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Le nove muse sono figlie di Zeus e Mnemosine; la loro guida è Apollo. Esse rappresentavano l’ideale supremo dell’Arte, intesa come verità del Tutto. Anton Raphael Mengs, «Parnaso», Sanpietroburgo, Ermitage

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Le nove muse sono figlie di Zeus e Mnemosine; la loro guida è Apollo. Esse rappresentavano l’ideale supremo dell’Arte, intesa come verità del Tutto. Anton Raphael Mengs, «Parnaso», Sanpietroburgo, Ermitage

Gli 80 anni della Repubblica: dovrebbero sfilare le armi di pace, le Arti

In occasione dell’ottantesimo anniversario, riflettiamo sull’importanza dell’arte e del sapere per l’esistenza stessa della Repubblica, che gli italiani e le italiane hanno scelto con il referendum del 2 giugno 1946. Senza la difesa delle arti e della repubblica saremmo sudditi del censo

Francesco Scoppola

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Quando sfileranno nella Festa della Repubblica anche le nostre armi di pace? Quando qualcuno passerà in rassegna, d’autorità popolare, anche le forze civili? Con il corredo dei loro mezzi di difesa? Con le loro magistrature? Per rendere onore alla Repubblica, quali sfilate sapremo inventare? Nelle ricorrenze future lo spettacolo potrebbe divenire sempre più capace di evocare chi si è mosso allora, ottant’anni fa: tutti. Il 2 giugno del 1946 anziché allontanarsi sarà così, improvvisamente, sempre più vicino.

Ci sarà prima o poi nella storia della Repubblica una sfilata che non si limiti a far venire i brividi di eccitazione e di entusiasmo a chi vuole vincere, o che rassicuri chi teme il nemico senza provare a capirlo, se non addirittura ad amarlo, ma che faccia anche sognare gli indifesi, gli ultimi, i quieti e gli speranzosi? I desiderosi dell’impalpabile, della meraviglia, delle idee. Perfino quando sfiorano e accarezzano ciò che pare ancora impossibile.

Prima dei carri armati, dei mezzi corazzati e dei plotoni di soldati, sfilerebbero anche nove gruppi diversi di artisti, suddivisi secondo le loro muse ispiratrici, le memorabili sorelle figlie di Zeus e di Mnemosine (la memoria), concepite in Tessaglia dopo la vittoria sui Titani, liberazione che ha consentito di dare un nuovo ordine al mondo.

È un pensiero che resta costante anche nelle epoche successive, nelle culture diverse: «per sollevare li loro ingegni alle idee del bello e del sublime» è l’espressione tratta dalle premesse delle misure Sulle antichità e belle Arti in Roma e nello Stato ecclesiastico adottate da Pio VII nel 1802.

Le arti da tre, come le antiche stagioni, come le ore e le grazie, divenute quattro, sette a Lesbo, poi otto, quindi con i nomi loro assegnati da Esiodo sono tornate nove, aderendo al loro numero già fissato dalla tradizione omerica (Odissea, XXIV, 60): Clio (per gli storici e le celebrità, le cronache, i fatti memorabili), Urania (per l’astronomia e la geometria, con l’aritmetica), Melpomene (per il canto, i cori, la tragedia, la danza), Talìa (commedia, poesia bucolica, festosità, bellezza: proprio le risorse naturali e panoramiche congiunte attraverso il disegno alle belle arti), Tersicore (danza, poesia corale, gioia, armonia, emozione: spettacolo), Erato (canto corale e poesia amorosa: capacità di unione), Calliope (saggezza, poesia epica, eloquenza, scrittura, letteratura e oratoria, retorica, diritto), Euterpe (per coloro che sanno rallegrare gli altri, farli star bene: servizio) e Polimnia (della danza e del canto sacro, del molteplice: pluralismo come vera ricchezza).

Da Alessandro Magno in poi in Macedonia si tenevano per nove giorni le feste Olimpie, celesti, sovrumane. Dedicate alle divinità che abitano il monte Elicona, nella spirale del tempo stanno a guida ed esempio di coloro che meditano, che creano con la fantasia; come i Feaci, che in Omero navigano con la forza del pensiero. Sono le Muse. Le ricordiamo, invochiamo, rievochiamo nei giochi olimpici, le Olimpiadi, solo per la salute dei corpi, dimenticando quella della mente.

Non solo le sette arti liberali del Trivio e del Quadrivio, rispettivamente delle lettere e della scienza, non solo le arti illiberali, inizialmente ritenute servili, meccaniche, artificiali, artigianali, professionali, falsificatrici o della finzione, della maschera, nell’elencazione definita da Ugo di San Vittore. L’architettura è intesa come sottogruppo dell’«armatura», la seconda tra le sette arti meccaniche: «lanificium», «armatura», «navigatio», «agricoltura», «venatio», «medicina» e «theatrica». La pittura e la scultura non compaiono nemmeno. L’abilità tecnica non è intesa come attiva e libera perché percepita come solo orientata al servizio, all’imitazione della natura. Ma con Leon Battista Alberti, nella sua riflessione su «l’humanitas», la cultura e la civiltà non possono identificarsi unicamente con le lettere: ovviamente la scrittura e la letteratura ne fanno parte, ma anche, promosse tra le arti liberali, la pittura e la scultura, con la musica e l’oreficeria, con la matematica e la geometria, dunque le scienze, nonché con la tecnologia. Ma già in precedenza, con Cimabue, con il campanile di Giotto, nei fatti, nelle opere la pittura, la scultura e l’architettura si affermano come un gruppo a sé stante, tra le liberali e le meccaniche. Le arti, non più distinte tra liberali e illiberali, rappresentano l’universalità dei saperi, delle capacità qualitative, prima che quantitative.

Non solo le belle arti, figurative, del disegno: pittura, scultura e architettura. A inizio Seicento tutto si unifica nella ricerca del teatro dell’universo con la villa e la raccolta Borghese: non più solo un museo, non soltanto affiancato dal supporto cartaceo di Cassiano dal Pozzo, ma natura e arte insieme. Non solo l’enkyklios paideia di Quintiliano ispirata a Isocrate, ma nell’insieme l’arte di vivere, di scegliere, di discernere i diversi valori sempre, anche nelle criticità: attraverso la conservazione dei frutti nell’alternarsi delle diverse stagioni (Demetra-Cerere), attraverso la consapevolezza delle impossibili nozze tra la filologia e il mercato che, nelle vesti di Mercurio, già anima il Satyricon di Marziano Capella, scritto in piena crisi del mondo antico, dopo la caduta dell’anno 410.

Senza la difesa delle arti e della repubblica, impercettibilmente saremmo già finiti, o tornati, dalla democrazia qualitativa alla plutocrazia quantitativa: sudditi del censo.

Francesco Scoppola, 02 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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