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Guido Romero Pierini Opera: Mario Picardo, serie Fireworks, 2024.

Foto: Guido Borso

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Guido Romero Pierini Opera: Mario Picardo, serie Fireworks, 2024.

Foto: Guido Borso

Intervista a Guido Romero Pierini: «Il nostro ruolo è accompagnare gli artisti nel tempo»

Alla vigilia dell’apertura della sede milanese di Galerie Romero Paprocki, il gallerista italo-parigino racconta la sua visione, tra passato, presente e progetti futuri

Giorgia Aprosio

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Fondata a Parigi nel 2020 da Guido Romero Pierini e Tristan Paprocki, Galerie Romero Paprocki ha sviluppato nel tempo un programma espositivo dedicato ad artisti emergenti ed early-to-mid career, con un’attenzione particolare alla dimensione installativa e al rapporto tra opera e spazio. Dopo l’apertura della sede nel Marais nel 2022, la galleria ha progressivamente rafforzato la propria presenza internazionale, partecipando, tra le altre, a diverse fiere italiane come Artissima, miart e Arte Fiera Bologna.

Il 12 marzo inaugurerà una nuova sede a Milano, la prima all’estero, nata con l’ingresso di Rossella Traverso tra i soci e con Carolin Mittermair alla direzione dello spazio. Ad aprire il programma, delineando fin da subito la volontà di tracciare un dialogo tra Italia e Francia, è la mostra personale di Matisse Mesnil (1989, Castiglion Fiorentino).

Abbiamo incontrato Guido Romero Pierini negli spazi milanesi in fase di allestimento per ripercorrere le origini del suo percorso e i propositi alla base di questa nuova apertura.

Milano - Partiamo dagli inizi.
Come è iniziata la sua avventura nel mondo dell’arte?
È iniziato tutto nel 2013 con un sito internet ideato con un amico. Si chiamava boumbang.com e all’inizio non era esclusivamente dedicato all’arte: volevamo dare vita a una piattaforma focalizzata sulla scena culturale parigina, dal teatro al cinema, includendo naturalmente anche le mostre. Nel 2013 c’erano ancora pochissimi siti di questo tipo. Non esisteva Instagram, si lavorava su Facebook, e il progetto è diventato virale molto velocemente: in pochi mesi avevamo oltre 100.000 follower. Ci siamo resi conto che il pubblico che ci seguiva proveniva soprattutto dal circuito degli eventi artistici, così abbiamo deciso di concentrare la linea editoriale sull’arte contemporanea.

Avevo sempre immaginato il mio futuro più nella scrittura, nel giornalismo. Sono sempre stato interessato all’arte in modo autodidatta, senza un percorso accademico specifico. Per questo il passo successivo è stato creare un’associazione culturale che coinvolgesse quei giovani che invece stavano intraprendendo studi in scuole d’arte. Siamo ancora in contatto, molti di loro hanno avuto carriere brillanti nel settore della critica e della curatela.

Nel corso degli anni il progetto si è ampliato: abbiamo collaborato con il MAM e il Centre Pompidou e ricevuto un premio ufficiale della città di Parigi come miglior sito culturale dell’anno. A un certo punto però mi sono accorto che scrivere non mi bastava più: volevo costruire contesti in cui l’arte potesse essere vista dalle persone, dove i progetti potessero accadere concretamente.

Quando ha capito che sarebbe stato attraverso una galleria?
Non c’è stato un momento preciso, credo sia stato un processo graduale. Ho iniziato organizzando mostre pop-up in spazi temporanei, senza offrire rappresentanza agli artisti. Questo aspetto al tempo era fondamentale: non entravo in competizione con le altre gallerie, perché non c’era esclusiva né una struttura commerciale stabile. In fondo era un progetto, e questo rendeva le altre realtà più disponibili a supportarlo e a fare rete.

Non è poi tanto diverso dal ruolo di un curatore.
Non credo di aver mai fatto davvero il curatore. In quella fase creavo situazioni e sperimentavo molto con l’allestimento: lavoravo su grandi spazi, giocavo con configurazioni variabili. Forse più che un curatore direi che mi divertivo a fare lo scenografo di mostre. I miei progetti mantenevano sempre una dimensione fortemente installativa.

Questo indirizzo ha inizialmente distinto anche la programmazione della mia prima galleria in Rue Chapon a Parigi, aperta nel 2019. Poi è arrivato il Covid, l’incontro con Tristan Paprocki, la decisione di chiudere quella sede per associarmi a lui e cercare un nuovo spazio. Nel 2022 abbiamo aperto insieme la galleria nel Marais, al numero 8 di Rue Saint-Claude.

Nel 2025 si è unita al team in qualità di socia anche Rossella Traverso. È stato un momento importante per ridefinire gli obiettivi del progetto. A marzo apriamo la nuova sede milanese in Via Lazzaro Palazzi, 24.

Guido Romero Pierini. Foto: Guido Borso. Opere: Mario Picardo, serie Fireworks, 2024

Veduta della mostra "Le cose che non sappiamo", a cura di Rossella Traverso, 2025. Opere: Matisse Mesnil, Sofia Silva e Luca Resta. Foto: Adrien Thibault. Courtesy Romero Paprocki.

Perché l’Italia?
Dal 2022 partecipiamo a fiere nei paesi limitrofi alla Francia — Lussemburgo, Belgio, Spagna, Portogallo, Italia — ma in Italia il riscontro è stato particolarmente forte. Fin dal primo anno di partecipazione ad Artissima abbiamo trovato un collezionismo molto ricettivo, così abbiamo iniziato a partecipare a miart a Milano e Arte Fiera a Bologna. I risultati degli ultimi anni ci hanno incoraggiati a credere nelle potenzialità italiane. E poi, con l’arrivo di Rossella nel team, due dei tre soci sono italiani. Anche questo ha avuto un peso, pur non essendo nessuno di noi milanese.

Perché Milano?
In tre anni abbiamo costruito relazioni solide con il mercato e con professionisti del settore, basati soprattutto a Milano. Milano è vicina a Parigi, ben collegata, e intercetta un collezionismo internazionale in transito tra Svizzera, Germania e Francia.

La sede milanese consolida un asse franco-italiano che già esisteva da tempo e che è nato in maniera spontanea negli ultimi anni. Questo aspetto si è integrato in modo molto naturale nell’identità e nella programmazione della galleria. Quello che abbiamo fatto è stato semplicemente ascoltarlo.

Ripensando ai suoi inizi come gallerista, quali riconosce oggi come i punti di forza del sistema francese?
Il punto di forza della Francia è sicuramente la struttura. Parigi oggi è estremamente centrale nella scena internazionale. L’arrivo di Art Basel Paris ha avuto un impatto reale sul sistema economico e artistico, che si riverbera durante tutto l’anno con un’offerta culturale di alto livello e molto ampia.

Esiste poi un sistema pubblico di sostegno solido, composto dai FRAC (Fonds Régionaux d’Art Contemporain), presenti in ogni regione, che acquistano opere e sostengono artisti e gallerie; le DRAC (Directions Régionales des Affaires Culturelles), strutture regionali del Ministero della Cultura che finanziano progetti e produzioni; e il CNAP (Centre National des Arts Plastiques), che sostiene la produzione di mostre, opere e partecipazioni internazionali. Nel nostro caso, per esempio, il CNAP ha già sostenuto la produzione di tre mostre, dando spessore istituzionale agli artisti e sostenendo indirettamente anche il lavoro delle gallerie.

Oltre al sistema pubblico esiste anche una rete di ecosistemi indipendenti che favoriscono il dialogo tra giovani artisti e istituzioni. Penso a Poush, centro di produzione artistica con più di 200 studi d’artista, dove lavorano tra gli altri Pauline Guerrier, Sarah Valente, Max Coulon, Matisse Mesnil e Luca Resta; a realtà come Iota e al gruppo Emerige, dove lavora Lou Ros, che assegna premi e sta aprendo un centro d’arte all’Île Seguin nella periferia di Parigi.

Quali invece le fragilità?
Il sistema francese offre molte possibilità ma è estremamente burocratico. I dossier sono lunghi, protocollari e rigidissimi. Senza una persona dedicata in galleria è difficile gestirli. Molte realtà giovani e molti artisti non hanno né il tempo né le competenze per affrontare questi iter.

Per quanto riguarda l’Italia, ha già avuto modo di intravederne punti di forza e criticità?
Qualsiasi sistema ha pro e contro ma abbiamo percepito un momento particolarmente dinamico per il sistema italiano. A questo si affianca la presenza di istituzioni di altissimo livello che contribuiscono a rendere l’Italia un nodo sempre più centrale nel circuito europeo. 

È un ecosistema che forse non ha ancora la stessa struttura pubblica di quello francese, ma che oggi mostra una crescente capacità di attrarre pubblico internazionale, capitali privati e investimenti culturali. 

Preferisco comunque non generalizzare, soprattutto per quanto riguarda le sovvenzioni che ancora non conosco in modo approfondito. Quello che posso dire è che gli artisti sono entusiasti di lavorare qui e di vedere le loro opere esposte, e noi abbiamo trovato un’accoglienza molto forte, più immediata di quella ricevuta a Parigi nei primi anni di attività.
 

Veduta della mostra "Sieste Jaune", Max Coulon e Kaï Chun Chang, 2023. Foto: Nicolas Brasseur. Courtesy Romero Paprocki

Rendering 3D, Galleria Romero Paprocki Milano. © Total Render Architecture

La scelta di ampliarsi comporta inevitabilmente un aumento del rischio imprenditoriale. Quali sono oggi, a suo avviso, le principali sfide per il successo di una galleria?
Probabilmente la saturazione del sistema fieristico. Ci sono sempre più fiere e questo crea dispersione del pubblico. Per questo abbiamo deciso di consolidare pochi mercati fondamentali per la nostra attività: l’Italia con una sede fisica e il Belgio continuando la partecipazione a fiere come Ceramic Brussels, Art Brussels e, quest’anno, anche fiere indipendenti come The Rooms.

Un altro aspetto fondamentale è la diversificazione. Non credo sia più possibile pensare alle gallerie solo in termini di sequenza mostra-fiera-mostra-fiera. Bisogna creare reti di sostegno, fiducia ed economie trasversali. Ci fa quindi particolarmente piacere quando altri attori ci invitano a collaborare su progetti in linea con i nostri valori. L’ultimo è stato Perrotin, che ci ha coinvolti in un progetto collettivo a venire nel settembre 2026 che non sarà né una fiera né una mostra tradizionale, ma un formato ibrido pensato per sostenere giovani gallerie. Con lo stesso principio quest’anno siamo entrati anche nel Paris Gallery Map, che seleziona 104 gallerie su più di 1000 a Parigi attraverso un sistema di invito interno.

Negli ultimi anni avete lavorato molto anche con il design e con la moda. In un modello di galleria che tende a uscire dalle sue mura, quale valore conserva la mostra in sede?
La mostra resta centrale. Le collaborazioni portano visibilità e reti, ma l’economia reale della galleria si fonda sulla rappresentanza degli artisti e sulla fiducia reciproca: questo significa dare uno spazio di espressione e garantire continuità attraverso un investimento ciclico nelle mostre personali.
Il 90% del nostro programma è composto da personali dei nostri artisti e vorremmo continuare così. Lavoriamo principalmente con giovani e investiamo sulla loro crescita a lungo termine.

A proposito di giovani artisti, qual è oggi la responsabilità di un gallerista nei loro confronti?
Credo sia quella di accompagnarli nel tempo. Il mercato può essere selvaggio: sa portare rapidamente un talento sulla cresta dell’onda e poi lasciarlo cadere. Molti giovani firmano contratti di esclusiva molto presto con grandi gallerie e con prezzi subito molto alti. È difficile dire di no, ma il rischio è quello di bruciare le tappe. Il nostro ruolo è sostenere, rassicurare quando necessario, guidare e costruire insieme una carriera sana e progressiva, prestando attenzione alla stabilità di mercato e istituzionale.
Significa anche saperli accompagnare nei momenti di transizione, quando si affacciano a contesti più strutturati o internazionali: il compito di una galleria che lavora con artisti early career è prepararli a quel passaggio, non certo quello di trattenerli, purché la loro crescita sia solida e sostenibile nel tempo.

Quali sono gli obiettivi per la sede milanese? Cosa possiamo aspettarci nei prossimi mesi?
L’obiettivo adesso è quello di diventare una galleria realmente franco-italiana. Continueremo a creare scambi tra le due scene: artisti italiani a Parigi, artisti francesi a Milano. Non a caso questa nuova avventura si apre con una mostra personale di Matisse Mesnil (1989), che vive e lavora a Parigi ma ha origini italiane. Il progetto successivo sarà invece una grande mostra collettiva di artisti francesi, di cui non posso ancora condividere i dettagli.
In vista dell’apertura abbiamo finalizzato anche una collaborazione con Gate 44, realtà editoriale del territorio che ci aiuterà nella progettazione e produzione di cataloghi, opere su carta ed edizioni, che avrà una sala dedicata all’interno della galleria.

Giorgia Aprosio, 03 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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