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Allestimento mostra "Ci passiamo tutti" con Marina Caneve e Nazzarena Poli Maramotti da Artcurial Italia. Ph. Alessandro Sambini

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Allestimento mostra "Ci passiamo tutti" con Marina Caneve e Nazzarena Poli Maramotti da Artcurial Italia. Ph. Alessandro Sambini

Fotografare la soglia tra umano e natura. Le ecologie e le immagini di Marina Caneve

Dalla montagna come archetipo fragile alla progettazione degli spazi per le specie selvatiche, Marina Caneve affronta il paesaggio come dispositivo politico. Un’intervista sul rapporto tra immagine, libro e installazione, e sul dialogo con la pittura come amplificazione dell’immaginario.

Lavinia Trivulzio

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Nell’ultima mostra “Ci passiamo tutti”, allestita negli spazi di Artcurial a Milano, Marina Caneve intraprende un dialogo con la pittura e la scultura di Nazzarena Poli Maramotti, un modo per interrogare il paesaggio e la natura allargando la prospettiva a diversi linguaggi e approdi. Un’intervista che, partendo dall’ultimo lavoro “On the ground among the animals”, esplora la ricerca di Caneve e il suo rapporto con l’immagine fotografica.

Il tuo ultimo progetto “On the ground among the animals” (2015 – 2024) si rivolge al paesaggio, insistendo su quella fragile soglia tra umano e animale. Da dove prende avvio e come si sviluppa questa ricerca durata quasi dieci anni?

Nel 2015 studiavo alla Royal Academy of Arts a L’Aia e mi fu offerta l’opportunità di creare un progetto per una mostra collettiva che andava costruendosi intorno al tema “paradise”; contestualmente la situazione geopolitica era scossa dalla crisi migratoria e con le persone intorno a me riflettevamo molto sulla posizione degli artisti rispetto al mondo contemporaneo, sulla responsabilità politica, i nostri privilegi e le nostre responsabilità. Era una situazione fervida, frustrante e stimolante.

La simultaneità di questi pensieri mi ha spinta verso una riflessione che partiva dalla rappresentazione del giardino dell’Eden fino alla ricerca di uno spazio che potesse assomigliargli il più possibile nella realtà - che poi ho individuato nella rete di corridoi ecologici Natura 2000, promossa dall'Unione Europea per preservare la biodiversità - uno spazio che in qualche modo rappresenta un’utopia ricca di migliori intenti e contraddizioni necessarie all’interno della quale, a ben guardare, emerge chiaramente una sensazione di conflitto tra desideri, bisogni umani.
In questo contesto On the ground among the animals si compone di diversi elementi che affiorano come divagazioni sul tema: la libertà di movimento, l’idea di Europa, il disegno dello spazio per noi e le altre specie, la rappresentazione, il monitoraggio. Il titolo stesso viene da una divagazione letteraria kafkiana che ben si sposa con ciò che gli ecologi di fatto cercano di fare progettando queste infrastrutture.

“Voglio darti invece l’interpretazione del tuo sogno. Se non ti fossi sdraiata per terra in mezzo agli animali, non avresti potuto contemplare il cielo stellato e non ti saresti salvata. Forse non saresti nemmeno sopravvissuta all’angoscia della posizione eretta.”[1]

Formalmente il lavoro si compone di una serie di fotografie di tipologie architettoniche dei dispositivi di attraversamento per le specie selvatiche, banalmente chiamati ponti, in bianco e nero (un vivo richiamo da un lato alle tipologie dei Becher, dall’altro agli slittamenti di Ed Ruscha) che dialogano con un'ampia serie di fotografie a colori che svelano l’ecosistema fisico creato per preservare e favorire il movimento delle specie selvatiche attraverso l’Europa - il paesaggio delle riserve naturali, la presenza di animali, le barriere e i sistemi di monitoraggio dei flussi. Una seconda serie di immagini a colori si insinua nello spazio della mia ricerca teorica partendo dall’idea di utopia architettonica, l'architettura costruita dagli animali, la loro rappresentazione, fino alla politica e ai confini per gli uomini.

Infondo il dare vita a questi dialoghi e digressioni sul tema genera qualcosa che mi sembra di poter approssimare alla possibilità di un’ “ecocritica visuale” che si esprime non solo attraverso le opere fotografiche, ma anche nel rapporto con i testi, nella pubblicazione e nello spazio dell’opera video a tre canali che compone il progetto.

Questo progetto nasceva nel 2015 con l’ambizione di un grandissimo viaggio e di una sorta di mappatura dell’Europa e attraverso la cultura europea; questo naturalmente era molto complesso ed è stato possibile nel momento in cui, grazie al supporto di Fondazione AGO, ho vinto l’Italian Council e messo insieme i pezzi del mosaico.

Nel progetto precedente, “Are They Rocks or Clouds?”, esplori la montagna e la sua stratificazione iconografica, cos’ha significato lavorare sull’archivio e sulla forma archetipica della montagna?

Si potrebbe dire che “Are They Rocks or Clouds?” sia un archivio che attraversa tempi diversi e si basa sull’ipotesi di un evento futuro, visualizzandolo attraverso tempi storici differenti smontando l’immagine archetipica e riducendola letteralmente in frammenti.

Il lavoro nasce dall’ipotesi di un disastro idrogeologico su larga scala nelle Dolomiti che riecheggia le alluvioni e le frane che devastarono la regione nel 1966 e la possibilità del ritorno di un evento approssimabile a quello un secolo più tardi. Confrontarsi con lo spettro di una catastrofe che potrebbe accadere nei prossimi cinquant’anni - vicina, eppure sospesa - ha significato andare oltre l’atto del documentare, pur attingendo alla tender cruelty di cui parlava Lincoln Kirstein descrivendo il lavoro di Walker Evans e andando di fatto a definire il cosiddetto stile documentario, una delle mie ossessioni.

Mi viene da rispondere alla tua domanda che ho lavorato contemporaneamente sull’archivio e sul paesaggio come archivio. La suggestione iniziale è stata la condivisione da parte di un geologo della sua teoria sul tempo di ritorno del disastro del 1966 identificato in 100 anni. Ho trovato questa ipotesi profondamente stimolante, perché mi ha permesso di riflettere sul motivo per cui i luoghi in cui sono cresciuta siano al tempo stesso così straordinari e fragili; su come, nell’immaginario stesso della bellezza, risieda la fragilità; e sul potenziale della fotografia non solo di mappare il presente, ma anche di costruire immaginari in dialogo con il futuro.

Un po’ come in On the ground among the animals emerge una sorta di sentimento di inadeguatezza rispetto a come ci rapportiamo con il mondo intorno a noi e, in particolare ai nostri desideri. Il desiderio di bellezza (archetipica) diventa evidente attraverso la fragilità, di già questo per me é incredibilmente rilevante. Il tentativo di coesistenza, la resilienza, la rappresentazione e l’esperienza, quotidiana e scientifica, sono in fondo le questioni che affronto. 

Nella tua ultima mostra “Ci passiamo tutti” (da Artcurial a Milano, 18/02-06/03) hai condiviso lo spazio con l’artista Nazzarena Poli Maramotti, com’è stato dialogare con il linguaggio della pittura e credi che la fotografia abbia bisogno di contaminare il proprio territorio?

Per natura sono una persona estremamente curiosa e il dialogo con Nazzarena Poli Maramotti è stato come guardare con occhi nuovi il mio lavoro, occhi che hanno a che vedere con un modo di affrontare l’arte nella propria pratica molto diverso, arricchente e stimolante - non solo dal punto di vista formale ma anche concettuale.

La fotografia per sua natura, forse fatta eccezione forse per i tableaux (ma neanche e del tutto), lavora per progetto, nella mia in particolare le singole immagini sono tessere di una tela ampia, quasi una ragnatela per cui ogni cosa serve precisamente ad amplificarne un’altra. Il dialogo con le opere di Nazzarena Poli Maramotti mi ha stimolata a lasciare fluire quest’idea verso una nuova possibilità e a guardare oltre la sequenza contaminandola con associazioni che non sono necessariamente di senso ma più generatrici di immaginari visivi e ciò che amo di questa operazione ha a che vedere con l’idea warburghiana di ritorno delle immagini. Ho visto ritornare caverne, il movimento degli animali nel paesaggio, trappole di insetti intelligentissimi nelle pitture e nelle ceramiche di Poli Maramotti e questo ritorno l'ho vissuto come amplificazione di immaginari, entrambi, per la fotografia e la pittura.

Spesso i tuoi progetti sono accompagnati da una pubblicazione, che ruolo ha la forma libro e come integra il lavoro fotografico?

Giancarlo De Carlo nei suoi Viaggi in Grecia ci parla del momento in cui «i rocchi che giacciono al suolo sfogliati tornano ad essere colonne»; a me piace immaginare il mio lavoro come un’operazione di questo tipo, sia quando penso ad una mostra sia quando penso ad un libro.

Tanto costruire una mostra o un libro sono operazioni mentali di visualizzazione, quanto il libro differisce dalla mostra in quanto spazio chiuso con cui avere un rapporto individuale, privato. Ogni mio libro - ma in particolare On the ground among the animals e Are They Rocks or Clouds? - stabilisce una lettura precisa dei progetti che è necessariamente diversa da quella delle opere in mostra, nessuna delle due sostituisce ma amplifica.

Spesso lavoro a lungo termine e negli anni che dedico ai progetti mi trovo a ragionare sia sulle opere sia sul libro e in qualche maniera per me sono un tutt’uno, non penso che sia possibile avere un’esperienza completa del lavoro senza l'uno o senza l’altro. La fisicità delle opere stampate porta a un certo tipo di esperienza, mentre quella del libro ad un’altra, ma sono inscindibili.

Inoltre, la relazione tra testo e immagine sta diventando sempre più rilevante. Negli ultimi dieci anni ho lavorato molto al costruire sistemi di didascalie estese che rivelino universi di pensiero. Mi interessa lavorare con un testo che diventa amplificatore e non descrittivo e chiaramente la forma del libro, con le sue infinite possibilità e declinazioni, ne favorisce l’esplorazione.

Nell’ultimo lavoro che ho realizzato per il museo Maxxi per la mostra in corso Roma nel Mondo, ho esplorato una scrittura che diventa ancora più autonoma dalle immagini, seppur toccandole. Questo lavoro al momento esiste solo in forma di mostra, però mi trovo spesso a immaginare come queste fotografie e questi testi potrebbero interagire in un libro e mi sembra in qualche modo la naturale evoluzione delle pubblicazioni precedenti.

[1] Franz Kafka, Lettere a Felice, 1915, in Elias Canetti, La coscienza delle parole (1976), tr. it., Adelphi, Milano 2007, p. 196.

Allestimento mostra "Ci passiamo tutti" con Marina Caneve e Nazzarena Poli Maramotti da Artcurial Italia. Ph. Alessandro Sambini

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Lavinia Trivulzio, 25 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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