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Gerold Miller, «Instant vision 300» (2025)

Foto Fabio Mantegna. Courtesy Dep Art Gallery

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Gerold Miller, «Instant vision 300» (2025)

Foto Fabio Mantegna. Courtesy Dep Art Gallery

Gerold Miller, il confine instabile dell’immagine trova il suo fuoco a Milano

Da Dep Art Gallery, la prima personale italiana dell’artista tedesco propone una selezione di opere che testimoniano gli sviluppi più recenti della produzione dell'autore
 

Camilla Sordi

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Con la mostra Gerold Miller. Opere, Dep Art Gallery propone a Milano un incontro atteso e tutt’altro che rassicurante. Fino al 31 gennaio 2026, la prima personale italiana dell’artista tedesco nella sede della galleria invita il pubblico a confrontarsi con una pratica che da decenni si muove su una linea di confine, mettendo in crisi categorie, gerarchie e abitudini dello sguardo. Curata da Frank Boehm, l’esposizione restituisce gli esiti più recenti di una ricerca coerente e insieme aperta, rigorosa ma mai dogmatica.

Il lavoro di Gerold Miller resiste alle definizioni rapide. Parlare di riduzione o di minimalismo può sembrare, a prima vista, una scorciatoia utile, ma rischia di essere fuorviante. Miller non ripercorre i sentieri dell’astrazione storica né si appoggia ai presupposti della Konkrete Kunst, pur dialogando idealmente con entrambe. Fin dagli anni della formazione, negli anni Ottanta, l’artista ha scelto di operare attraverso gruppi e serie, costruendo sistemi fondati su regole severe, capaci però di accogliere deviazioni, slittamenti e aperture inattese. È proprio in questa tensione tra controllo e possibilità che il suo lavoro trova una vitalità silenziosa ma persistente.

Le opere esposte si collocano in un territorio intermedio, dove l’immagine perde la sua bidimensionalità rassicurante e il corpo scultoreo rinuncia a ogni monumentalità. Miller lavora con procedure proprie della scultura, ma i suoi formati, l’attenzione ossessiva al margine e alla cornice, il rapporto con la parete rimandano costantemente alla tradizione della pittura. Il risultato è un paradosso percettivo: opere pienamente radicate nello spazio reale, collocate con precisione quasi chirurgica, che tuttavia aprono a uno spazio mentale instabile, potenzialmente infinito.

«Gerold Miller. Opere». Foto Bruno Bani. Courtesy Dep Art Gallery

«Gerold Miller. Opere». Foto Bruno Bani. Courtesy Dep Art Gallery

La mostra presenta lavori recenti appartenenti alle serie Set, Instant Vision e Profil, affiancati da Verstärker, un’opera che si impone nello spazio come presenza autonoma e al tempo stesso come dispositivo di relazione. Qui il tema della cornice, centrale nella ricerca di Miller fin dagli esordi, diventa una soglia concettuale, un luogo di passaggio tra l’illusione dell’immagine e la concretezza dei materiali. Come osserva l’artista, un’immagine è fatta di dimensioni, proporzioni, densità, rapporti tra primo piano e sfondo: elementi che nel suo lavoro non vengono mai dati per scontati, ma continuamente rimessi in gioco.

Ad accompagnare la mostra, un volume bilingue italiano-inglese raccoglie tutte le opere esposte e un testo critico di Frank Boehm, che ripercorre in modo puntuale lo sviluppo della pratica di Miller. Un ulteriore strumento per entrare in una ricerca che non chiede adesioni immediate, ma attenzione, tempo e disponibilità a mettere in discussione il modo stesso di guardare.

Camilla Sordi, 28 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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