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Pierre et Florent, «Ritratto di Gabrielle», dal progetto «Cavalcade», Camargue, 2025

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Pierre et Florent, «Ritratto di Gabrielle», dal progetto «Cavalcade», Camargue, 2025

Il costume da amazzone è stato uno strumento di emancipazione

Al Musée Fragonard de la Mode et du Costume di Arles più di 100 abiti e accessori, accanto a dipinti e stampe, illustrano l’evoluzione dell’abito da equitazione femminile

Luana De Micco

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L’abito rosso intenso firmato da Claude Brouet per la collezione Hermès autunno-inverno 1995, teatrale come un sipario d’opera; il completo di Jean-Paul Gaultier, cilindro e frustino, sempre per Hermès, del 2004, rigorosamente nero; il tailleur verde bosco di Azzedine Alaïa del 1985, costruito attorno a una redingote dalle spalle scolpite: non solo tre splendidi capi di haute couture, ma il punto d’arrivo di una storia lunga secoli. Una storia che affonda le sue radici nella mitologia greca, attraversa le corti europee e arriva fino alle battaglie del femminismo moderno. Parliamo della figura dell’amazzone, alla quale il Musée Fragonard de la Mode et du Costume, nuovo tempio della moda che ha aperto le porte nel 2025 ad Arles, dedica la mostra, «Amazones! Cavalières et icônes de mode» dal 22 maggio al 20 settembre. Quello che è interessante nel progetto, curato da Clément Trouche e Valerio Zanetti, è che non si tratta solo di ricostruire l’evoluzione dell’abito da equitazione femminile, ma di raccontare come il costume da amazzone sia stato, nel corso dei secoli, uno strumento di emancipazione. La mostra «rivela come le mode amazzoni abbiano aiutato cavallerizze, cacciatrici, donne politiche e scudiere professioniste a materializzare la parte più politicamente impegnata e rivoluzionaria della propria identità, si legge in una nota della mostra. Inizialmente sfida alle convenzioni tradizionali dell’abbigliamento, l’abito da amazzone si trasforma progressivamente in un elemento imprescindibile del guardaroba della donna elegante».

Pierre Mignard (attribuito a), «Ritratto equestre della contessa Saint-Géran», 1670-79, Skokloster, Skoklosters slott

Jean Boichard, «Cirque d’hiver», 1880-1900, Paris, musée Carnavalet - Histoire de Paris

Prende in prestito dal guardaroba maschile materiali, tagli, stivali e giacche. L’amazzone, spiega ancora il museo, «non è una donna travestita da uomo, ma la creazione di un’icona femminile e la personificazione di una femminilità diversa, più atletica e più libera». Più di 100 abiti e accessori sono in mostra, provenienti da musei francesi, come Musée d’Orsay, Louvre, Musée Condé, e internazionali, Fashion Museum of Bath, Royal Albert Memorial Museum, Nordiska Museet e Livrustkammaren. La mostra parte dalla mitologia classica, dalle immagini delle amazzoni dell’antichità greco-romana, donne guerriere, che ispirarono pittori come Eugène Delacroix: il Petit Palais ha prestato ad Arles la tela del 1849-52 dedicata a Ercole e Ippolita, regina delle Amazzoni. È nel Rinascimento e nel Grand Siècle che l’amazzone diventa icona di stile. Le nobildonne iniziano a cavalcare con selle progettate per offrire maggiore controllo e autonomia. Un esempio in mostra è la sella della regina Cristina di Svezia del 1650, in velluto ricamato in filo d’argento. Sotto Luigi XIV, la mode amazone diventa popolarissima a corte. Piume, panaches, guanti di daino, redingote e stivali: l’abito equestre femminile prende in prestito gli elementi più spettacolari del guardaroba maschile. Il «Ritratto a cavallo della contessa di Saint- Géran» (1670-79), attribuito a Pierre Mignard, oppure quello della Grande Mademoiselle Anne-Marie-Louise d’Orléans, cugina del re Sole, dipinto da Louis Ferdinand Elle l’Aîné nel 1660, raccontano un’altra idea di femminilità, già sorprendentemente moderna.

Poi arriva il Settecento e l’abito da amazzone esce finalmente dai maneggi. Le donne viaggiano, passeggiano e danzano in tenuta da amazzone. Durante la Rivoluzione del 1789, vestirsi così per le donne assume un significato apertamente politico: «Le donne militanti che scendono in strada rivendicano, anche grazie al costume da amazzone, il loro patriottismo e la loro immagine di cittadine libere», si legge ancora. Nell’Ottocento l’abito da amazzone diventa l’apice dello chic nelle serate della mondanità parigina. A dettare la linea è la stessa imperatrice Eugenia. La mostra espone selle, cappelli di paglia e nastri di seta, corsetti con maniche a sbuffo e lunghe file di bottoncini, alti stivali di pelle e completi sartoriali dal taglio impeccabile. Edgar Degas rimane affascinato da queste figure femminili che attraversano i boulevard parigini a cavallo: nella sua «Amazone de dos» (1860-70), l’artista sceglie un punto di vista di schiena che accentua il taglio a vita stretta dall’abito. Nel ’900, l’arrivo dell’auto e della bicicletta rappresentano una rivoluzione anche sul piano dell’abbigliamento femminile. Le ampie gonne lasciano il posto a gonne-grembiule. La culotte si mette in mostra per permettere alle donne di montare a cavallo come gli uomini. È qui che il percorso arriva all’alta moda contemporanea, con i modelli Hermès, Alaïa, Gaultier, silhouette che non possono non essere lette attraverso la lente del femminismo moderno. Nella regione della Camargue la tradizione della Monta all’Amazzone è ancora viva. Il progetto video-fotografico del duo Pierre et Florent, «Cavalcade», che chiude il percorso, rende omaggio a queste donne di Arles, custodi della tradizione che «indossano il costume come si porta una memoria».

Claude Déruet, «L’aria o La caccia della duchessa Nicole di Lorena», ca 1630-34, Orléans, musée des Beaux-Arts

Luana De Micco, 22 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Il costume da amazzone è stato uno strumento di emancipazione | Luana De Micco

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