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Gian Enzo Sperone
Leggi i suoi articoliCaro Umberto, ho avuto il privilegio, conoscendo te, uno stoico con giacche di buon taglio, di vivere dall’interno il teatro dell’arte prima dei molti passaggi molesti solo per arrivare a questa aridità di internet e alla rinuncia conseguente del piacere legato alla fragranza e al fruscio della carta. Se ci avessero detto che il piacere di una brioche e un cappuccino al nostro bar preferito può essere sostituito dalla consultazione mattutina dei social, avremmo fatto una pernacchia. In realtà tu sei stato l’ultimo grande editore d’arte indipendente, ed elegante quanto basta, che verrà ricordato per le sue intuizioni e la tenacia (alla faccia degli iettatori di questa modernità fastidiosa); ma sapevi che stavamo arrivando alla frutta: e questo è già storia. Ha vinto l’IA, ed è la fine del mondo classico. Che io sappia, non hai mai polemizzato; vorrei dunque ricordare delle nostre conversazioni poco seriose, anzi scherzose, l’aspetto metafisico e patafisico che a entrambi interessava più delle diatribe ideologiche del nostro tempo con i relativi noiosissimi riti: per un po’, si intende. Era dai tempi del tuo grande amico, nonché impareggiabile conversatore Alberto Bolaffi, noto oltre che per la sua sapienza filatelica anche per le sue tiritere scoppiettanti sull’Antico Testamento e sulla metafisica classica, che tu ed io, seppure cultori meno acrobatici di lui nell’arte della conversazione per fini conviviali, non ci addentravamo per celia, o chissà cos’altro, su queste lunghezze d’onda. Sarà che con l’età subentra un affievolimento delle sentinelle razionali, sarà che stavamo diventando più inclini all’arte della provocazione: sta di fatto che ci allettava sempre più divagare su questioni slegate dal nostro mondo professionale, come il sesso degli Angeli o l’Oscar dei cretini. Conoscevamo entrambi le strampalate teorie dello Pseudo-Dionigi Areopagita sulla gerarchia degli angeli, serafini, cherubini, tanto astrusa quanto fonte perenne per gli esercizi di perditempo come noi, che nelle pause conviviali non parlavamo né di calcio né di politica né di futuro.
Inoltre, ci ha sempre attirato e preoccupato l’idea di un Dio di cui si può dire meglio quello che non è (copyright Niccolò da Cusa), piuttosto che quello che è. Questa ipotesi di una possibile «teologia negativa», che solo noi pensavamo si sarebbe potuta applicare anche all’arte (di cui non si potrebbe dire quello che è o non è), è una bella storia. È chiaro che si profila una specie di autocastrazione estetica, laddove solo all’artista spetterebbe il compito di parlare dell’arte, visto che nasce nella sua testa. Ovviamente non è bello tacere sulla miriade di forme, metafore, che ognuno di noi potrebbe figurare, se non altro che per un dilettevole passatempo quotidiano. Ma l’arte esercita proprio questo diritto perché deve dare forma a quello che non è, sguazzando senza fine in un brodo di esuberanza concettuale, ma con una eruzione continua di immagini. Questo a noi fruitori non sarebbe concesso: «Mettere al mondo il mondo», di Alighiero Boetti è proprio questo. Il terreno più fertile di quello fatalmente scivoloso e a tratti aspro delle parole, delle sillogi, delle trappole della poesia, è quello che permette una piantagione di idee con ibridi e innesti, anche fuori stagione. Era il tuo terreno d’azione. Se esiste il paradiso (e perché mai non dovrebbe esistere? Io, al contrario di quello che pensavi tu, ci conto e ho cominciato da tempo a preparare le mie carte per l’ammissione), quello degli scrittori, dei librai, degli editori, e degli amici degli editori e delle necessarie redazioni, lo immagino particolarmente stimolante, ancorché poco accogliente perché molto popolato. Chissà perché sono sicuro che, insieme a Leibniz (che ha pensato il primo progetto) e agli infiniti miraggi di matematici, filosofi ed eretici, lì sicuramente, ci troverai una «Biblioteca Universale», proprio quella che ha illuminato e annientato le vite di molti visionari che su quel sogno universale hanno consumato molti dei loro giorni. Ma qui ci vorrebbe la penna di Jorge Luis Borges, vero eponimo di questa vertigine. In questo paradiso, tu, ateo stoico, ci starai negli scranni più graffitati, proprio per non perdere l’abitudine a giocare scegliendo e talvolta deformando le parole di cui hai fatto indigestione. Sono sicuro, comunque, che si tratterà di una cosa tranquilla, e magari elegante, come quella immaginata dall’enfant prodige della pittura della «Scuola di Atene».
Anche se non è certo che le nebbie dell’inquietudine e della nostalgia si posino solo negli alberghi umani, lì dovrebbero esserci dei filtri potenti di cui solo la provvidenza celeste può disporre. Ma tant’è: non tutte le ciambelle escono con il buco, dunque in guardia. Lasciami immaginare alcune tue giornate in quella Scuola di Atene. Lì non ci sono orari né scadenze, che sono una debolezza terrestre giusto per la mania di sincronizzare continuamente anima e corpo. È noto che i due tendono a percorrere «sentieri che si biforcano». Non dovrai decidere alcun imprimatur perché le tue edizioni hanno già riempito le biblioteche private e anche quelle delle università. Certo ti mancheranno le quotidiane baruffe di redazione che ti rendevano felice e sempre pronto a inalberarti, ove contraddetto, sino a perdere il bon ton che ti era connaturato. Con i concetti che invece centellinavi, come i vini da meditazione, hai costruito tuttavia una Babele di pubblicazioni, riviste bellissime, e il verde-azzurro delle tue copertine, che mi attirava prima ancora dei titoli, come il nettare attira gli insetti.
È chiaro che la storia non finisce con questo racconto del paradiso degli editori: per questo ci vorranno gli storici, gli esegeti e gente che, come Umberto Eco, disponeva di una «biblioteca universale» nella sua testa, essendo un bibliofilo maniacale e incurabile: oppure di polemisti agguerriti come il tuo grande amico Jean Clair, insuperabile nelle filippiche contro il conformismo culturale della modernità. Lì ad aspettarti ci sono già dei bei tipetti, il meglio della piemontesità di cui voglio ricordarti alcuni dati, perché magari hai rimosso il contesto in cui operavano; così ricco da risultare oggi fumoso e anche inestricabile. Il padre di voi tutti, Giuseppe Pomba, nato alla fine del Settecento, quello che ha passato diciassette anni della sua vita per dare alle stampe le miriadi di volumi di «Latinorum Scriptorum...», merita una attenzione particolare; dunque, devi stare all’erta. Ci sarà sicuramente Mario Lattes, romanziere, pittore e editore, ebreo ateo sempre dolente e sarcastico, che scrisse di Torino: «Città assassinata dove la pietra dei marciapiedi non risuona più». Avendolo conosciuto personalmente quando, a metà degli anni Sessanta, visitava la mia galleria sempre dissentendo dalle mie scelte, posso ricordarti che con la sua intelligenza graffiante è sempre stato un osso duro, testardo e geniale (pubblicò per primo in Italia Simone Weil e Theodor Adorno). Non credo sia cambiato granché. Dunque, di nuovo all’erta. Che dire di Giulio Bollati (barone di Saint Pierre), classe 1924, laureato alla Normale di Pisa? Già quando stava da Einaudi era un capo. Sodale di Delio Cantimori e Gianfranco Contini, quando si è messo in proprio insieme alla sorella Romilda ha fatto sfracelli tirando fuori dalla sua testa intuizioni editoriali d’eccellenza che lo hanno collocato nell’empireo degli editori fuori dalle lunghezze d’onda più praticate. Tu invece hai fatto sfracelli tutto da solo. Bollati non ha mai visitato la mia galleria, perché l’arte visiva non era una sua urgenza, ma l’ho incontrato più di una volta e anche solo comunicando a gesti e smorfie ho costruito un rapporto gradevole. Mi dicono che dopo lunghi anni di trasferimento, giacché l’anima viaggia lenta come in un dormiveglia per evitare lacerazioni, è già arrivato lì. Vi intratterrete piacevolmente, entrambi schivi e senza voglia di propagandare alcunché, come siete stati. Non ti so dire niente di Giovan Battista Paravia, perché è morto cent’anni prima che tu e io nascessimo, ma la sua reputazione di grande editore di testi scolastici è così comprovata che sicuramente starà già lì, occupando una posizione di favore. Sicuramente non amerà condividere, tantomeno con i compaesani, i suoi privilegi di più anziano. Certamente avrai conosciuto negli anni Sessanta due sue discendenti, sorelle, una delle quali, Mirella Paravia, era l’assistente dell’antiquario Gianni Pron, quando la galleria stava in via Giolitti. Visto che conoscevi tante belle ragazze, non ti saranno sfuggite. Amo pensare che tra un libro e l’altro coltivassi anche rapporti non funzionali. Dopo l’egemonia Accorsi, Gianni Pron si poneva allora come l’astro nascente a Torino; innamorato com’era dei mobili impero, che avrebbe imposto all’intera città. Uno che ti piacerà rivedere è senz’altro Giulio Einaudi, quell’anima inquieta e all’occasione tormentata al punto giusto per farti sentire in colpa di non essere abbastanza tormentato. Ricordo, nei pochi incontri ravvicinati, i suoi occhi chiari, gelidi e penetranti che non promettevano niente di buono e non incoraggiavano al dialogo. Non gli piaceva la mia galleria, popolata da artisti americani Pop e Minimal che lui, ex partigiano, trovava probabilmente frivoli; né la successiva ondata dell’Arte Povera, nonostante fosse più vicina alla sua ideologia comunista; allenato come era ai dogmi, sospettava sempre. Abituato a essere corteggiato da tutti, era esattamente il tuo opposto; tienine conto quando vi rincontrerete. Massimo Mila, pur prendendo le distanze quasi sempre dalle mie scelte, aveva il dono di una pacatezza elegante che solo i grandi uomini hanno. Aveva invitato Giulio Einaudi a «perdere» un po’ del suo tempo prezioso per divertirsi nella mia galleria in piazza Carlo Alberto, dove si vedevano cose provocatorie ma anche spassose; missione fallita. Tutti questi tuoi alter ego che incontrerai appena arrivato in quel paradiso non ti saluteranno nemmeno, ma capirai dai loro occhi velati che sei carne della loro carne e in qualche modo saranno felicissimi di vederti. Del resto, sei stato un conoscitore di caratteri e capirai subito chi meglio ti converrà. Non sto a cantare le tue lodi, perché sarebbe stucchevole. Delle tue imprese editoriali di eccellenza sono piene le pagine dei libri di cronaca e storia, e, in più, io non sono uno storico. Personalmente ti devo la scoperta di una parte di me che io conoscevo poco e in cui credevo ancor meno. Questo ha stimolato e risvegliato dal torpore il mio ego: da lì è nato il nostro grande libro che ha messo in chiaro le mie qualità e contraddizioni di mercante e collezionista. Caro amico stoico, non ho conosciuto nessuno come te; facciamo un clone, o perlomeno chiediamo al tuo vecchio grande amico Alvar González-Palacios di immortalarti con la sua penna sublime.
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