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Cecilia Paccagnella
Leggi i suoi articoliViviamo in una perenne primavera di possibilità, in cui tutto si moltiplica e si esaspera, dai corsi di laurea ai social network, dai prodotti al supermercato alle tratte aeree... Abbiamo tutto di tutto, senza averne mai abbastanza, e in questa abbondanza di alternative ci troviamo a fluttuare per cogliere quante più sfaccettature riusciamo. Talvolta, però, il tempo si ferma e la condizione di temporanea immobilità può essere scambiata per una sensazione di smarrimento. Le nuove generazioni sembrano essere più sensibili ai repentini cambi di velocità, che portano inevitabilmente a una mancanza di solide radici, soprattutto per chi è «fuorisede», un termine ormai di uso comune che si riferisce a coloro che vivono lontano dalla propria città natale.
È attorno al concetto di «casa» che si sviluppa il Padiglione dell’India, di ritorno alla Biennale di Venezia dopo sette anni (l’ultima partecipazione risale al 2019) su commissione della National Gallery of Modern Art: per «Geographies of Distance: remembering home» cinque artisti di diverse regioni e generazioni indiane hanno elaborato la propria idea di quel luogo al quale siamo soliti tornare e in cui ci sentiamo al sicuro, perché «nessun posto è come casa», come affermava, alla fine degli anni Trenta, Dorothy nel film «Il mago di Oz».
Quasi un secolo dopo, la definizione di «casa» è cambiata, non è più quella che troviamo sul vocabolario, ma è diventata un «qualcosa da condividere e continuamente reimmaginare», come dichiara Sunil Kant Munjal, fondatore e mecenate di Serendipity Arts, ente collaboratore del Padiglione assieme al Nita Mukesh Ambani Cultural Centre. Allestite all’interno dello storico magazzino Isolotto all’Arsenale, le opere di Alwar Balasubramaniam (Bala), Ranjani Shettar, Sumakshi Singh, Skarma Sonam Tashi e Asim Waqif si pongono come una mediazione sulla memoria e sulla trasformazione e si rifanno alle tradizioni indiane per chiedersi: dov’è e che cos’è, oggi, casa? Si può ancora parlare di un luogo fisico o è più opportuno considerare ciò che evoca determinati emozioni e ricordi? Non esistono risposte univoche, ma gli artisti sembrano spingere l’osservatore verso ciò che è «in parte memoria, in parte materia, in parte rituale, in parte mitologia personale».
Asim Waqif, «Chaal». © Joe Habben
L’opera che attira maggiormente l’attenzione è «Permanent Address», un edificio frammentato, quasi spettrale, che si staglia delicatamente dallo sfondo nero grazie alle linee segnate da fili bianchi, ricamati con una maestria che lascia interdetti quando ci si avvicina e si scopre che non si tratta di una struttura «solida». L’architettura si rifà alla casa di famiglia demolita a Nuova Delhi di Sumakshi Singh: un ricordo a cui l’artista ha deciso di dare concretezza.
All’altro lato della stanza trova posto una composizione floreale che, a mezz’aria, abbraccia lo spettatore. «Under the same sky», i cui elementi sono stati realizzati a mano da Ranjani Shettar, riporta al centro la natura e l’artigianato, come parte integrante del paesaggio emotivo della casa.
Tra le due installazioni, «Chaal» di Asim Waqif ricrea in bambù l’immaginario delle impalcature indiane che, oltre a rappresentare le diverse fasi di costruzione di un fabbricato, si fanno metafora di una Nazione in perenne trasformazione, anche a livello urbano.
Al piano superiore si sviluppa «Echoes of Home» di Skarma Sonam Tashi che, attraverso la cartapesta, solleva questioni urgenti come sostenibilità, comunità e continuità culturale.
All’ingresso del Padiglione, infine, è collocata un’opera dalle fattezze primordiali, «Not Just for Us», costituita da pannelli di argilla e terra provenienti dal territorio rurale del Tamil Nadu, luogo in cui lavora Alwar Balasubramaniam (Bala). Le crepe che si fanno spazio tra i materiali utilizzati ricordano un suolo arido che resiste, è sempre lì. Una certezza antica e grezza.
«Il nostro padiglione nazionale metterà in mostra un’India contemporanea profondamente radicata nella memoria della propria civiltà, spiega Gajendra Singh Shekhawat, ministro dell’Unione per la Cultura e il Turismo dell’India, ma al tempo stesso pienamente impegnata nel mondo di oggi. Attraverso questo padiglione, l’India afferma la forza della nostra diversità culturale, la vitalità delle nostre comunità creative e il ruolo dell’arte e della cultura nel contribuire al modo in cui la nostra nazione viene vista e compresa sulla scena globale».
Ranjani Shettar, «Under the same sky». © Joe Habben