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Michelangelo Tonelli
Leggi i suoi articoliA Bra, tra gli spazi storici di Palazzo Mathis e quelli de Il Fondaco Arte Contemporanea, è visitabile fino al 4 aprile la mostra di Enzo Bersezio, dal titolo «Esercizi di astrazione nella continuità. Sul divenire del tempo», progetto espositivo ampio e articolato, che attraversa decenni di ricerca e restituisce la coerenza di un artista appartato ma profondamente radicato nel dibattito contemporaneo. A guidare il visitatore è il testo della curatrice Monica Trigona, che definisce il fulcro della poetica di Bersezio: il legno non è semplicemente un materiale, ma una scelta etica. «Una sostanza viva, resistente, carica di tempo e di memoria, scrive Trigona, capace di sottrarsi tanto alle rigidità accademiche quanto alle lusinghe del mercato».
In effetti, l’opera di Bersezio si distingue per una fedeltà radicale al medium, che richiama quella «specificità del linguaggio» teorizzata da Clement Greenberg come condizione dell’arte autentica. Le sue sculture - essenziali, talvolta monumentali - non raccontano storie, ma costruiscono presenze: forme che insistono nello spazio, trattenendo un’energia silenziosa e chiedendo allo spettatore un coinvolgimento attivo. La mostra braidesa presenta un nucleo significativo di lavori degli anni Novanta, con aperture ai Duemila: sculture in legno intrecciato e corde nautiche, bassorilievi, disegni e collage della serie «Paesaggi nord-occidentali». In queste opere emerge un sapere manuale antico, quasi arcaico, che affonda le radici nella biografia dell’artista: il nonno bottaio, l’infanzia trascorsa tra legni e utensili, il gesto primario del piantare chiodi che ritorna, trasformato, nella pratica scultorea.
Installation view della mostra di Enzo Bersezio presso Il Fondaco Arte Contemporanea, Bra
Accanto alle opere tridimensionali, un ruolo centrale è affidato ai lavori su carta. I collage stratificati – come quello del 2017 – intrecciano appunti, ritagli e segni in una costruzione autobiografica complessa, dove compaiono numeri primi scritti in alfabeti diversi. Non c’è un sistema teorico, ma una tensione simbolica: i numeri, come le forme, non spiegano, interrogano.
Il tema del viaggio attraversa l’intero percorso. Ne sono testimonianza i «Minareti» degli anni Ottanta, strutture che evocano architetture lontane e nascono anche da suggestioni marocchine. Ancora più forte è il riferimento all’Isola di Pasqua (Rapa Nui), da cui derivano le opere tessili dedicate ai Moai: figure iconiche qui rese fragili, intime, cucite a mano. Il passaggio dal monumentale al domestico non è una riduzione, ma una trasformazione del simbolo in memoria tattile e affettiva.
Al centro ideale dell’esposizione si colloca un’opera del 1984, una forma primordiale che richiama riti antichi e culture lontane. È una sorta di «seme» concettuale: una scultura che incarna l’idea di passaggio, di deposito del tempo, di presenza che non consola ma custodisce. L’allestimento, distribuito tra due sedi complementari, rafforza il senso di una ricerca che è insieme rigorosa e aperta. Da un lato lo spazio istituzionale di Palazzo Mathis, dall’altro la vocazione sperimentale de Il Fondaco Arte Contemporanea, realtà attiva sul territorio dal 1998. Insieme, costruiscono un contesto coerente con la visione di Bersezio: l’arte come esercizio critico, come conoscenza, come responsabilità.
In questo percorso, la forma non è mai decorazione né semplice esito estetico. Come sottolinea Trigona, è una necessità: il luogo in cui il pensiero prende corpo e continua, ostinatamente, a interrogare il tempo e lo sguardo di chi osserva.