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Giorgia Aprosio
Leggi i suoi articoliPer un’intera giornata, dall’alba al tramonto del 13 gennaio 2026, Maria De Victoria ha cantato ininterrottamente la frase “I’m not mad at you, dude” davanti al field office newyorkese dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), all’interno del Jacob K. Javits Federal Building di Manhattan. Come documentato da Tessa Solomon per ARTnews, l’azione si è svolta all’esterno dell’edificio, presidiato e transennato, e si è conclusa con una veglia silenziosa. L’artista indossava un cappotto con la frase ricamata e non ha interagito con il pubblico.
Quelle ripetute da De Victoria sono le ultime parole pronunciate da Renée Nicole Good, poetessa e madre residente a Minneapolis, uccisa da un agente dell’ICE il 7 gennaio 2026 durante un’operazione federale. Come riportato da The Guardian, un video diffuso inizialmente dal media Alpha News e successivamente rilanciato da account ufficiali dell’amministrazione Trump mostra Good dire “I’m not mad at you” pochi istanti prima che l’agente apra il fuoco mentre si trova al volante del proprio veicolo. Le autorità federali hanno descritto l’uso della forza come un atto di legittima difesa, sostenendo che la donna stesse ostacolando l’intervento e utilizzando l’auto come arma, ricostruzione contestata da funzionari locali.
Nei giorni successivi, la frase pronunciata da Good è comparsa ripetutamente su cartelli, magliette, striscioni durante le manifestazioni a Los Angeles, Washington e Chicago, prima di essere ripresa dall’azione di De Victoria a New York.
Oltre a denunciare abuso di potere e violenza, l’intervento dell’artista evidenzia la natura ambigua delle testimonianze mediali utilizzate all’interno di narrazioni ufficiali. La performance isola infatti un elemento presente nei filmati diffusi dalle autorità -l’ultima frase pronunciata dalla donna- all’interno di un materiale audiovisivo utilizzato dalle fonti ufficiali per sostenere la legittimità dell’operazione. Un meccanismo che rimanda a quanto avvenuto dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis nel 2020 o, più in generale, alle manifestazioni che seguirono, quando cittadini, attivisti e ricercatori iniziarono a raccogliere e diffondere online video e testimonianze visive da punti di vista differenti. Questo materiale è stato raccolto e analizzato dall’agenzia investigativa Bellingcat e dal collettivo Forensic Architecture, che hanno verificato oltre mille contenuti audiovisivi relativi alle proteste e documentato centinaia di episodi di violenza contro civili e giornalisti, raccolti in una piattaforma cartografica interattiva tuttora consultabile online.
L’azione non è un unicum nella pratica di De Victoria. Nata a Lima e immigrata negli Stati Uniti dal Perù, Maria De Victoria vive e lavora a New York. La sua pratica comprende interventi multimediali, azioni in spazi non convenzionali e performance di lunga durata. Come ricostruito nel profilo pubblicato da Forbes, nel corso degli anni ha realizzato progetti in bodegas, lavanderie automatiche e ferramenta; ha organizzato pasti pubblici con lavoratori giornalieri e ha pulito il Queens Museum durante l’orario di apertura per rendere visibile il lavoro di manutenzione normalmente svolto fuori dallo sguardo del pubblico. Durante la pandemia ha attraversato le strade di New York trascinando una bombola d’ossigeno fino al consolato peruviano, attirando l’attenzione sulla crisi sanitaria in Sud America. Nel giugno 2024, durante il Pride Month, ha cantato per 24 ore consecutive all’NYC AIDS Memorial Park in memoria delle vittime dell’epidemia di AIDS, invitando i passanti a unirsi al canto.
Negli ultimi anni una parte centrale del suo lavoro si è concentrata sul tema della maternità e sulle condizioni materiali della produzione artistica. Nel 2024 ha co-fondato, insieme alla curatrice Julia Trotta, Artists & Mothers, un’organizzazione che assegna borse destinate esclusivamente alla copertura dei costi di childcare per artiste madri. Come raccontato da Impulse Magazine, il progetto nasce dall’esperienza diretta di De Victoria come madre e dalla constatazione della mancanza di strumenti di sostegno strutturali nel sistema dell’arte: “Abbiamo deciso di compiere un atto femminista e di costruirlo da sole”. L’obiettivo è offrire supporto concreto nei primi anni di maternità, quando il lavoro di cura incide in modo diretto sulla possibilità di continuare una pratica artistica.
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