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Vittorio Bertello
Leggi i suoi articoliCon i primi risultati della campagna di scavi archeologici condotta presso l’Abbazia di San Niceta a Melendugno (Le), sta tornando alla ribalta un episodio a lungo dimenticato della storia medievale del Salento.
L’indagine, promossa dal Comune di Melendugno e dalla Provincia di Lecce con il Cuis (Consorzio Universitario Interprovinciale Salentino), è stata realizzata dal Dipartimento beni culturali dell’Università del Salento e i suoi esiti sono stati presentati il 30 settembre nella sede della Soprintendenza. Le ricerche, sotto la direzione scientifica di Marco Leo Imperiale, evidenziano il ruolo centrale che i monasteri italo-greci, al pari di quelli latini, ebbero nell'organizzazione di vaste aree del territorio.
L’Abbazia di San Niceta il Goto, situata non lontano da Melendugno, unica città in Italia ad averlo come patrono, era un centro di grande influenza nel Medioevo. Sebbene le fonti documentarie si facciano più attendibili solo dal XIV secolo, collocando la fondazione in periodo normanno, le nuove scoperte suggeriscono un'origine ben più remota.
Le ricerche hanno infatti portato alla luce, per la prima volta, resti dell’abbazia e delle sue attività risalenti all’età bizantina (X-XI secolo) e, in modo più consistente, all’età normanno-sveva. Questo fa pensare che la fondazione del monastero possa essere legata alla seconda colonizzazione bizantina, favorita dall’avanzata araba in Sicilia e Calabria e dalla conseguente mobilità dei religiosi italo-greci. Il direttore scientifico Imperiale ha sottolineato come si stia riportando alla luce «una storia dimenticata, quella di una piccola abbazia italo-greca che nel Medioevo ha rappresentato un importante centro di gestione delle risorse agricole del territorio».
La scoperta di maggiore rilievo è quella legata all’intensa gestione agricola del territorio. Lo scavo ha individuato un consistente gruppo di una trentina di fosse granarie scavate nella roccia, che testimoniano l’ampiezza delle colture affidate al monastero. L’indagine completa di uno di questi granai, profondo circa due metri e mezzo, ha permesso di recuperare dati su colture come grano tenero e duro e orzo, e ha persino consentito di stimare un’ingente produzione agricola che poteva superare le 200 tonnellate di granaglie.
Oltre a queste tracce di produzione, gli archeologi hanno rinvenuto un imponente edificio in pietra a secco contenente una fossa granaria con un elemento di chiusura inciso da graffiti e iscrizioni in greco, ora al vaglio degli epigrafisti. La datazione delle strutture è stata supportata dal ritrovamento di monete bizantine dell’XI secolo e, in particolare, di un denaro di Federico II coniato nella zecca di Brindisi.
Le ricerche hanno anche svelato un settore del cimitero abbaziale, dove sono state indagate sei sepolture databili tra il XII e il XIII secolo. Le analisi antropologiche preliminari hanno riconosciuto inumazioni singole di individui di sesso maschile, forse appartenenti alla comunità cenobitica. Un’altra area d'indagine ha riguardato la località Fanfula, dove in passato si situava la parte più antica dell’abbazia, ma che le nuove ricerche hanno invece accertato essere un insediamento di età romana.
Girolamo Fiorentino, direttore del Dipartimento di beni culturali, ha evidenziato che il progetto si iscrive tra le attività scientifiche che guardano alla crescita dei territori attraverso la valorizzazione del patrimonio culturale, sottolineando l'importanza della collaborazione con il Comune di Melendugno. Il sindaco Maurizio Cisternino ha ringraziato tutti gli enti coinvolti, ribadendo la ferma convinzione dell’amministrazione nell’investire in queste ricerche: «Noi ci abbiamo creduto e ci crediamo fortemente tanto da aver investito risorse di bilancio [...] convinti come siamo che le straordinarie scoperte arricchiranno l’offerta turistico culturale del nostro territorio».
Alla conferenza sono intervenuti anche il soprintendente Antonio Zunno, la funzionaria archeologa responsabile per il Comune di Melendugno Antonella Pansini e il presidente della Provincia di Lecce Stefano Minerva.
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