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Angelica Kaufmann
Leggi i suoi articoliDal 7 febbraio Triennale Milano inaugura il nuovo percorso espositivo del Museo del Design Italiano, curato da Marco Sammicheli con Marilia Pederbelli e con progetto di allestimento firmato da Roberto Giusti. L’idea è tanto semplice quanto ambiziosa: raccontare il design non come una sequenza di icone isolate, ma come un sistema di relazioni. Gli oggetti più significativi della collezione permanente – incluse le acquisizioni recenti – vengono rimessi in scena dentro il loro contesto culturale, industriale e sociale, facendo emergere la trama fitta che lega progetto e Paese.
Il percorso propone oltre 400 oggetti, progetti e documenti, dagli ultimi anni Venti ai primi Duemila, e si apre con una timeline che corre lungo la parete sinistra: una cronologia per decadi dove il design si innesta su passaggi chiave della storia italiana – secondo dopoguerra, boom economico, 1968, austerity, postmoderno – accanto a snodi di modernizzazione e industria, dalle infrastrutture alle imprese, fino alla trasformazione dei consumi e dei media. È un invito a leggere la forma come conseguenza (e talvolta come anticipo) di un clima economico, politico, tecnologico.
Nelle parole di Stefano Boeri, Presidente di Triennale Milano, il museo è pensato “come una scuola” e come uno spazio “sempre più accessibile”, con una scelta destinata a segnare la fruizione: ingresso gratuito per gli studenti di qualsiasi età e provenienza. Sammicheli insiste sul punto che regge l’intera impostazione: dare voce al legame tra storia italiana e aziende, facendo emergere la relazione tra design, innovazione e industria, ma con modalità che non si esauriscono nella vetrina museale tradizionale. Il racconto, infatti, attraversa anche dispositivi interattivi, ludici e didattici, integrando le nuove acquisizioni con le grandi traiettorie del progetto.
Uno degli aspetti più convincenti del nuovo allestimento è l’attenzione strutturale all’accessibilità. Il Museo è interamente curato e realizzato dai dipartimenti interni della Triennale, ma si avvale della consulenza di realtà specializzate: Associazione Culturale Fedora, Associazione L’abilità, Laboratorio COmeta del Politecnico di Milano. Ne nasce un set di strumenti concreti per facilitare la visita: materiali Easy to Read, CAA, Braille, caratteri ingranditi, contenuti video in LIS e International Sign, audiodescrizioni, mappe tattili, kit e zaini sensoriali per adulti e bambini. È una dichiarazione di metodo: un museo “aperto” non solo per scelta valoriale, ma per infrastruttura di fruizione.
A completare il percorso arrivano cinque approfondimenti trasversali, concepiti con Mammafotogramma come installazioni interattive site-specific: decorazione, riviste di settore, persona, autoprogettazione, leggerezza. Qui la narrazione si sposta dal “cosa” al “come” del progetto. La decorazione diventa esperienza tattile, tra arazzo e puzzle 3D. Le riviste – e quindi la costruzione del discorso sul design – vengono raccontate anche con una video-animazione che scompone i fondamentali di una pubblicazione: formato, griglie, font, layout, fotografie. “Persona” lavora sul corpo e sugli accessori attraverso un dispositivo ludico che ricorda il gioco “gira la moda”, trasformato in una sorta di slot visiva capace di generare combinazioni sempre diverse. “Autoprogettazione” introduce l’idea di progettazione non umana: un algoritmo mette in scena un processo generativo che compone arredi su dati reali. E infine “leggerezza”, con la Superleggera di Gio Ponti come paradigma: una bilancia invita a confrontare il peso degli oggetti con quello della sedia, facendo capire con il corpo cosa significhi “progettare la leggerezza”.
Il rinnovamento del Museo è anche un segnale sull’evoluzione della collezione: cresce il numero delle opere e si allargano gli ambiti. Accanto ai maestri – da Ettore Sottsass a Carlo Mollino, da Piero Bottoni ad Antonia Campi – entrano figure contemporanee come Antonio Citterio, Patricia Urquiola, Andrea Vallicelli. E soprattutto si espande la mappa delle merceologie: trasporti (automotive, veicoli, nautica), moda (con acquisizioni e archivi, tra cui quello di Giusi Ferrè), illustrazione e grafica (da Armando Testa a Saul Steinberg, fino a Giorgio Forattini). Anche i materiali e le tecniche “tradizionali” – ceramica, vetro, smalti – vengono rafforzati con designer legati alla storia delle Triennali. Sul fronte cronologico, l’estensione verso il contemporaneo porta nel percorso progetti 1999–2005 di autori italiani e internazionali, da Ron Arad a Naoto Fukasawa, da Jasper Morrison a Marc Newson, da Nathalie Du Pasquier a Fabio Novembre. Il risultato, almeno nelle intenzioni dichiarate, è un museo che rimette in tensione il canone. Un archivio che diventa racconto, un racconto che diventa esperienza, e un’esperienza che cerca pubblici più ampi senza abbassare la complessità.
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