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Frank Moll

Frank Moll: il lavoro è uno spazio in cui le tracce del ritrovarsi rimangono visibili

Barbati Gallery presenta Table Manners, una mostra collettiva internazionale che riunisce 50 artisti provenienti da 18 paesi, tutti partecipanti a The Artist Roundtable – una piattaforma globale fondata nel 2020 da Pia Sophie Ottes per promuovere dialogo, mentorship e un senso di empowerment collettivo tra gli artisti

Redazione GdA

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Barbati Gallery presenta Table Manners, una mostra collettiva internazionale che riunisce 50 artisti provenienti da 18 paesi, tutti partecipanti a The Artist Roundtable – una piattaforma globale fondata nel 2020 da Pia Sophie Ottes per promuovere dialogo, mentorship e un senso di empowerment collettivo tra gli artisti. Gli artisti coinvolti rappresentano un contesto geografico ampio e diversificato: dall’Argentina alla Cina, dalla Slovenia agli Stati Uniti, da Beirut al Regno Unito, dalle Filippine all’Italia. Abbiamo incontrato gli artisti del progetto. Parola a Frank Moll.

L’Artist Roundtable ha sempre valorizzato apertura, cura e apprendimento reciproco. In che modo partecipare a questa comunità ha influenzato il tuo modo di affrontare la pratica artistica — nel tuo studio, nelle collaborazioni o nel modo in cui pensi al coinvolgimento del pubblico?

Partecipare all’Artist Roundtable mi ha dato una comprensione più profonda della diversità e complessità del mondo dell’arte internazionale. Ho avuto una visione interna di come curatori, galleristi, team logistici e artisti affrontano le loro sfide quotidiane e di quanto siamo tutti interdipendenti. Ciò che mi ha colpito di più è che questo campo è costruito da molte persone diverse che si riuniscono per ragioni differenti, ma condividono una curiosità e il desiderio di creare qualcosa di nuovo. Il Roundtable ha rafforzato quanto siano essenziali apertura, cooperazione e rispetto reciproco — valori che ora influenzano il modo in cui lavoro nel mio studio e il modo in cui collaboro.

“Table Manners” trasforma l’idea di una tavola condivisa in una metafora del dialogo e della connessione. In che modo il tuo lavoro in mostra risponde o incarna questa idea del ritrovarsi — dell’essere in conversazione con gli altri attraverso l’arte?

Il mio lavoro in mostra è strettamente legato all’idea di ritrovarsi. È costruito da numerose linee, rigorosamente ordinate, ma che si muovono come onde rispondendo l’una all’altra. Da questi movimenti individuali emerge una composizione più ampia, che tiene insieme i contrasti. Lo vedo come una metafora del modo in cui, come individui, attraversiamo alti e bassi simili. Solo attraverso lo scambio, la risonanza e l’influenza reciproca si forma un slancio collettivo. In questo senso, il lavoro diventa una conversazione silenziosa: uno spazio in cui le tracce del ritrovarsi rimangono visibili.

Ripensando al tuo percorso con The Artist Roundtable, c’è uno scambio, un consiglio o un momento di vulnerabilità che ha cambiato il tuo modo di vedere cosa significa essere un artista oggi?

Ricordo una sessione con Laure Prouvost che è rimasta con me. Abbiamo parlato dell’essere un artista con dei figli — delle sfide, dei dubbi e di come lavorare all’interno delle realtà della vita. Ciò che ha espresso così chiaramente è che un artista deve lavorare con ciò che è presente e permettere a quella realtà di plasmare la pratica. Invece di inseguire un ideale, è più potente accettare il momento in cui ti trovi e trarne energia. Non “diventare” un artista, ma semplicemente “esserlo”. Questo ha cambiato la mia prospettiva su ciò che significa essere un artista oggi: creare a partire dalla vita che hai realmente, non da quella che immagini.

@frank_moll


 

Redazione GdA, 23 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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