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Riccardo Deni
Leggi i suoi articoliSerata da incorniciare per il mercato dell’arte italiana: durante la Modern and Contemporary Art Sale organizzata da Sotheby’s nella sede milanese di Palazzo Serbelloni, un’opera di Antonio Donghi ha polverizzato ogni aspettativa, segnando un nuovo record d’asta per l’artista romano, figura chiave del realismo magico del Novecento. Il dipinto Madre e figlia, valutato inizialmente 80-120 mila euro, è stato aggiudicato per la cifra sorprendente di 419.1 mila euro, quasi raddoppiando il precedente primato stabilito nel 2018 con Abito azzurro (venduto per 212.5 mila euro da Cambi).
Il successo dell’opera non è solo questione di cifre. Madre e figlia incarna alla perfezione l’estetica di Donghi: una pittura asciutta e rigorosa, che unisce la chiarezza compositiva all'intensità emotiva. Le due figure femminili, colte in un momento privo di narrazione esplicita, emergono da uno spazio essenziale, illuminato da una luce ferma e quasi teatrale. È un’immagine che non racconta ma suggerisce, lasciando che siano i gesti, la distanza e l’atmosfera a comunicare il sentimento profondo di un legame universale. Come ha sottolineato Sotheby’s nel suo catalogo, l’opera si distingue per la sua capacità di evocare una memoria archetipica, uno “spazio dell’anima” in cui la semplicità diventa profondità. Donghi sembra così stabilire un dialogo intimo e silenzioso con lo spettatore, affidando alla pittura una funzione quasi meditativa.
Nato nel 1897 e attivo in un contesto artistico di grande fermento, Donghi ha elaborato uno stile inconfondibile, in equilibrio tra l’arcaismo rinascimentale e le suggestioni della pittura metafisica. Colori limpidi, precisione formale e una visione cristallizzata della realtà sono i suoi tratti distintivi. Un’arte sospesa, che rifugge l’enfasi per restituire la poesia della vita ordinaria. «Ho guardato i grandi del passato senza esagerare, ossia senza prendere da essi motivi di composizione e atteggiamenti – affermava l’artista – Ho scelto di dipingere ciò che dell’umanità più mi ha colpito per semplicità. Nell’esecuzione ho voluto finire, con scrupolosità, sperando che l’osservatore potesse leggere con chiarezza quello che io ho visto e sentito».
Parole che oggi risuonano con rinnovata attualità, alla luce di un riconoscimento di mercato che conferma un crescente interesse internazionale per le espressioni più intime e raffinate del realismo italiano. Dopo decenni di sottovalutazione, il lavoro di Donghi – così definito e al tempo stesso enigmatico – potrebbe ora tornare al centro dell’attenzione di critici e collezionisti.
Antonio Donghi, «Madre e Figlia»
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