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Stefano Luppi
Leggi i suoi articoliA partire dal 1676, come racconta Francis Haskell in «La nascita delle mostre», fu la chiesa dei marchigiani di Roma, San Salvatore in Lauro, a organizzare le prime esposizioni artistiche così come in sostanza di vedono ancora oggi. Tale considerazione è all’origine della mostra «Expositio Mundi Lo spazio come medium», a cura di Lorenzo Benedetti con Giuliana Pascucci e allestita dall’11 luglio al 10 gennaio 2027 presso Palazzo Buonaccorsi, Sferisterio e Biblioteca Mozzi Borgetti a Macerata: l’appuntamento riflette sul senso di esporre l’arte ieri e oggi, come spiega qui il curatore.
Perché una mostra sulla storia delle mostre?
L’esposizione è uno dei dispositivi fondamentali attraverso cui l’arte entra nel discorso pubblico. Viene dopo l’opera, ma ne modifica profondamente la percezione mettendo in relazione oggetti, idee, immagini, architetture, pubblico e contesto storico. Interrogarsi sulla storia delle mostre significa dunque chiedersi com’è stato il suo impatto dal Seicento fino a noi, seguendo una progressiva diffusione democratica della società. Le mostre sono piattaforme di conoscenza: permettono ai capolavori, ma anche alle ricerche più sperimentali, di uscire da una dimensione privata o specialistica e di diventare esperienza condivisa. In questo senso contribuiscono a una democrazia culturale più ricca, creando occasioni di confronto, discussione e partecipazione.
Centrale all’inizio di questa storia è il marchigiano Giuseppe Ghezzi (1634-1721):quale fu il suo ruolo?
Ghezzi è una figura decisiva: pittore, scrittore e organizzatore culturale, attivo lungamente a Roma, fu tra i primi a concepire la mostra come evento pubblico aperto a tutti. A San Salvatore in Lauro organizzò mostre in cui opere provenienti dalle grandi collezioni romane venivano temporaneamente rese accessibili a un pubblico più ampio. Il suo ruolo non è solo quello di artista, ma quasi di «protocuratore»: seleziona, ordina, espone, documenta, calcola valori, registra provenienze e modalità di presentazione. In un suo importante manoscritto si trovano già molti elementi che appartengono alla pratica espositiva moderna.
A San Salvatore in Lauro l’arte esce dai palazzi signorili e si «democratizza»: la rivoluzione incide sulla percezione e sulla produzione degli oggetti artistici?
Sì, quando un’opera lascia il palazzo privato ed entra in uno spazio espositivo temporaneo cambia statuto. Non è più soltanto oggetto di possesso, prestigio o devozione, diventa qualcosa che può essere visto, confrontato e discusso.
La mostra produce una nuova condizione dello sguardo collettivo: le opere non sono più isolate nel contesto della collezione, ma entrano in una relazione reciproca. Questo modifica anche la produzione artistica, perché gli artisti cominciano progressivamente a pensare anche al modo in cui l’opera appare, circola, viene interpretata e ricordata.
Si può dire che qui nasca anche la critica d’arte, certo diversa dalla storia dell’arte già operata da Cennini, Vasari e altri?
Non direi che la critica d’arte nasca lì in senso assoluto: una riflessione sull’arte esisteva già, appunto con Cennino Cennini e gli altri. Con la mostra pubblica cambia il terreno della critica. Non si tratta più soltanto di raccontare vite di artisti, tecniche o genealogie stilistiche: nasce uno spazio in cui le opere possono essere viste insieme, comparate, giudicate da un pubblico più vasto e la critica diventa progressivamente discorso pubblico. La mostra crea una nuova situazione critica, produce un pubblico e un confronto lungo un tempo d’osservazione.
Nuovo pubblico delle mostre: com’era e com’è?
Per tornare a Ghezzi, il suo merito più grande è di aver capito la possibilità di generare un pubblico ampio e indipendente in grado di avere accesso e ampliare il dibattito sull’arte. Artisti, conoscitori, aristocratici, viaggiatori, religiosi, ma anche gente comune, cominciavano a riconoscere nell’esposizione un luogo di esperienza culturale. Oggi il pubblico è potenzialmente molto più vasto, ma resta una questione centrale: non bisogna valutarlo solo in termini numerici, poiché il problema non è soltanto quanti visitatori entrano, ma che tipo di relazione si costruisce tra opere e persone.
Giulio Paolini, «Ipotesi per una mostra», 1963, Courtesy Fondazione Giulio e Anna Paolini
Come sono suddivisi gli spazi espositivi?
La mostra, che è anche una riflessione sul presente, si sviluppa in tre luoghi di Macerata: il Palazzo Buonaccorsi, lo Sferisterio e la Biblioteca Mozzi Borgetti. Il primo è il nucleo principale, dove il percorso intreccia la figura di Ghezzi con opere storiche e contemporanee dedicate all’idea di esposizione, allestimento, visione e pubblico. Alcuni artisti come Catherine Biocca (Roma, 1984) e Fabrizio Cotognini (Macerata, 1983) dialogano direttamente con le opere storiche del palazzo, mentre allo Sferisterio l’installazione di Maurizio Nannucci (Firenze, 1939) permette di estendere la mostra nello spazio urbano e architettonico, lavorando sulla dimensione pubblica della
parola e dell’immagine. La Biblioteca Mozzi Borgetti, con la presentazione di Laura Paoletti, introduce il rapporto tra mostra, documento, archivio, libro e memoria.
Com’è organizzato il percorso?
Parte da Giuseppe Ghezzi, unica presenza storica in senso temporale, mentre gli altri artisti appartengono a generazioni del secondo ’900, con il suo manoscritto che documenta le mostre a San Salvatore in Lauro e conservato al Museo di Roma. Da lì si apre una costellazione di opere che riflette sulla mostra come dispositivo di diffusione culturale: «Ipotesi per una mostra» di Giulio Paolini (Genova, 1940) introduce l’idea dell’esposizione come spazio della potenzialità, Jason Hirata (Seattle, 1986) realizza una lista completa di artisti che hanno esposto a Palazzo Bonaccorsi dagli anni Trenta. Félix González-Torres (1957-96), con opere come i «Paper Stacks» o i «Billboard», rende centrale il rapporto tra opera, pubblico e distribuzione. Jonathan Monk (Leicester, 1969) introduce una dimensione olfattiva e memoriale, mentre Oliver Laric (Innsbruck, 1981) riflette sulla circolazione delle immagini e sulle trasformazioni dell’oggetto artistico. Agnès Thurnauer (Parigi, 1962), Michele Ciacciofera (Nuoro, 1969) e Paolo Chiasera (Bologna, 1978) indagano lo spazio della pittura come luogo di linguaggio che viene assorbito da un contesto di contaminazione dello spazio espositivo.
L’evento comprende «3500 cm²»: di che cosa si tratta?
È un progetto di poster d’artista che ho avviato nel 2004, il nome deriva dalla superficie del formato 50x70 cm. L’idea è semplice: invitare artisti a realizzare poster concepiti come opere, da distribuire gratuitamente. Per «Expositio Mundi» sono stati realizzati nuovi poster di Laura Paoletti, Adelaide Cioni, Jonathan Monk, Oliver Laric e Nedko Solakov, distribuiti in città e nei luoghi del percorso.