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«La fiera di Warmond», di Jan Steen (particolare), opera in mostra alla New York Historical Society

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«La fiera di Warmond», di Jan Steen (particolare), opera in mostra alla New York Historical Society

I 250 anni degli Usa illustrati dalle mostre di New York

La programmazione newyorkese «America 250» promuove dell’anniversario una visione inclusiva e multiforme, dai dipinti dell’età dell’oro olandese all’arte contemporanea dei nativi americani

Gaspare Melchiorri

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Il 4 luglio si celebra negli Stati Uniti il 250mo anniversario dell’adozione della Dichiarazione d’Indipendenza a Filadelfia, un’occasione che viene da una parte celebrata, dall’altra contestata in tutto il Paese. La festa dell'indipendenza degli Stati Uniti, nota anche come 4 luglio, è la festa nazionale degli Usa che commemora l'adozione della Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America il 4 luglio 1776, con la quale le Tredici colonie si distaccarono dal Regno di Gran Bretagna, governato all'epoca da Giorgio III. I festeggiamenti si svolgono solitamente con fuochi d'artificio, parate, barbecue, picnic, concerti, partite di baseball e di basket, cerimonie e altri eventi pubblici/privati che celebrano la storia, il governo e le tradizioni degli Stati Uniti d'America.

A New York le commemorazioni sono già in corso in alcune istituzioni della città. Se da una parte l’amministrazione Trump sta cercando di ridefinire la Smithsonian Institution e la stessa definizione di patriottismo, dall’altra la programmazione newyorkese «America 250» promuove dell’anniversario una visione inclusiva e multiforme, dai dipinti dell’età dell’oro olandese all’arte contemporanea dei nativi americani.

Contro il rischio di essere confinate in compartimenti stagni geografici, diverse mostre newyorkesi stanno adottando un approccio internazionale. Per esempio, «Old Masters, New Amsterdam», alla New York Historical Society (fino al 30 agosto), combina prestiti da altri musei con opere della Leiden Collection (fondata da Thomas S. Kaplan e Daphne Recanati Kaplan, la Leiden Collection è una delle collezioni private più grandi e importanti di arte olandese del XVII secolo ancora in mani private). La mostra illustra le vite e le ambizioni dei primi coloni olandesi di New York. Il suo obiettivo è offrire uno spaccato della società dei primi coloni, dai medici e dai contabili ai semplici lavoratori.

L’Hispanic Society Museum & Library ospita «Goya e l’Età della Rivoluzione» (fino al 28 giugno), una mostra che affronta il duecentocinquantesimo «genetliaco» letto con la lente di rivoluzioni intrecciate. Quegli sconvolgimenti ispirarono alcune delle immagini più indelebili di Goya sulla violenza e la sofferenza umana, in particolare la sua serie di stampe «I disastri della guerra» (1810-20), pubblicata postuma nel 1863. «La serie presenta non solo una feroce denuncia della guerra e della sua brutalità, ma anche una rappresentazione schietta del prezzo orribile che pagano i civili», ha dichiarato alla stampa  Patrick Lenaghan, responsabile della sezione stampe e fotografie dell’istituzione newyorkese.

Un altro ciclo di mostre si concentra sulla nascita degli Stati Uniti, indagando sul significato dell’arte americana nel corso del tempo. Il Metropolitan Museum of Art propone un’installazione tematica nella sua ala americana, «Revolution!» (fino al 2 agosto), che ripercorre la storia di quel periodo di sconvolgimenti attraverso i più disparati generi di opere, su una grande varietà di soggetti: dai ritratti di rivoluzionari come Benjamin Franklin e George Washington alle raffiche britanniche che falciarono i patrioti americani, fino alle pipe dei nativi americani.

Il Museum of the City of New York affronta tematiche simili in una chiave più immersiva. «The Occupied City» (aperta fino ad aprile 2027) colloca le belle arti e le arti decorative della collezione del museo all’interno di ambienti specifici dell’epoca, tra cui una taverna, una ricostruzione dell’ufficio di Alexander Hamilton e una caffetteria. Tra gli elementi interattivi c’è un’installazione che permette ai visitatori di abbattere una versione in realtà virtuale della statua di Giorgio III che un tempo si trovava a Bowling Green. Elisabeth Sherman, curatrice capo e vicedirettrice del museo, afferma che questi spazi ampliano la tradizione delle sale d’epoca del museo e rendono «il passato lontano più presente per il pubblico contemporaneo».

La mostra mette in luce le storie intrecciate delle diverse comunità demografiche di New York durante questo periodo turbolento, comprese le donne, i nativi americani e gli schiavi. Sebbene la mostra abbia ricevuto finanziamenti dal National Endowment for the Arts, il museo non ha incontrato alcuna opposizione nei confronti del suo messaggio.

«House Made of Dawn: Art by Native Americans, 1880-Now», anche questa al New York Historical (fino al 16 agosto), esamina infine l’eredità della storia americana non solo attraverso artisti e soggetti indigeni, ma anche attraverso i modi in cui la storia dei nativi americani è stata rappresentata e insegnata.

Wendy Nālani E. Ikemoto, vicepresidentessa e curatrice capo del New York Historical, considera l’Institute of American Indian Arts (Iaia) nel New Mexico come un «pilastro fondamentale» della mostra. «Nel boom delle scuole d’arte degli anni ’60, lo Iaia è diventato uno spazio vitale per gli artisti nativi impegnati in una varietà di pratiche artistiche indigene e contemporanee e ha contribuito a inaugurare una nuova era dinamica di espressione», ha detto.

Gaspare Melchiorri, 18 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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