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Walter Schels, «Untitled», dalla serie «Snapper, St. Mark’s Square, Venice», 1974

© Walter Schels / Stiftung F.C. Gundlach

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Walter Schels, «Untitled», dalla serie «Snapper, St. Mark’s Square, Venice», 1974

© Walter Schels / Stiftung F.C. Gundlach

Gli scatti di Walter Schels a Berlino: «Vivo il mondo attraverso il mirino»

In occasione del suo 90mo compleanno, C/O Berlin presenta la prima retrospettiva del fotografo tedesco in città: oltre 300 opere illustrano l’ampio corpus di lavori sperimentali e approcci trasformativi che hanno plasmato la sua pratica fotografica

Chiara Caterina Ortelli

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Dal 20 giugno al 2 settembre, C/O Berlin ospita «16° Fische», la prima grande retrospettiva dedicata al fotografo tedesco Walter Schels (Landshut, 1936). La mostra, realizzata in collaborazione con la Stiftung F.C. Gundlach e curata da Sophia Greiff, Beate Lakotta, Sebastian Lux e Franziska Mecklenburg, è il frutto di una ricognizione sistematica di oltre 10mila copie originali, in gran parte inedite. L’esposizione attraversa più di sei decenni di lavoro: ritratti di volti noti e anonimi, serie su giovani in transizione o su persone al limitare della vita, fotografie di animali e di piante trasformate da interventi chimici. Un percorso che rivela come Schels abbia sempre lavorato su due registri paralleli, il documentario e lo sperimentale, senza mai sentire il bisogno di scegliere tra l’uno e l’altro. Abbiamo incontrato i curatori Beate Lakotta e Sebastian Lux.

Questa è la prima grande retrospettiva dedicata a Walter Schels, nell’anno del suo 90mo compleanno. Da dov’è partito il progetto?
S.L.: Dalla consapevolezza che molte opere nell’archivio di Walter Schels non erano mai state esposte. Volevamo aggiungere la metà mancante alla comprensione del suo lavoro, e di lui come fotografo, idealmente insieme a lui. Un 90mo compleanno è una buona occasione per farlo.

Con oltre 250 opere selezionate da un corpus così vasto, c’è qualcosa nell’archivio che vi ha costretti a rivedere la vostra idea sul lavoro di Schels?
S.L.: Abbiamo capito quanto costantemente Schels abbia lavorato fin dall’inizio su due binari, documentario e narrativo da un lato, sperimentale fino all’astrazione dall’altro. Quest’ultimo versante, artistico, è rimasto in gran parte invisibile fino ad ora, in parte perché Schels stesso non ha mai avvertito l’impulso di presentarsi come artista. Ora lo facciamo noi per lui.

«16° Fische» è un titolo strano, quasi privato, per una mostra così ampia. Che cosa significa?
B.L.: Il titolo si riferisce alla costellazione sotto cui è nato Schels. Al momento della sua nascita, il sole si trovava a 16 gradi dalla costellazione dei Pesci. Lui stesso ricava da questa costellazione i tratti essenziali del suo temperamento artistico: sensibilità, intuizione, immaginazione e un profondo interesse per le persone.

Schels ritiene che un’immagine non sia mai finita: sovradipinge, solarizza, lavora con sostanze chimiche e materiale vegetale. Di che cosa è insoddisfatto nell’immagine pura?
S.L.: Più che una questione di insoddisfazione è pura curiosità per ciò che è ancora possibile. L’immagine di un barboncino o di una pecora solarizzata o trattata chimicamente rivela qualità diverse, fantastiche, rispetto al ritratto classico. Entrambe coesistono come pari.

Walter Schels, «Autoritratto, il lato destro del viso raffigurato due volte», 1985, dalla serie «Halvings». © Walter Schels / Stiftung F.C. Gundlach

Walter Schels, «Pecora», 1984. © Walter Schels / Stiftung F.C. Gundlach

Il lavoro di Schels abbraccia ritrattistica, fotografia animale, documentario, serie sperimentali, eppure c’è qualcosa di immediatamente riconoscibile. Qual è il filo conduttore?
B.L.: Un interesse per le domande esistenziali e per l’individuo, nel suo assoggettamento al tempo, alla transitorietà e alla trasformazione, attraversa come un filo rosso l’intera opera di Schels. Lo si vede già nella serie «Testings» del 1968: una giovane donna su una panchina del parco, ma era davvero seduta lì, o ci si siederà un giorno? Attraverso doppie esposizioni e tratteggi a matita, Schels crea una dimensione temporale e oltrepassa i confini della fotografia verso il pittorico. Lui stesso non si è mai chiesto a quale categoria appartenga il suo lavoro. Si considera un fotografo: che la sua opera resista alla classificazione sembra essere un problema soprattutto per il mondo dell’arte.

F.C. Gundlach ha descritto Schels come uno dei ritrattisti più ossessivi in attività: un grande elogio. Ma «ossessione» è anche una parola ambivalente. L’ossessione è la chiave per capirlo?
B.L.: Walter Schels la formula così: «Vivo il mondo attraverso il mirino. Non posso farne a meno».

Schels torna spesso al formato seriale. Che cosa rivela la ripetizione?
B.L.: Nelle sue serie, il tutto è più della somma delle parti, chiamiamola comprensione profonda. Per lui inizia in camera oscura, che si tratti di serie di ritratti documentari come «Blind, trans*» o «Life Before Death», o di esperimenti come la sua nuova serie astratta di chimica. In queste, diventa visibile il suo entusiasmo per l’immaginazione evolutiva della creazione. Si dispiega anch’esso in forma seriale: attraverso una ripetizione infinita, la variazione e il caso.

Serie come «Life Before Death» si collocano su un vero confine etico. Come si espone quel lavoro senza che lo spazio espositivo lo sterilizzi o scivoli nello spettacolo?
B.L.: Si pensi alle innumerevoli rappresentazioni dei morti nella storia dell’arte, dalle maschere mortuarie al genere della fotografia post morte). Un tempo era comune guardare e registrare i morti. «Life Before Death» si riallaccia a una tradizione che si è interrotta solo quando la morte è stata confinata nell’invisibilità degli ospedali. Forse dovrei precisare a questo punto che sono la compagna di Walter, e che abbiamo realizzato questo progetto insieme più di vent’anni fa.

Schels è vivo e ancora presente sulla scena artistica. A che punto una retrospettiva smette di essere una celebrazione e diventa qualcosa con cui l’artista deve fare i conti?
B.L.: Non concepiamo «16° Fische» come una retrospettiva nel senso di: «Questo è tutto». Un’immagine non è mai finita per Walter Schels e, a quanto pare, nemmeno lui come artista. Abbiamo discusso molto insieme. Eravamo d’accordo che quelle che lui chiama le sue «immagini folli» dovessero finalmente diventare visibili. Che nel processo di selezione si dovessero sacrificare molte altre opere per lui è stato doloroso, ma inevitabile.

Che cosa sperate che provi chi non conosce Walter Schels dopo aver trascorso del tempo in mostra?
S.L.: Che la fotografia possa essere più di un documento del mondo, un modo di starci dentro. Per quasi sette decenni, Walter Schels ha osservato persone, animali, piante, legati da una qualità di attenzione che sembra quasi fisica. I suoi ritratti creano incontri autentici. Restituiscono lo sguardo. I visitatori potrebbero uscire con la sensazione di essere stati visti dalle sue immagini.

Walter Schels, «Chimica II, No. 6753», 2024. © Walter Schels / Stiftung F.C. Gundlach

Walter Schels, «Empire State Building», fotografia 1968, fotomontaggio analogico 1976. © Walter Schels / Stiftung F.C. Gundlach

Chiara Caterina Ortelli, 19 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

Gli scatti di Walter Schels a Berlino: «Vivo il mondo attraverso il mirino» | Chiara Caterina Ortelli

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