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Giuseppe Pellizza da Volpedo, «Il Quarto Stato», 1901, Milano, Museo del Novecento (particolare)

© Foto Wikimedia Commons Associazione Pellizza da Volpedo

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Giuseppe Pellizza da Volpedo, «Il Quarto Stato», 1901, Milano, Museo del Novecento (particolare)

© Foto Wikimedia Commons Associazione Pellizza da Volpedo

Il problema dell’«ereditocrazia» e dei privilegi acquisiti grazie a passaggi generazionali

Il re seminudo • Contro le disuguaglianze economiche e i bassi salari nel settore culturale, che creano un sistema in cui solo chi ha ricchezze familiari può permettersi

Alberto Salvadori

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La parola «ereditocrazia» ha iniziato a comparire sempre più spesso nel dibattito pubblico, interessando anche il mondo della cultura, in Italia e altrove. Per ereditocrazia si intende il potere dell’eredità con il costituirsi di una nuova classe sociale, e ahimè anche dirigente, formata da chi gode di privilegi acquisiti grazie a passaggi generazionali e non attraverso le proprie capacità intellettuali, il proprio lavoro e il contributo reale dato alla comunità

Una delle grandi rivoluzioni culturali e sociali del secolo scorso è stato il superamento, attraverso strumenti di welfare, di tassazione e di retribuzioni adeguati, di una condizione sociale e culturale che ha segnato la storia dell’umanità: la suddivisione per classi e il dominio delle più potenti sulle altre. Venendo progressivamente meno le garanzie per una reale e costante mobilità sociale, anche la qualità e la ricchezza prodotta da chi esprime doti professionali importanti si assottigliano. Questo vale in ogni ambito, ma qui rimaniamo in quello culturale. Il problema è evidente fin dall’accesso all’università. Per chi non dispone di redditi familiari alti è sempre più difficile accedere a percorsi formativi lunghi tre o cinque anni, in città costosissime e prive di reale attenzione per il tema. Il problema si ripropone poi con l’inadeguatezza degli stipendi per chi lavora nel mondo della cultura. 

Dai direttori dei musei a tutte le altre categorie di lavoratori del settore, il reddito mensile è davvero increscioso. Tralascio la pubblicazione di dati facilmente reperibili online per andare al punto della questione: chi lavora in ambito culturale è stritolato da un sistema iniquo. Vorrei ricordare le recenti proteste a Firenze dei dipendenti di soggetti esterni, lasciati senza lavoro al passaggio di convenzione, e a questo proposito dovremmo interrogarci sul perché i musei pubblici siano fonte di guadagno per privati, o il mancato riconoscimento della qualifica raggiunta dopo anni di studio e formazione, quest’ultima spesso a pagamento, visto anche il pullulare di master ovunque. Ruoli apicali e non, sottopagati, sono sempre più appannaggio di chi ha la possibilità di lavorare in contesti importanti senza doversi troppo preoccupare dello stipendio. Ecco che compare il tema dell’ereditocrazia. Qualcuno, una o due generazioni addietro, ha lasciato una certa sicurezza economica a chi oggi può vivere la propria vita professionale, senza che il merito c’entri. Stiamo perdendo opportunità, idee e talenti con il progressivo impoverimento dell’intero settore e la regressione a una dimensione arcaica in cui la professione culturale torna a essere appannaggio per pochi. Il fenomeno è sempre più presente e dovremmo arginarlo prima che produca danni permanenti. La diversità è l’unica possibilità di sopravvivenza, di evoluzione e di crescita. L’ereditocrazia non la contempla. Si dovrebbe partire da reali politiche per l’accesso allo studio e, in seguito, occuparsi dell’adeguamento della remunerazione per chi opera nel mondo della cultura. Che la forza delle idee garantisca un futuro non solo a chi eredita.

Alberto Salvadori, 05 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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