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«Marina with Ulay at MoMA» in «Marina Abramović. The Artist is Present», New York, 14 marzo-31 maggio 2010

© Foto Marco Anelli

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«Marina with Ulay at MoMA» in «Marina Abramović. The Artist is Present», New York, 14 marzo-31 maggio 2010

© Foto Marco Anelli

Il percorso artistico e personale di un uomo non convenzionale: le memorie di Ulay arrivano in Italia

Noto ai più per essere stato il compagno (sia di vita sia d’arte) di Marina Abramović, ha passato la vita a provocare la gente con intelligenza, ma in cima ai suoi pensieri era la pietas per il dolore del mondo

Sanzia Milesi

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«Sono diventato artista per insofferenza. Verso me stesso, verso la società e verso l’arte. Non sapevo bene chi fossi. Così provai a scoprirlo con la fotografia. (…) Inscenare quelle azioni intime davanti all’obiettivo era essenzialmente un atto performativo. La chiamai “fotografia performativa”». Nato in Germania a Solingen il 30 novembre 1943 e registrato all’anagrafe come Frank Uwe Laysiepen, Ulay è stato una delle figure chiave nella Performance Art sin degli anni Settanta ed è sicuramente noto ai più come partner, in amore e sulla scena, dell’artista serba naturalizzata statunitense Marina Abramović (1946), con cui condivise uno dei periodi più burrascosi e prolifici della sua esistenza cui è dedicata la mostra in corso a Lubiana fino al 3 maggio. Non di certo l’unico. Tre mogli: Uschi Schmitt-Zellin (Germania, 1965); Ding Xiao Song (Cina, 1988); Lena Pislak (Slovenia, 2012). Tre figli: Mark Alexander (1970), Jurriaan Sebastian (1974) e Luna Ray (1989). Deceduto a Lubiana il 2 marzo 2020, dopo aver affidato lunghe interviste all’amica giornalista Patricija Maličev, le memorie di Ulay arrivano oggi in Italia nella biografia Non sono speciale, sono diverso. Pagine che raccontano il percorso artistico e personale di un uomo non convenzionale. 

La vita di una persona irrequieta, sempre in movimento, e insieme la performance di un artista in cui passione per fotografia analogica e questione dell’identità sono sempre rimaste centrali. Dai primi scatti sul movimento olandese dei Provos a quelli nelle capitali mondiali per Polaroid International, passando per il manifesto artistico «Arte viva» nato dai tre anni in furgone in giro per l’Europa con Marina Abramović: è così che arte e vita si fondono. Le prime autopolaroid degli anni Settanta vestito e truccato da donna con le comunità di travestiti e transessuali; e poi negli anni Duemila, i ritratti dei senzatetto afroamericani e gli autoscatti dei pazienti psichiatrici. La prima (fallimentare) personale «The Artist is Present» e il ventennale del De Appeal, Performing Light. Berlin Afterimages sulla percezione dei simboli identitari nazionali della sua controversa Berlino e, tra gli ultimi lavori, la piattaforma multimediale «Earth Water Catalogue» (2012). Un lungo e serrato racconto di sperimentazioni artistiche e insieme umane contraddizioni. 

Ulay, 2016. Foto Primož Korošec

Con previdenza, organizza una fondazione che porta il suo nome per la tutela dei suoi diritti d’artista; avventatamente, a vent’anni lascia moglie, figlio e lavoro per tentare la sorte all’estero senza sapere dove né come. Da giovane finisce in carcere per inadempienza nel pagamento degli alimenti e sul finire degli anni vince una causa contro Marina Abramović per la corretta gestione delle riedizioni dei loro lavori. Rivela di aver fatto uso in passato di eroina, alcol e cocaina; fa meditazione vipassana un mese all’anno in un resort ayurvedico per purificarsi. Ascolta il consiglio di un monaco francescano per accogliere sé stesso bambino, lui nato in un rifugio antiaereo (da un padre ex gerarca nazista, ma qui non lo dice), e neppure da anziano, malato di cancro, smette di fare arte: «Normalmente un performer è in buona forma fisica, io vorrei mostrare la mia disabilità, rendere la performance più umana». 

Incontriamo così anche diversi amori. La storia con la nicaraguense Bianca Pérez-Mora Macias (poi sposa di Mick Jagger) e ovviamente il sodalizio con Marina Abramović, durato 13 anni. L’inizio, Amsterdam 1975: Marina mette in scena «Lips of Thomas» alla galleria De Appeal di Amsterdam, rompendosi un bicchiere tra le dita e tagliandosi la pancia con una lametta per disegnarsi una stella a cinque punte, e lui chiede: «Ti posso aiutare?», disinfettandole le ferite. La fine, Cina 1988: tre mesi di marcia, intrapresa in contemporanea dalle due estremità opposte della Grande Muraglia, con l’intenzione di ricongiungersi e sposarsi, e poi invece la decisione di separarsi per sempre («un’energia cinetica, così la chiama lui, ormai cambiata drasticamente»). Ecco allora l’addio-performance di «The Lovers-The Great Wall Walk» e alcuni dei loro precedenti famosi lavori: «Breathing», le loro bocche unite a respirarsi l’uno nell’altra, «Nightsea Crossing», immobili seduti al tavolo a guardarsi negli occhi per ore (49 esecuzioni mondiali dal 1981 al 1987, tiene il conto Wikipedia, mentre lui qui scrive «utilizzando il metodo del tableau vivant ci trasformavamo in oggetti statici»). In Italia, la prima performance insieme: «Relation in Space», due corpi nudi che corrono e si scontrano alla Biennale di Venezia del 1976, e a Bologna alla Galleria G7, «Relation in Time», schiena a schiena, capelli intrecciati. Sempre a Bologna, alla Galleria d’Arte Moderna, «Imponderabilia»: loro nudi sul varco della porta e 350 persone che passano in mezzo, prima che arrivi la polizia e fermi tutto. E poi ancora Kassel, Sydney, Sicilia, Sardegna, Bangkok, la ricerca sugli aborigeni in Australia... «Provo dolore per il mondo. Credo sia stato questo a fare di me un artista».

Non sono speciale, sono diverso
di Ulay con Patricija Maličev, traduzione di Marco Maria Casazza, 214 pp., ill., Il Saggiatore, Milano 2025, € 24 

La copertina del volume

Sanzia Milesi, 07 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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