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Arabella Cifani
Leggi i suoi articoliGatti. Morbidissimi amici della nostra vita. Se su internet digitate la parola gatto in tutte le lingue conosciute, vi appariranno migliaia di immagini, filmati, considerazioni, discussioni dedicate a questi animali. Nessun argomento è così popolare nel mondo quanto questo e i libri a loro dedicati sono un successo garantito. Perché i gatti trionfano? Per spiegarlo si sono scomodati filosofi junghiani, si è scavato nella storia per scoprire che fanno parte del nostro inconscio e del nostro vissuto collettivo. E poi ci rallegrano, si lasciano accarezzare, ma si fanno anche gli affari loro. A Desmond Morris, illustre etologo, zoologo e sociobiologo, dobbiamo un libro, forse il migliore del settore, dedicato ai gatti nell’arte, pubblicato per la prima volta in inglese nel 2017, tradotto in italiano nel 2018. La casa editrice Johann & Levi lo ripubblica, con un ricco apparato iconografico e con una nuova copertina disegnata dall’artista Paolo Ventura.
L’elogio dei felini di Morris passa in rassegna tutti i tipi di gatti possibili nell’arte: dall’epoca preistorica ai nostri giorni, e non si può immaginare quanti gatti siano stati dipinti, scolpiti, miniati nel corso dei secoli. Ci sono i gatti sacri dell’Egitto che stavano ai piedi della loro padrona (è da notare che nella maggior parte delle raffigurazioni con umani il gatto è associato alle donne o al massimo ai bambini); intenti alla caccia; nelle satire sociali; come sterminatori di serpenti velenosi. E poi nel ruolo più importante: quello di divinità incarnata da Bastet, la dea gatta associata a sesso, fertilità, musica e danza. In Grecia i gatti conobbero scarsa popolarità, ritrovata in parte presso i Romani. Con il primo Medioevo recuperano, per un certo tempo. San Gregorio Magno amava il suo gatto sopra ogni cosa e anche Maometto era devoto al suo micio, tanto che preferì tagliarsi una manica del vestito piuttosto che svegliarlo. Nel Medioevo i bestiari si riempirono di legioni di gatti intenti a fare di tutto, anche cose stravaganti. Ma con la fine del Medioevo le cose cambiarono e il gatto divenne animale malefico, e lo sarebbe restato per molto tempo. «Il diavolo discende fra i suoi devoti sotto forma di gatto nero», affermava la Chiesa verso il 1180 e papa Gregorio IX si impegnò a estirpare una setta di tedeschi adoratori del diavolo nelle cui pratiche erano coinvolti gatti neri. Fu uno sterminio destinato a durare secoli e i gatti furono dipinti o miniati, come succursali del demonio. I grandi maestri del Rinascimento amarono invece i gatti, Leonardo in testa. Al Nord fu Hieronymus Bosch a dipingerli, stralunati come lui. Divenne di moda farsi un ritratto con il gatto di famiglia e le donne ne approfittarono. Per vedere un uomo con un gatto si deve invece aspettare il 1601 quando fu raffigurato Henry Wriothesley, conte di Southampton con Trixie, il suo micione che calandosi per un camino lo raggiunse nella prigione dove lo aveva chiuso quella strega di Elisabetta I: sotto questo dipinto c’è anche una storia di sesso fra il conte e Giacomo I piuttosto piccante in cui Trixie fu galeotto. Poi arrivarono gli aristogatti alla corte di Versailles. Introdotti in Europa i gatti d’angora furono amati da Luigi XV e famiglia e uno di essi divenne il primo ritratto di gatto da solo, dipinto da Jean-Jacques Bachelier.
Nell’Ottocento molti pittori dipinsero gatti, con bambini e fanciulle soprattutto, ma, a dire il vero, spesso sono quadri un po’ melensi e noiosi. Solo a fine secolo gli impressionisti e pittori come Henri de Toulouse-Lautrec introducono ventate di novità con gatti finalmente vivi e non imbalsamati. Con il Novecento i gatti rizzano il pelo e diventano un tema artistico interessante: la pittura è attraversata da plotoni di gatti d’avanguardia, elettrici o elettrizzati, di Picasso, Klee, Miró, e su tutti il meraviglioso gatto rosa di Andy Warhol, sdraiato e indolente. Morris si concede poi un tour fra i gatti tribali e nelle culture sudamericane: ne trova molti divinizzati, ipnotizzati, fosforescenti.
Nessuno come i popoli orientali ha saputo raccontare così bene i gatti. I migliori sono i giapponesi e d’altronde è quello il Paese dove nel 1905 Natsume Sōseki ha scritto quel capolavoro assoluto che è Io sono un gatto, trattato di filosofia felina dove si dichiara che: «Le zampe dei gatti, ovunque si posino, sono così silenziose che non tradiscono mai la loro presenza, quasi calpestassero il cielo o le nuvole». Nel periodo Edo si moltiplicarono le xilografie con soggetti gatteschi. Takahashi Shōtei ne dipinse di incantevoli che si aggirano circospetti nell’orto di casa come in una giungla. In Giappone i gatti continuano a essere amati e raffigurati: il giovane Tokuhiro Kawai li dipinge a getto continuo e sono gatti regali, serviti, incoronati o occupati a giocare con putti alati, in un fantastico corto circuito fra cultura giapponese e europea.
Il libro si chiude con due capitoli dedicati ai gatti da vignette, fumetti e cartoon e a quelli da Street Art. Banksy ne aveva dipinto uno, vezzoso e con un fiocco rosa, su un mozzicone di muro a Gaza, intento a giocare con una palla di metallo contorto, circondato solo da macerie. Ma forse oggi di quel muro non resta nulla.
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