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Particolare dell’«Ecce Homo» di Antonello da Messina, acquisito per 12 milioni di euro al patrimonio statale italiano

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Particolare dell’«Ecce Homo» di Antonello da Messina, acquisito per 12 milioni di euro al patrimonio statale italiano

Il presidente della Commissione Cultura Federico Mollicone punta a riformare la notifica

«Metteremo il braccialetto digitale alle opere d’arte»: la svolta per i beni culturali è in arrivo con l’introduzione dell’anagrafe digitale, uno dei pilastri fondamentali intorno a cui ruota la recente legge «Italia in scena»

«Metteremo il braccialetto digitale alle opere d’arte». Detto così potrebbe sembrare una velata minaccia ai collezionisti o un ulteriore freno alla circolazione. Invece, la provocatoria affermazione pronunciata durante il suo intervento alla fiera miart di Milano dal presidente della Commissione Cultura, scienza e istruzione della Camera Federico Mollicone va in tutt’altra direzione. Mettere la museruola alle opere d’arte di particolare pregio nasconde una proposta, per ora solo abbozzata, di riforma della famigerata notifica che è rimasta sostanzialmente immutata dal primo giugno 1939 quando venne introdotta dal ministro della Cultura del regime fascista Giuseppe Bottai, con qualche tentativo di modifica rimasto generalmente sulla carta. Anche la riforma del 2017 introdotta da Dario Franceschini, che prevede il passaggio dai 50 ai 70 anni per l’applicazione della notifica, appare azzoppata tenendo conto che sono troppe le variabili che permettono alle Soprintendenze di applicare il blocco all’esportazione basandosi sui precedenti vincoli temporali.

L’idea di Mollicone è quella di andare alla radice del problema rispetto a una questione che continua a costituire una spada di Damocle per l’intero comparto dell’arte. Dopo l’abbassamento dell’Iva al 5%, diventata la più bassa d’Europa, è quanto mai opportuno intervenire su una norma desueta e antistorica. E per farlo il presidente della Commissione Cultura fa appello alla tecnologia, in particolare all’introduzione dell’anagrafe digitale, uno dei pilastri fondamentali intorno a cui ruota «Italia in scena», la legge di riforma da lui fortemente sostenuta, introdotta il 17 marzo che prevede una catalogazione completa dei beni dello Stato rilevandone la conservazione, la provenienza e i passaggi di proprietà, con lo scopo di creare una banca dati condivisa tra le varie istituzioni. Un progetto ambizioso e di non immediata applicazione, ma che certo consente una gestione più razionale di un patrimonio immenso spesso non amministrato in maniera adeguata.

Nella prima fase, l’anagrafe digitale coinvolge «istituti, luoghi della cultura e dei beni culturali di appartenenza pubblica». Ma nei prossimi anni è destinata ad estendersi a musei civici e fondazioni. In quest’ottica dunque per quale ragione non monitorare anche i beni di privati di particolare pregio che potrebbero essere corredati di un passaporto digitale in grado di verificare ogni aspetto dell’opera, compresi gli spostamenti? «Se lo scopo della notifica va nella direzione di tutelare il bene evitando operazioni illecite, lo Stato potrebbe ottenere lo stesso risultato attraverso l’anagrafe digitale, afferma Mollicone. La circolazione verrebbe salvaguardata, almeno in ambito europeo, a condizione che venga segnalato ogni passaggio di proprietà».

Si tratta dunque di un regime di semilibertà certamente migliore della condanna definitiva espressa attualmente dalla notifica che di fatto produce una svalutazione del bene compresa tra il 30 e il 50%. Non a caso «Italia in scena» ha stabilito che il proprietario di un bene possa decidere di ritirare la richiesta dell’attestato di libera circolazione prima che possa giungere il diniego da parte dello Stato, evitando così d’incorrere nella notifica. Rimangono però ancora troppi 60 giorni per esercitare il diritto di prelazione (se sono richieste ulteriori verifiche, possono slittare a 180 giorni), ovvero i tempi in cui l’amministrazione pubblica può decidere o meno se acquistare l’opera. In effetti, la notifica non andrebbe considerata solo uno sterile vincolo esercitato su un bene ritenuto di particolare interesse storico artistico, ma in molti casi dovrebbe presupporre un’azione concreta da parte dello Stato, non solo gendarme ma protagonista attivo dell’acquisizione. In tal senso, sembra che qualcosa stia cambiando. Non era mai accaduto che in due mesi lo Stato assicurasse al patrimonio pubblico opere per ben 42 milioni di euro. È successo tra febbraio e marzo quando sono stati acquistati l’«Ecce Homo» di Antonello da Messina, pagato 12 milioni di euro prima di una vendita newyokese di Sotheby’s (sarebbe presumibilmente finito all’estero), a cui è seguito l’intervento sul «Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini» di Caravaggio entrato a far parte del patrimonio pubblico grazie a una spesa di 30 milioni di euro. È evidente che ora ci si attende uno sforzo maggiore anche nei confronti dell’arte moderna e contemporanea.

Sul fronte dell’Iva, i primi riscontri sono positivi. Proprio a miart è stata presentata un’indagine del Gruppo Apollo che ha coinvolto 123 galleristi a cui è stato chiesto di valutare l’impatto sul loro mercato della norma entrata in vigore il primo luglio 2025 sull’abbassamento dell’aliquota al 5% per le acquisizioni. Ebbene, il 53% degli intervistati ha registrato un aumento del fatturato, con una crescita media superiore al 20%. Un dato che sarebbe potuto essere ancora superiore se non si fosse in presenza di guerre e di una forte instabilità geopolitica internazionale, che rende i collezionisti assai guardinghi e non disponibili, come un tempo, a realizzare grandi investimenti in arte. Ma non c’è dubbio che la strada tracciata sia quella giusta con un impatto destinato a crescere nel medio periodo. «Finalmente il sistema ha cambiato prospettiva e lo Stato sta già ottenendo ampi vantaggi puntando sull’espansione del mercato, afferma Mollicone. La politica dell’uovo oggi è sicuramente perdente. Molto meglio puntare sulla gallina domani e secondo Nomisma, grazie all’abbassamento dell’aliquota, il fatturato del mercato italiano passerà da 1,5 a 4,5 miliardi di euro». Forse pecca di un eccessivo ottimismo, ma è indubbio che grazie alla riforma il mercato italiano «ha evitato il naufragio», come ha sottolineato Andrea Sirio Ortolani, presidente dell’Angamc (Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea) e vicepresidente del Gruppo Apollo.

Alberto Fiz, 11 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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