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Da Henry Moore a Francis Bacon, torna in scena il caro, vecchio bene rifugio. Mentre l’attacco del 28 febbraio degli Stati Uniti e Israele all’Iran ha sgretolato ogni possibile equilibrio internazionale, il mercato si nasconde nei bunker e traccia una linea netta di separazione rispetto a quanto è avvenuto nel recente passato. Fuori l’ultracontemporaneo e i giovani avventurieri. Nessuna concessione allo spettacolo o alle mode passeggere, a costo di praticare un rigido conservatorismo. Si torna allo schieramento tradizionale sapendo che è vietato sbagliare. Del resto, il successo delle vendite di novembre guidate da Gustav Klimt ha dimostrato che il sistema si può risanare solo recuperando i fondamenti. A costo di fare qualche passo indietro. Se in Borsa l’oro vola insieme ai prezzi del greggio e dell’energia, anche in arte tornano i cassettisti che mettono fieno in cascina sfruttando una fase particolarmente favorevole per gli affari. E tutto questo accade mentre il superlusso rischia di perdere terreno e il paradiso effimero proposto dai Paesi del Golfo ha subito un pesante contraccolpo proprio in una fase di forte espansione. La minaccia iraniana ha frenato Art Dubai con 100 gallerie provenienti da tutto il mondo che dopo il rinvio si presenterà in tono minore dal 14 al 17 maggio. Gli organizzatori della kermesse programmata negli Emirati Arabi poi hanno escogitato una formula che se dovesse consolidarsi manderebbe in tilt l’intero sistema fieristico: chi partecipa alla fiera, infatti, non paga lo stand, ma versa una percentuale sulle vendite con un tetto massimo pari all’importo del booth. Anche Sotheby’s e Christie’s hanno sospeso le loro attività in Medio Oriente e in un mese le perdite fatte segnare dal settore sono già superiori ai 50 milioni di dollari. Tutto questo non è certo un buon viatico per Frieze, che ha programmato di debuttare ad Abu Dhabi in novembre, e la stessa Art Basel Qatar guarda con preoccupazione alla prossima edizione.
Intanto nel Vecchio Continente Londra rialza la testa e ha risposto ai droni e ai missili con una serie di aste incoraggianti, persino con qualche trionfalismo. Addirittura, guanti bianchi da Sotheby’s il 4 marzo con un en plein escogitato con sapienza mettendo fuori gioco prima dell’asta qualche opera che avrebbe potuto zoppicare. In ogni modo il totale è stato di 131 milioni di sterline, ben il 110% in più rispetto allo scorso anno. A guidare il plotone, sono state le vecchie glorie della Scuola di Londra provenienti dalla collezione del miliardario Joe Lewis, ex proprietario del Tottenham, coinvolto in passato in casi di insider trading. Ma di questi tempi non è il caso di andare tanto per il sottile e va detto che le sue quattro opere proposte eccezionalmente senza garanzie, sono state vendute nel complesso per 35,8 milioni di sterline. La sorpresa è arrivata da Leon Kossoff, il meno famoso dei pittori londinesi: la sua piscina spettrale affollata di bambini si è imposta per 5,2 milioni di sterline, ridicolizzando le stime attestate a 600-800mila sterline. Si tratta di un’eccezione in un mercato che difficilmente si distanzia dalle stime. E il piccolo «Self-Portrait» di Francis Bacon di appena 36x30,5 centimetri si è imposto per 16 milioni di sterline. Nei momenti d’oro anche i formati pocket hanno superato i 20 milioni ma non va dimenticato che 22 anni fa, precisamente il 30 novembre 1994, la stessa opera veniva scambiata da Sotheby’s a Londra per 330mila sterline. Dei magnifici tre della Scuola di Londra fa parte anche Lucian Freud con il ritratto del pittore da giovane accanto a un tormentato nudo femminile disteso sul letto, venduti rispettivamente per 7,1 e 7,4 milioni di sterline. Ben cinque le opere di Lucio Fontana in asta con un grande «Concetto spaziale» con i buchi di 200x205 cm della serie dedicata a Venezia che ha trovato un acquirente disposto a spendere 9,8 milioni di sterline, una cifra che corrisponde alle quotazioni di dieci anni fa, ma non appare affatto trascurabile tenendo conto che è tra le opere meno seducenti di quel ciclo. In un’asta ben poco trasversale (la cross-category è un termine che potrebbe passare di moda osservando il nuovo corso del mercato), la sola divagazione impressionista è «La maison de jardinier», un mediocre paesaggio italiano di Claude Monet che ha come scenario la pineta di Bordighera, venduto per 8,2 milioni di sterline, circa il doppio di vent’anni fa, visto che il 5 febbraio 2007 da Sotheby’s a Londra aveva totalizzato 4 milioni di sterline.
La tradizione en plein air l’ha portata avanti David Hockney, protagonista di un’asta monografica proposta sempre da Sotheby’s il 5 marzo. Nessun capolavoro milionario, ma una serie di opere in 25 esemplari realizzate con l’iPad. I prezzi dei 16 lavori sono volati con quotazioni comprese tra 190 e 450mila sterline e l’ottantanovenne artista inglese che se la ride dietro all’immancabile sigaretta sempre accesa. Lui non solo fa il verso all’Impressionismo ma è il solo pittore digitale che il mercato porta in trionfo. Una bella rivincita per chi veniva guardato con supponenza dalle avanguardie. Le blue chips hanno dominato la scena anche da Christie’s che il 5 marzo con le tre aste principali ha totalizzato 197,5 milioni di sterline, il 60% in più rispetto al medesimo periodo dello scorso anno. Anche in questo caso il copione è stato rispettato sebbene la qualità fosse più discontinua che da Sotheby’s. A trionfare «King and Queen» di Henry Moore, la monumentale coppia in bronzo, l’unica ancora in mani private, narrativa e fumettistica, lontana dalle opere più intense e problematiche dello scultore inglese. Eppure, è bastata la rarità per far lievitare il prezzo da una stima di 10-15 milioni di sterline a un’aggiudicazione finale di 26,3 milioni, stabilendo, dopo dieci anni, il nuovo record per l’artista. L’opera diventa così la più costosa venduta nelle aste londinesi, a dimostrazione di come i range si siano sensibilmente ridotti, con qualche testacoda anche tra le glorie del passato, soprattutto quando vengono ripescati lavori strapagati. Così è accaduto che «Le rond rouge» di Vasilij Kandinskij, un’opera storicamente importante ma assai sperimentale e disomogenea, sia stata aggiudicata per 12,5 milioni di sterline, ben 4 milioni in meno rispetto ai 20,6 milioni di dollari totalizzati il 12 novembre 2018 da Sotheby’s a New York. Decisamente sottotono l’asta dei surrealisti ravvivata dal record di Dorothea Tanning, moglie più volte tradita di Max Ernst. Il suo «Children’s Games» del 1942 proposto da Christie’s è una composizione fortemente drammatica legata a una sessualità repressa che ha ottenuto il giusto riconoscimento con un’aggiudicazione pari a 4,6 milioni di sterline, il doppio delle stime massime. Quanto a René Magritte, «Les graces naturelles», che rivisita uno dei suoi temi più celebri, ha conquistato senza clamori un’aggiudicazione di 8,5 milioni di sterline, mentre «Peinture», un discreto dipinto di Joan Miró è stato pagato 4,8 milioni di sterline. A Londra, insomma, si è tornati a un mercato tradizionale, con il contemporaneo fortemente marginalizzato. Basti pensare che nella vendita dedicata al XX e XXI secolo è stata ritirata prima dell’asta un’opera di Cecily Brown valutata 3-5 milioni di sterline.
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