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Luciano Castelli, «DOG (self-portrait)» 1981, Zurigo, collezione privata

Copyright Luciano Castelli. Courtesy of the artist and Galerie Deschler Berlin

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Luciano Castelli, «DOG (self-portrait)» 1981, Zurigo, collezione privata

Copyright Luciano Castelli. Courtesy of the artist and Galerie Deschler Berlin

Il punk entra in museo fa rumore: all’ARoS è protagonista il corpo come atto di resistenza

Nella città danese di Aarhus una mostra evita ogni effetto revival e ricostruisce il movimento culturale nato nei 70’s come linguaggio ancora vivo. Tra fotografia, performance e arte contemporanea, il corpo resta il primo campo di battaglia contro conformismo e consenso

Germano D’Acquisto

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Se il museo è il luogo in cui una società decide cosa merita di essere conservato, allora è arrivato il momento di ammettere una cosa: il punk ha vinto. Non perché sia diventato mainstream, ma perché quella rabbia esplosa nelle strade di Londra nel 1976 entra oggi nelle sale di uno dei più importanti musei del Nord Europa senza perdere la sua capacità di disturbare. «Unruly. The Body in Punk», visitabile fino al 13 dicembre all’ARoS di Aarhus (Danimarca), non celebra una sottocultura né un’estetica vintage fatta di creste colorate, spille da balia e giubbotti di pelle. Mette sotto i riflettori una rivoluzione che è passata prima di tutto attraverso la pelle. Un corpo truccato di nero, trafitto, sporco, desiderante, vulnerabile, sessuale, aggressivo. Un corpo che rifiutava di essere addomesticato e che diventava il materiale artistico più economico e più radicale a disposizione di una generazione convinta di non avere futuro. È proprio il corpo il protagonista assoluto di questa straordinaria esposizione che celebra il cinquantesimo anniversario dell’esplosione del movimento. Con oltre 130 opere provenienti dal Regno Unito e dall’Europa occidentale e orientale, la mostra racconta come il punk abbia trasformato la presenza fisica in un manifesto politico e artistico.

Attraversare fotografie, film, fanzine, poster, gioielli improvvisati, Polaroid, performance e perfino una batteria rivestita di pelle, significa  assistere a un gigantesco atto di disobbedienza collettiva. Molte di queste opere sono nate in condizioni precarie, quando il corpo era l’unico mezzo espressivo disponibile. Per questo conservano ancora oggi una forza difficile da addomesticare. È una lezione che arriva con sorprendente puntualità. Il nostro tempo è un macramé di filtri, algoritmi, chirurgia estetica, wellness estremo e identità progettate per ottenere consenso? Bene, il punk faceva esattamente il contrario: esponeva il difetto, esaltava l’imperfezione, trasformava il disgusto in linguaggio visivo. Non cercava approvazione. Cercava attrito.

Curata da Marie Arleth Skov, dopo tre anni di ricerca accademica dedicata alla storia dell’arte punk, la mostra ricostruisce questo percorso partendo dalla Londra degli anni Settanta fino alle mutazioni della scena berlinese. Ne emerge una geografia sorprendente in cui arte contemporanea e cultura underground smettono di essere mondi separati e diventano un unico gesto di resistenza. Il Dadaismo, il Surrealismo, il teatro performativo, il fetish e la fotografia underground dialogano con artisti come Leigh Bowery, Derek Jarman, Linder, Sven Marquardt, Pierre Molinier, Ajamu X, Jamie Reid e Jean-Luc Verna, figure che hanno sempre utilizzato il proprio corpo come spazio di sperimentazione e conflitto. La scelta più intelligente di «Unruly», però, è evitare qualsiasi nostalgia. Detto in soldoni: non racconta il punk come una stagione irripetibile, ma come un linguaggio ancora vivo. Le questioni che attraversavano quella generazione sono le stesse che attraversano il presente: identità di genere, autonomia del corpo, sessualità, paura della guerra, precarietà economica, crisi climatica e assenza di prospettive. Il celebre slogan «No Future», nato come provocazione, oggi assomiglia inquietantemente a un titolo di giornale. Il paradosso dell’esposizione in terra danese sta tutto qui. Ci si aspetta di entrare in un archivio dedicato a una sottocultura ormai storicizzata e invece ci si ritrova davanti a immagini che sembrano parlare direttamente al presente. Le foto di Derek Ridgers o Sheila Rock conservano un’urgenza che molta produzione contemporanea ha perso, spesso troppo impegnata a essere elegante, condivisibile o instagrammabile.

Il punk non voleva essere bello. Voleva essere necessario. E questa necessità che oggi manca a una buona fetta di arte contemporanea: impeccabile nella forma, ma spesso incapace di creare una vera frizione col mondo. L’operazione di ARoS va oltre la semplice ricostruzione storica. Non costruisce un monumento alla ribellione, ma ci ricorda che ogni corpo può ancora essere un luogo di resistenza. Perché il vero scandalo del punk non erano i collari da cane, i pantaloni bondage o il trucco nero intorno agli occhi. Era l’idea, radicale e ancora dannatamente attuale, che una persona potesse sottrarsi alle aspettative della società semplicemente scegliendo di mostrarsi diversa. Cinquant’anni dopo, quella possibilità continua a essere profondamente sovversiva.

Germano D’Acquisto, 07 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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