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Una sala della Mep-La Maison Européenne de la Photographie nel Marais

Foto © Nicolas Brasseur / Paris je t’aime - Office de tourisme

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Una sala della Mep-La Maison Européenne de la Photographie nel Marais

Foto © Nicolas Brasseur / Paris je t’aime - Office de tourisme

Julie Jones, Maison Européenne de la Photographie: «L’I.A. è un naturale evoluzione della fotografia»

Nominata lo scorso dicembre, le neodirettrice si è insediata ufficialmente alla guida del museo parigino e ci illustra i suoi progetti futuri 

 

 

 

Il lunedì è giorno di chiusura alla Maison Européenne de la Photographie-Mep di Parigi. La prossima mostra, dedicata alla fotografa americana Dana Lixenberg, apre l’11 febbraio e il museo è in pieno allestimento. Entrano ed escono decoratori, installatori e casse, ma la giornata è ancora più significativa, perché si insedia ufficialmente Julie Jones, la nuova direttrice del museo, nominata lo scorso dicembre.

Jones, storica dell’arte specializzata in fotografia, approda alla Mep dopo tredici anni come curatrice delle collezioni di fotografia del Centre Pompidou. Ma di certo conosce bene il museo: il suo primo lavoro è stato quello di guardiania nelle sue sale, qui ha conosciuto il suo futuro marito e ha tenuto la sua prima conferenza.

Quando la incontro, si dichiara onorata, elettrizzata e felice di questo nuovo incarico in un luogo simbolico sia per lei personalmente sia per la fotografia a Parigi e nel mondo. Mi racconta che questa mattina, arrivando per la prima volta da direttrice al museo, ha pensato alle fotografie della serie «The Americans» di Robert Frank. «Il fondatore della Mep, Jean-Luc Monterosso, aveva acquistato per il museo la serie completa di Frank, oggi una rarità assoluta, che ho potuto ammirare qui quando ero ancora molto giovane e che mi impressionò particolarmente, racconta Julie Jones. Ho capito in quell’occasione di volermi occupare di fotografia».

 

Julie Jones. Foto © Agnès Geoffray

Una nuova direzione significa sovente una nuova visione per un’istituzione importante come la Maison Européenne de la Photographie…
La nuova visione è consolidare la Mep e la sua unicità, cioè le sue collezioni. Il museo compirà trent’anni tra il 2026 e il 2027 e per me questa sarà l’occasione per ripercorrere le mostre più importanti, la collezione, e per rafforzare l’impegno dell’istituzione verso i giovani fotografi della scena emergente. Vorrei trovare format che siano più adatti ai giovani artisti di oggi, in particolare attraverso la creazione di un festival che porti la fotografia fuori dalla Mep, verso la città di Parigi e verso nuovi fruitori. È l’energia che ricerco per far risplendere davvero il museo, abbatterne simbolicamente i muri, rafforzando le collaborazioni con le istituzioni culturali di Parigi e con tutta la città.

Quali i sono i suoi progetti futuri?
Quello che vorrei cambiare è proprio sul piano del tipo di fotografia. Non bisognerebbe partire da preconcetti che relegano una certa generazione alla fotografia più classica o un’altra generazione solo alle proiezioni video. Vorrei mettere in discussione questi preconcetti costruendo programmazioni che siano davvero in dialogo attorno a un tema principale con diversi media fotografici ibridi, che arrivano dall’arte contemporanea, esplorando il lavoro di diversi autori per trattare dei temi.

La collezione della Mep sarà certamente uno dei temi che dovrà affrontare nei prossimi anni... 
Con 24mila opere, la collezione ha la particolarità di avere molte serie complete, specialmente di fotografia giapponese, una delle maggiori fuori dal Paese, e statunitense, cosa che la distingue da collezioni più grandi ma anche meno complete. In questo campo vorrei dirigere le acquisizioni concentrando gli sforzi su temi che nel passato sono stati meno trattati, come le fotografie di autrici donne e Lgbtq+.

Che cosa vuol dire essere a capo della Maison Européenne de la Photographie in questo preciso contesto politico e storico?
È una grande responsabilità, ma anche una spinta. Penso che sia un momento importante nel quale aprire la Mep a collaborazioni con altre istituzioni europee per tenere gli occhi aperti su quello che succede sulla scena americana e asiatica, e anche per creare una vera rete per la fotografia Europea che sostenga gli artisti e le altre istituzioni.

Che cosa pensa dell’Intelligenza Artificiale?
Penso che sia una naturale evoluzione della fotografia, un medium che ha sempre accolto e usato il cambiamento. Dal metallo al vetro, dalla cellulosa al digitale, credo che il cambiamento per la fotografia sia insito nella sua natura. Non bisogna avere paura dell’Intelligenza Artificiale, ma invece educare le persone a capirla. Ogni strumento può essere interessante, dipende da come lo si usa e da come si riesce a padroneggiarlo.

Tra un anno Julie Jones spera di essere riuscita a portare la Maison Européenne de la Photographie su una via migliore: «Vedremo se il pubblico mi seguirà, sarà quello che determinerà se le scelte fatte sono state quelle giuste!».

La Mep-Maison Européenne de la Photographie a Parigi. Foto © Audrey Benard

Carolina Sandretto, 05 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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