trovare il punto esatto in cui la figura tiene senza irrigidirsi e l’immagine sembra concedersi allo spettatore solo per un istante, quasi fosse sul punto di sparire.
Nata in Francia nel 1994 e diplomata all'École nationale supérieure des Beaux-Arts di Parigi, ha costruito una ricerca fondata su memoria, luce e paesaggio mediterraneo, spesso filtrato attraverso ricordi familiari e geografie interiori. Entrata nel programma di Galerie Lelong nel 2022, ha tenuto personali all'ICA Milano, al FRAC Auvergne e alla stessa Galerie Lelong. Nel 2024 ha ricevuto il Prix Jean-François Prat, confermando un percorso ormai solido nel panorama della giovane pittura francese.
Henry Curchod, My landlord’s grace, 2025, oil stick, gouache, sabbia, colla vinilica (PVA) e carboncino su lino, 202 × 172 × 6 cm. Courtesy l’artista e Kiang Malingue
Henry Curchod (1992)
Galleria: Kiang Malingue
Nello stand di Kiang Malingue, la pittura di Henry Curchod sembra costruirsi davanti agli occhi dello spettatore. In equilibrio costante tra figurazione e astrazione, l’opera procede per accumulo di segni, cancellazioni e sovrapposizioni: non esiste un punto di vista stabile né un soggetto dominante, ma una sequenza di forme in continua definizione, dove gesto pittorico, disegno e materia convivono senza gerarchie. A distinguerla è un’inconfondibile sottotraccia ironica — quasi vaudevilliana — che attraversa il lavoro senza mai trasformarsi in umorismo dichiarato. I suoi corpi indossano abiti fuori misura, si perdono in interni improbabili, sembrano sul punto di scivolare via dalla scena. Il disegno resta l’unica certezza, la struttura portante dell’immagine: Curchod costruisce prima con oil stick e carboncino, poi reagisce ai propri segni, trascinando la materia con la trementina fino a ottenere superfici che sembrano pensieri continuamente interrotti e lasciati così, quasi fossero sospesi a metà.
Nato nel 1992 a Palo Alto e attivo a Londra, ha costruito negli ultimi anni un percorso sempre più internazionale. Dopo le personali Oh Fortuna!! da Clearing New York nel 2024 e Rome is No Longer in Rome da Clearing Los Angeles nel 2025, ha esposto anche a Shanghai, Sydney e Londra. Ha preso parte a numerose residenze, tra cui Castel Caramel e Therapeia nel 2024, ed è stato finalista al Ramsay Art Prize e al Sulman Prize nel 2023. Le sue opere sono già entrate nelle collezioni di M Woods Museum, X Museum, Sifang Museum, Start Museum e Dangxia Foundation in Cina, oltre che nella Green Family Art Foundation di Dallas.
Woody De Othello, Two sides that hold truth, 2026 esposto a Unlimited, Art Basel 2026. Courtesy l’artista e Jessica Silverman
Woody De Othello (1991)
Galleria: Jessica Silverman / Karma
Con Two sides that hold truth (2026), presentata nella sezione Unlimited da Jessica Silverman e Karma, Woody De Othello conferma una ricerca che negli ultimi anni ha saputo espandere il linguaggio della scultura ben oltre l’oggetto singolo. L’installazione consiste in una parete autoportante lunga dodici metri, attraversata da nicchie che ospitano oltre cinquanta sculture in ceramica smaltata, vetro, pietra e sequoia intagliata a mano. Vasi, ventole, conchiglie, utensili e frammenti anatomici costruiscono un ambiente da attraversare con lo sguardo. A partire dal concetto di nkisi dell’Africa centrale e occidentale, secondo cui ogni oggetto può contenere e rilasciare forze vitali, De Othello non monumentalizza gli oggetti ma li anima, attribuendo loro una forma di agentività.
Nato nel 1991 a Miami da famiglia haitiana e oggi attivo negli Stati Uniti, ha conosciuto una rapida accelerazione istituzionale, culminata con la partecipazione alla Biennale di Venezia del 2024. Le sue opere sono già entrate nelle collezioni del Whitney Museum of American Art, del San Francisco Museum of Modern Art, del Los Angeles County Museum of Art, del Pérez Art Museum Miami e dell'Institute of Contemporary Art di Miami. L'installazione presentata a Basilea segna un ulteriore passaggio di scala verso una dimensione sempre più ambientale.
Emma Webster, Cross the River and Over the Hills, 2025, olio su lino, 213,4 × 152,4 cm. Foto: Marten Elder. Courtesy dell'artista e Perrotin
Emma Webster (1989)
Galleria: Perrotin
Appena oltre la soglia degli under 35, Emma Webster rientra tra gli artisti “quasi”, ma sicuramente da continuare a seguire. Nello stand di Perrotin presenta un paesaggio notturno in cui un grande cavallo in primo piano interrompe la profondità della scena, mentre alberi, rocce e vegetazione si dispongono come elementi di una scenografia. L’immagine nasce da un processo che combina modellazione in realtà virtuale e pittura: Webster costruisce l’ambiente digitale, lo illumina come fosse un set e solo in seguito lo trasferisce sulla tela. La componente tecnologica e costruita dell’immagine resta invisibile al guardatore; sul piano percettivo, il risultato è un paesaggio in cui la luce è fin troppo perfetta, le ombre troppo calibrate, la natura un po’ troppo disposta. Non si ha la sensazione di guardare un’immagine sintetica, ma quella di guardare la natura attraverso qualcosa che naturale non è. In un momento in cui il paesaggio pittorico rischia di ridursi a cornice emotiva, Webster ne recupera invece la capacità di disturbare la nostra percezione del reale.
Dopo la formazione a Stanford e l'MFA in pittura a Yale, ha consolidato il proprio profilo internazionale soprattutto con Perrotin, che dal 2022 le ha dedicato personali a Seoul, Tokyo, Parigi e Hong Kong, oltre alla presentazione ad Art Basel Miami Beach nel 2023. Parallelamente ha esposto da Petzel a New York con That Thought Might Think nel 2025 e Rues and Leaves Themselves Alone nel 2026. Le sue opere sono già entrate nelle collezioni del Centre Pompidou, del LACMA, del Pérez Art Museum Miami, dell'ICA Miami, del Long Museum e dello Yuz Museum di Shanghai.
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