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Inaugurato il Padiglione Italia di Chiara Camoni

Chiara Camoni e Cecilia Canziani trasformano la cerimonia ufficiale in una riflessione collettiva sul senso del fare arte oggi

Jenny Dogliani

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Che cos’è un’opera d’arte? Con questa domanda Chiara Camoni e Cecilia Canziani hanno accolto il pubblico, oggi alle 17, alla cerimonia ufficiale di apertura del Padiglione Italia, cogliendo l’occasione per invitare tutto il sistema a una riflessione collettiva sul senso di produrre arte oggi. Lontana dai sempre facili intenti autocelebrativi, la cerimonia diventa così un’occasione per riportare l’attenzione all’origine dell’arte, al mestiere, alla sapienza tecnica, al processo manuale, alla responsabilità culturale e alla funzione che l’arte ha e deve avere nei confronti dell’individuo e della comunità. Non semplici formule di rito, ma il tentativo di raccontare il padiglione come il risultato di una rete collettiva di relazioni, fiducia e lavoro condiviso, reso possibile da una grande network di sostenitori il cui rapporto viene sottratto alla logica puramente economica: «Le sponsorizzazioni al giorno d’oggi sono una cosa diversa», osserva la curatrice Cecilia Canziani, parlando di visioni che si incontrano più che di semplici partnership. Il Padiglione Italia, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, è sostenuto dal main sponsor Zegna e dallo sponsor Banca Ifis insieme a una fitta rete di donor — dalla Fondazione Amplifon a Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, da Fondazione Luigi Rovati a Palazzo Bentivoglio, fino a Beatrice Bulgari, Nicoletta Fiorucci Foundation, ACACIA e Andrea Zegna — che finiscono per restituire l’immagine di una produzione artistica costruita attraverso alleanze culturali, sostegni privati, competenze tecniche e infrastrutture operative senza le quali nessuna opera potrebbe esistere.  

 

La mostra Con te con tutto, ospitata alle Tese delle Vergini dell’Arsenale dal 9 maggio al 22 novembre 2026, si presenta dunque come «una chiamata a raduno», un invito a costruire un diverso modo di stare al mondo attraverso l’incontro e la condivisione con le altre forme di vita, lasciando spazio alla meraviglia, al sentire, al dialogo e alla contemplazione. Il progetto nasce dalla pratica collaborativa di Chiara Camoni e assume una dimensione corale: opere nuove e lavori esistenti convivono in un paesaggio in trasformazione fatto di terracotta, materiali naturali, plastiche riciclate, scarti industriali e oggetti trovati, convocati a raccontare il paesaggio contemporaneo e la possibilità di riconoscere bellezza anche nello scarto. Il progetto di Chiara Camoni sembra così sottrarre l’arte sia alla funzione decorativa sia alla pretesa salvifica, riportandola dentro una dimensione trasformativa, ambigua e aperta. Alla domanda su cosa sia un’opera d’arte Chiara Camoni racconta di aver raccolto definizioni diversissime: un’assunzione di rischio, un’esperienza completa, un’epifania, un processo, un’espansione del mondo. Tutte formulazioni che sembrano allontanarsi dall’idea dell’opera come semplice oggetto per avvicinarsi invece a qualcosa di vivo, instabile, relazionale. «Gli artisti hanno bisogno di un dramma iniziale», spiega l’artista. Qualcosa da trasformare. Qualcosa che continui a generare forme. Questa dimensione emerge anche nello spazio espositivo. La prima tesa ospita un silenzioso bosco di ventiquattro figure antropomorfe in terracotta — Colonne, Sister e Daimon — immerse nella penombra come presenze ancestrali che instaurano un dialogo diretto con il corpo dei visitatori. Nella seconda tesa il paesaggio si apre invece alla luce: pavimenti in marmo, sculture domestiche, materiali riciclati, opere e interventi che costruiscono una sorta di architettura in divenire attraversata da performance, dialoghi e momenti di incontro. Al centro dello spazio compare anche una piccola agorà pensata come luogo di sosta, conversazione e attività pubbliche, a sottolineare come il Padiglione non voglia essere soltanto una mostra ma uno spazio di esperienza condivisa. 

 

«In questi ultimi anni ho sentito che intorno alle opere danzavamo in tanti», ha spiegato l’artista durante il discorso di presentazione. L’immagine della danza — la creazione come movimento condiviso, come esperienza che coinvolge corpi, relazioni e comunità — diventa una parte centrale del Padiglione, animato anche da un ampio programma di performance, seminari, workshop e pratiche collettive che si estendono oltre la mostra coinvolgendo realtà e spazi della città di Venezia. Camoni non propone un ritorno nostalgico all’autenticità dell’artista, ma una riaffermazione della dimensione esperienziale, fisica e persino emotiva del fare artistico. Il Padiglione Italia, come l’intera Biennale, riporta l’attenzione sul mestiere dell’artista, che non è soltanto visione, intuizione o narrazione, ma anche capacità tecnica, manualità e competenza materiale, dalle botteghe rinascimentali fino a oggi. Una riflessione che attraversa anche il sostegno di Zegna, il cui intervento non si limita alla sponsorizzazione ma entra direttamente nella materia delle opere: terre, ceneri e minerali provenienti da Oasi Zegna vengono utilizzati nelle sculture di Camoni insieme ai filati del Lanificio Ermenegildo Zegna.  La capacità delle mani di trasformare un desiderio, un’immagine mentale, in una forma concreta diventa così il riconoscimento di una continuità tra sapere artigianale, lavoro collettivo e produzione artistica. Così il Padiglione Italia finisce per costruire uno dei discorsi più inattesi di questa Biennale. Non rinunciando alla contemporaneità, ma spostandone il baricentro: in una mostra internazionale attraversata da conflitti geopolitici, crisi identitarie e dispositivi narrativi sempre più espliciti, l’attenzione torna alla domanda originaria: che cosa rende un’opera davvero viva? Non la sua funzione illustrativa, né il suo valore economico o simbolico, ma la capacità di trasformare chi la incontra e di continuare a generare relazione, memoria e immaginazione.

Jenny Dogliani, 08 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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