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Chiara Caterina Ortelli
Leggi i suoi articoliDal 19 giugno al 6 dicembre, il Gropius Bau di Berlino ospita «Dabei sein und nicht schweigen» (Esserci e non tacere), la più grande mostra istituzionale mai dedicata a Gabriele Stötzer (Turingia, 1953). Curata in stretta collaborazione con l’artista stessa, la mostra, che riunisce circa 150 opere, mette in luce la diversità della sua opera che spazia dalla pittura alla letteratura, dalla fotografia all’arte tessile, dai film in Super 8 alle performance e agli interventi pubblici, confrontandosi con tematiche quali la giustizia, il genere e l’autodeterminazione. La pratica artistica di Stötzer, nella quale il suo stesso corpo riveste spesso un ruolo centrale non come oggetto ma come luogo di resistenza e di autoaffermazione femminista, è indissolubilmente legata al suo impegno sociale e politico: nel 1976 fu arrestata per aver organizzato una petizione che le autorità della Ddr dichiararono «diffamazione dello Stato». Dopo un anno di detenzione, entrò a far parte della scena letteraria e artistica clandestina e in seguito cofondò il collettivo artistico Künstlerinnengruppe Erfurt. Questa mostra intende quindi restituire finalmente la giusta dimensione a una delle voci più originali e radicali emerse dall’underground artistico della Germania Est. L’abbiamo intervistata.
Ha lavorato con i curatori per dare forma a questa retrospettiva, organizzando cinquant’anni di lavoro in sette capitoli tematici. Che tipo di processo è stato?
Quando si inizia a diventare famosi, si può ancora valutare con precisione che cosa ci ha portato avanti, passo dopo passo. Superare quel rifiuto, ignorare le minacce, andare avanti mentre gli altri si arrendono, imparare a incassare. Un tempo dicevo sempre: «Nel soffrire sono una campionessa». Quando poi si diventa famosi, è di nuovo una sfida. Si perde il controllo. Si diventa litigiosi e contraddittori. Questa mostra mi dà una risposta, perché i due curatori Julia Grosse, che si è prima consultata con la curatrice Franziska Schmidt, e Christopher Wierling del Gropius Bau scavano in profondità nella mia arte, ne tirano fuori e ne soppesano gli aspetti, osano e poi interrogano. La cosa più interessante è stata vedere quanto entrambi agissero in modo creativo e originale, ispirati dalla mia stessa arte.
«Esserci e non tacere», il titolo della sua mostra, è una descrizione di come ha sempre lavorato, o è qualcosa che è riuscita ad esprimere solo ora?
È il titolo che ho dato al resoconto dettagliato sulla mia detenzione nel 1977 a Hoheneck, quando mi resi conto che i miei ricordi di quel luogo cominciavano lentamente a cedere il passo alla quotidianità che ne ha seguito, che mi aveva riportato nello stesso ambiente, poiché mi ero rifiutata di lasciare il carcere per andare nell’Ovest, cosa che all’epoca molti desideravano. Ben presto, gli amici per i quali avevo scelto l’Est erano demoralizzati, non credevano più in un cambiamento del socialismo e volevano a loro volta andarsene. Ho scritto della prigione affinché non seguissero quella strada. Inoltre, non volevo proteggere i colpevoli tacendo, cosa che ti rende una vittima.
Da sinistra a destra: Vereny Kyselka, Gabriele Göbel, Ingrid Plöttner, Monika Andres; Erfurt, 1989. Courtesy: Künstlerinnengruppe Erfurt. © Gabriele Stötzer. Foto Christiane Wagner
Ha detto: «Ho capito presto che il mio corpo era l’unico mezzo che mi era rimasto». Il tempo passato in prigione ha influenzato questa consapevolezza?
Prima di finire in prigione credevo ancora in molte cose, nel cambiamento politico del socialismo, che era il mio socialismo, o almeno così mi era stato fatto credere, nei testi e nelle filosofie di quegli uomini... i miei pensieri vagavano senza meta. Ero una studentessa eccellente, la migliore della classe, volevo sempre sapere e imparare tutto. In questo senso il carcere mi ha riportato con i piedi per terra, lì si trattava innanzitutto di sopravvivere. Il mio io l’ho poi tirato fuori nell’arte e l’ho ricostruito pezzo per pezzo nella scrittura. Non credevo più a nessuno e ho messo insieme la mia conoscenza a partire dall’esperienza personale, cosa che spesso era molto dolorosa. Il tempio della conoscenza, della massa e del potere era crollato e sotto c’era un io singolo. E questo io l’ho acceso in tutti coloro con cui mi sono poi unita e ho lavorato.
La sua galleria è stata chiusa nel 1981 dalla Stasi. In che modo la clandestinità è diventata una forza generativa?
Nella galleria in corridoio ho esposto solo opere di artisti uomini, perché era la norma. Ma dopo il carcere, che mi aveva dichiarata prigioniera politica, mi ero detta: «Ora mi dedico all’arte, lì almeno non ti arrestano subito». Era contro la norma, ma aveva a che fare con il fatto di costruirmi una nuova vita, seguendo il motto «Hai perso tutto, quindi puoi solo riconquistare tutto», e realizzare così il mio sogno d’infanzia di diventare un’artista. Ho sempre creduto in me stessa e nel fatto che ce l’avrei fatta, anche se all’inizio non avevo nulla di concreto tra le mani. Così è successo anche quando la Stasi ha «liquidato» la galleria. Lì ho chiesto al mio ragazzo di fotografarmi nuda, distesa a terra con le braccia e le gambe aperte. È stato come un’iniziazione, improvvisamente avevo me stessa e le mie idee, che da quel momento in poi non ho mai più perso. Devo quindi ringraziare la repressione per aver vietato tutto ciò che mi distraeva da me stessa.
Qual è il legame fra arte e politica?
Non faccio arte come atto politico. Per me l’arte è un atto di libertà, e la politica non ne fa parte. La politica è potere e ciò che permette a uomini e criminali di diventare assassini senza mai pensare alle proprie responsabilità. Anche se all’epoca, dopo la rivoluzione del 1989, nel dibattito su come i due Stati tedeschi (o forse la Germania è sempre stata un unico Stato) potessero riunirsi, ero fermamente contraria alla «terza via». Perché avrebbe comportato che persone di secondo piano provenienti da questo Paese dissanguato, senza alcuna formazione come politici e democratici, sarebbero state inserite in posizioni di potere, proprio quando avevamo appena superato una dittatura. Io credo nella democrazia.
Nel 1984 ha cofondato il Künstlerinnengruppe Erfurt, unico collettivo performativo femminista nella Ddr. Volevate rendere le vostre vite stesse oggetto d’arte. Questo tipo di collettività radicale dove vita e lavoro sono inseparabili è ancora possibile oggi?
Sì, l’arte è sempre così.
A ottobre riceverà il Kaiserring, però lei ha trascorso decenni lavorando al di fuori e contro le strutture istituzionali. Che cosa significa questo tipo di riconoscimento?
Sono finita nella scena underground della Ddr perché non riuscivo ad andare avanti nell’ambito ufficiale. Ma in ogni sistema oppressivo ci sono persone che rivendicano la libertà individuale e cercano di viverla. Nel mio caso, la forma era la scrittura e l’arte. E per me la dimensione pubblica ne fa sempre parte. Quindi dovevo andare dove potevo pubblicare, leggere testi ed esporre arte. Non mi facevo illusioni sulla lotta per la sopravvivenza laggiù, tutti contro tutti. Dopo il 1989 era possibile fare di più. Più spazio e più visibilità, e lì bisognava prima di tutto sopravvivere, non affondare. Non è stato proprio facile né indolore. Ma ho sempre voluto diventare famosa, me lo dicono oggi vecchi amici.
Gabriele Stötzer, «Die unbotmäßige Frau», 2022. Courtesy di Gabriele Stötzer. © VG Bild-Kunst, Bonn 2026