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Stefano Luppi
Leggi i suoi articoli«Giorgio Morandi. Solo», ossia «solitario», anche se il grande pittore e incisore bolognese (1890-1964) è forse meglio definibile come abitudinario, nonostante il molto tempo trascorso a meditare nel suo studio, ma anche «solo» come «Solo Show», ossia artista che basta a sé stesso nel dipanare la propria pratica svolta perlopiù tra via Fondazza e l’aula di incisione all’Accademia di Belle Arti a Bologna, e Grizzana sull’Appennino bolognese, d’estate. In questi termini Lorenzo Balbi, direttore uscente del MAMbo e neoresponsabile dei Musei civici di Verona, introduce la mostra con il titolo citato firmata con Francesco D’Arelli, direttore dell’Istituto italiano di cultura di Shanghai, che si svolge dal 17 giugno al 28 ottobre al Museum of Art Pudong (Map) della megalopoli cinese. Venerdì scorso, Balbi a Palazzo d’Accursio, al piano sottostante quello che è stato la prima sede del Museo Morandi (aperto nel 1993 grazie all’atto di donazione della sorella Maria Teresa Morandi), poi passato nel 2012 al MAMbo e in predicato forse di finire a Palazzo Pepoli Vecchio dopo il dietrofront dell’annunciata collocazione alla Palazzina Magnani nel parco della Manifattura delle Arti, era in compagnia del sindaco di Bologna Matteo Lepore e di Tomaso Radaelli, presidente di Mondo Mostre, l’ente organizzatore insieme al Comune di Bologna, e ha illustrato a fondo la mostra in Cina: «È composta da 35 sezioni, alcune con un dipinto solo affiancato da grafica: in tutto sono 140 lavori che compongono la più ampia mostra di Morandi mai realizzata fuori dalla sua città. L’appuntamento, cui hanno lavorato lo staff bolognese insieme a quello del museo cinese, fondato nel 2021 che non di rado accoglie 10-12mila visitatori al giorno, è anche un’operazione di diplomazia culturale (l’ha sottolineato anche il sindaco), visto che Morandi è davvero un ambasciatore di Bologna nel mondo (nel 2008 una sua ampia mostra fu ospitata al Metropolitan Museum di New York, Ndr). Successivamente, tra l’autunno e il febbraio 2027 ci sarà una seconda edizione, differente, al museo ALT 1-Hyundai Museum di Seul in Corea del Sud».
D’Arelli, in videoconferenza, ha aggiunto che «la mostra a Shanghai è più ricca sia di quella al Met sia di quella recente a Palazzo Reale di Milano e ha interessato una trentina di prestatori tra enti pubblici e collezionisti privati, bolognesi ma anche asiatici per i quali ha collaborato la Galleria Maggiore di Bologna. Morandi basta a sé stesso così l’ampio percorso di 3mila metri quadrati, allestito dall’architetto Aldo Cibic (Schio, 1955), allievo di Sottsass, ricostruisce stanze dal soffitto ribassato, intimistiche com’erano le stanze di via Fondazza, e questo frazionamento, secondo noi, permette di comprendere meglio le varie fasi della sua pratica artistica, mai legata espressamente a un movimento anche se nella sua epoca le avanguardie erano ancora forti. In questi spazi “domestici” la luce è quasi sempre naturale o sono stati posizionati led a richiamarla, in modo tale da fare “sentire” il lavoro dell’artista per tutte le 140 opere (50 su carta), di cui la quasi totalità non è mai stata esposta in Cina». Il Museo Morandi ne ha prestate 50 e molte altre arrivano da Uffizi, Tate di Londra, Fondazione Longhi, Magnani Rocca, Gam di Torino, Museo del Novecento di Milano e da molti privati. Oltre a dipinti, incisioni, disegni e acquerelli, per la prima volta esce da Bologna il suo torchio e ci saranno anche due lastre incise, fotografie tra cui quelle di Gianni Berengo Gardin (1930-2025) scattate in via Fondazza e a Grizzana, oltre a documenti.
Presenti inoltre 30 poster storici di mostre morandiane e due film di Tacita Dean (Canterbury, 1965) a tema morandiano, cui si aggiungono in conclusione due documentari di Germano Maccioni: «Il making off della mostra, concludono i curatori, racconta la complessità del processo espositivo, e un secondo, inedito, illustra una passeggiata nei luoghi bolognesi tra Morandi e l’amico italianista Ezio Raimondi (1924-2014)». I responsabili tra le opere presenti in Cina citano la «Natura morta con straccio giallo» (1952), quella futurista del 1914 di collezione Augusto e Francesca Giovanardi esposta insieme a un’incisione e disegno di medesimo soggetto, l’altrettanto celebre «Natura morta 985», mentre un’intera parete è dedicata ai fiori, con dipinti affiancati ai vasi veri e propri giunti da casa Morandi e a chiudere l’esposizione viene collocato un acquarello del 1963, probabilmente l’ultimo dipinto dall’artista. Ma c’è anche una sezione sui colori di Morandi, con pigmenti originali provenienti dallo studio di Bologna: «L’artista in Cina è più famoso di Caravaggio, aggiunge Tomaso Radaelli, perché nel 2018 uscì su Netflix la serie cinese “Story of Yanxi Palace”, poi diffusa in 70 Paesi, che fece uso della “Morandi palette”, caratterizzata da tonalità tenui, sature e tendenti al grigio. In Cina è stato coniato anche il termine “colore-Morandi”, per questo per il merchandising della mostra è stata utilizzata tale tonalità».
Giorgio Morandi, «Cortile di via Fondazza», 1956, Museo Morandi | Settore Musei Civici Bologna | Comune di Bologna. © Giorgio Morandi, by SIAE 2026