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Redazione
Leggi i suoi articoli«Il Giornale dell'Arte» ha avviato un confronto con i direttori di alcune delle principali gallerie italiane per riflettere sui cambiamenti che stanno interessando il mercato. Al centro dell'indagine vi sono il tema del ridimensionamento delle strutture, la sostenibilità dei modelli di crescita che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, l'evoluzione del ruolo delle fiere e le trasformazioni del collezionismo. Più che offrire risposte definitive, l'obiettivo è raccogliere prospettive ed esperienze diverse per comprendere come gli operatori interpretino una fase che potrebbe segnare una ridefinizione degli equilibri del sistema dell'arte.
Elena Dal Molin, direttrice di Atipografia, Arzignano
Secondo lei, cosa cambierà nel sistema dell’arte nei prossimi cinque anni?
Credo assisteremo a una selezione naturale. Non tanto degli artisti, quanto dei modelli di lavoro. Sopravvivranno le gallerie capaci di offrire qualcosa che nessuna piattaforma o semplice canale di vendita può sostituire: una visione curatoriale, relazioni di fiducia e la capacità di accompagnare un artista e la sua ricerca nel tempo. Penso però che emergerà anche un altro cambiamento. Per molte gallerie indipendenti sarà sempre più difficile sostenere da sole i costi e la complessità del sistema internazionale. Per questo immagino un futuro fatto meno di competizione e più di alleanze: non tanto reti commerciali, quanto reti di pensiero, in cui gallerie con affinità curatoriali condividano progetti, conoscenze e opportunità, pur mantenendo ciascuna la propria identità. Il mercato probabilmente rallenterà ma questo può diventare un’occasione per riportare l’attenzione sulla qualità delle relazioni, sulla costruzione di percorsi di lungo periodo e sul valore culturale del lavoro delle gallerie. Credo che il futuro non dipenderà solo dalla capacità di vendere opere, ma da quella di costruire contesti in cui quelle opere possano essere comprese e continuare a generare significato.
Il ridimensionamento di Pace è un episodio isolato o il segnale di una trasformazione strutturale del sistema dell’arte?
Mi sembra un segnale strutturale. Il modello delle mega-gallerie si è basato su una crescita continua: più sedi, più fiere, più mercati. È un sistema che funziona quando tutto il mercato cresce in modo costante.
Quando questa espansione rallenta, emergono i limiti. In alcuni casi anche la pressione sui prezzi è legata a questa struttura: per sostenere modelli così grandi serve una crescita continua del valore delle opere. Quando questo meccanismo si incrina, tutto diventa più fragile. Non lo leggo necessariamente in modo negativo. Forse è una fase di aggiustamento che riporta il sistema a una scala più sostenibile e più legata ai progetti, meno alla sola espansione.
Il modello della mega-galleria globale è ancora sostenibile?
Può esserlo per alcuni operatori ma non credo rappresenti più l'unico modello di riferimento. Una mega galleria può bonificare un territorio e cambiare il mercato immobiliare di quell’area. Ma esiste uno spazio importante per gallerie di dimensioni più contenute che lavorano con grande profondità, seguono pochi artisti e sviluppano un’identità riconoscibile.
Le fiere internazionali restano indispensabili oppure sono diventate economicamente troppo pesanti?
Le fiere restano uno strumento fondamentale, ma non possono essere l’unico luogo in cui una galleria costruisce il proprio mercato. Sono il luogo naturalmente deputato all’acquisto delle opere: il pubblico arriva con un’intenzione diversa rispetto a quella della galleria, dove l’approccio è spesso più culturale, riflessivo e orientato alla costruzione di relazioni nel tempo. Per chi lavora principalmente sul primo mercato, però, le fiere rappresentano una sfida economica enorme: i costi sono elevati e il ritorno non è mai immediato. Allo stesso tempo, se affrontate con continuità e una strategia chiara, credo possano cambiare profondamente il percorso di una galleria, ampliandone la rete di collezionisti e la visibilità internazionale.
Qual è oggi il vero punto debole del sistema: le gallerie, le fiere, i collezionisti o le istituzioni?
Più che un singolo soggetto, vedo una frammentazione del sistema. C’è molto disordine e ciascuno tende a lavorare nel proprio ambito, mentre oggi servirebbe costruire alleanze più forti. Credo che una maggiore collaborazione tra gallerie consolidate e gallerie più giovani possa contribuire a dare maggiore solidità al sistema: quando si condividono opportunità, competenze e relazioni, non cresce solo una singola realtà, ma l’intero ecosistema dell’arte contemporanea.
I nuovi collezionisti cercano ancora prestigio e status oppure esperienze, relazioni e contenuti?
Credo che una parte del collezionismo continuerà sempre a cercare prestigio. Ma vedo crescere un’altra sensibilità: persone che desiderano comprendere il lavoro dell’artista, visitare gli studi, seguire un percorso e instaurare un rapporto di fiducia con la galleria. In questo contesto il valore di un’opera non è dato soltanto dalla sua quotazione ma anche dalla storia culturale e umana che porta con sé.
Quanto sta incidendo il passaggio generazionale della ricchezza sul mercato dell’arte?
Inciderà profondamente, perché non cambia solo chi acquista ma anche il modo in cui si costruisce il valore. Le nuove generazioni si muovono con maggiore rapidità e sono spesso influenzate da dinamiche di visibilità, brand e riconoscibilità. Questo può favorire artisti di grande qualità, ma rischia anche di comprimere i tempi necessari perché un’opera venga davvero compresa e sedimentata nella memoria collettiva.
Quale cambiamento dovrebbe avvenire subito per rendere il sistema più sostenibile?
Credo sia necessario rallentare la logica della quantità. Più fiere, più eventi e più produzioni non coincidono necessariamente con una maggiore qualità. Un sistema sostenibile dovrebbe dare più tempo agli artisti per sviluppare la propria ricerca, alle gallerie per costruire relazioni solide e ai collezionisti per maturare scelte consapevoli. L’arte ha bisogno di tempo, e forse il tempo è oggi la risorsa più preziosa che stiamo trascurando.
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