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Un’immagine dell’installazione di Where the Dwellers Lay per «Sarab» al Desert X Al-Ula, Al-Ula, Arabia Saudita, 2022

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Un’immagine dell’installazione di Where the Dwellers Lay per «Sarab» al Desert X Al-Ula, Al-Ula, Arabia Saudita, 2022

L’Arabia Saudita alla Biennale Arte 2026: il legame con artigianato e ambiente naturale di Dana Awartani

Per il suo padiglione all’Arsenale di Venezia, l’artista palestinese-saudita sta «lavorando con un’ampia comunità di artigiani, seguendo una tradizione artigianale del “molte mani”»

Dana Awartani (Jeddah 1987, vive e lavora tra New York e Jeddah), protagonista di rilievo della scena artistica internazionale, nota per il rigore con cui reinterpreta forme, tecniche, concetti e strutture spaziali che caratterizzano la cultura mediorientale, rappresenta l’Arabia Saudita alla 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (9 maggio-22 novembre). Curato da Antonia Carver con l’assistenza di Hafsa Alkhudairi, il padiglione all’Arsenale dal titolo «Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre» è realizzato su incarico della Commissione per le arti visive del Ministero della Cultura del Regno Saudita. Abbiamo intervistato l’artista. 

In che modo la sua visione artistica intercetta il tema della 61ma Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, «In Minor Keys»?
Il cuore della mia pratica artistica è sempre stato incentrato sulla guarigione, sul recupero e sulla conservazione del patrimonio sia materiale sia immateriale. Considero l’artigianato un modo per rallentare, una forma più silenziosa di resistenza alla frenesia e alla meccanizzazione della vita contemporanea. L’atto di creare assume un carattere meditativo, sviluppandosi attraverso la condivisione delle conoscenze e lo sforzo collettivo, in cui il processo è importante tanto quanto l’opera finita. 

C’è una sorta di continuità rispetto a «Shifting Sands: A Battle Song», il padiglione saudita alla Biennale di Venezia 2024 che attraverso la pratica partecipativa di Manal AlDowayan dava voce alle donne nel rivendicare le loro stesse narrazioni, nonché i ruoli nella vita pubblica dell’Arabia Saudita?
Come artiste e artisti, ognuno di noi ha una pratica distintiva, guidata dai propri ambiti di ricerca e dai linguaggi creativi che hanno costituito la base delle rispettive opere e percorsi artistici. Forse, il punto di connessione risiede nell’aspetto comunitario del lavoro che si basa sulla collaborazione e sul coinvolgimento degli altri. Per la Biennale di Venezia, sto lavorando proprio con una comunità più ampia di artigiani di base in Arabia Saudita, seguendo una tradizione artigianale del «molte mani». 

Uno still dal video «I went away and forgot you. A while ago I remembered. I remembered I’d forgotten you. I was dreaming», 2017, di Dana Awartani

Dalla pittura alla scultura, installazione, performance: l’utilizzo di diversi linguaggi e tecniche le permette di affrontare il tema della tradizione culturale nel mondo islamico, del suo patrimonio identitario tramandato di generazione in generazione. Quando si riferisce a conflitti interni ed esterni diventa anche espressione di un atto di resistenza? Pensando alla straordinaria opera «Standing by the Ruins of Aleppo», realizzata per la Biennale di Diriyah 2022, che nel titolo stesso richiama l’atto contemplativo di trovarsi di fronte alle rovine, spesso associato al genere arabo classico del «nasib» (la sosta tra le rovine) in questo caso il cortile della Grande Moschea di Aleppo devastata nel 2013 durante la guerra civile siriana.
Ricreare l’eredità di qualcosa che è andato perduto, o è stato distrutto, è un modo per rifiutarne la scomparsa e riportare alla luce, agli occhi del pubblico, il suo contributo alla storia culturale dell’umanità. Per me si tratta tanto di rinascita e sopravvivenza quanto di resistenza, soprattutto perché molti di questi luoghi hanno subito ripetuti cicli di distruzione. Una parte importante del mio processo è di natura archivistica: ricerca e ricostruzione a partire da frammenti, spesso utilizzando materiali che trovo online. L’opera diventa una sorta di ricostruzione di ciò che non è più fisicamente accessibile. Anche la materialità è centrale. Utilizzo mattoni, argilla, terra e suolo della regione, materiali che sono forti ma anche fragili. Sbilanciandoli leggermente e lasciando che si incrinino. Una tensione che riflette la condizione dei siti stessi e l’idea che la conservazione non sia mai definitiva, ma sempre a rischio. 

Nella negoziazione tra estetica e politica ha una rilevanza il suo essere saudita di origine palestinese?
Non la vedo proprio come una negoziazione tra estetica e politica. Il linguaggio visivo del mio lavoro affonda le radici nella regione e nella sua profonda storia culturale. Molte delle forme a cui attingo non sono riconducibili a un unico luogo, ma rimandano a storie condivise in tutto il mondo arabo e in tutta l’Asia sudoccidentale. Credo che in questo risieda una vera forza. Essere saudita e palestinese fa parte di questa prospettiva, mi permette di muovermi tra diverse parti della regione e di considerarle collegate piuttosto che separate. Mi interessa costruire un linguaggio estetico che provenga dall’interno della regione, piuttosto che uno modellato dai canoni occidentali.

Quanto è importante il processo in sé della ricerca, precedente alla realizzazione dell’opera in cui solitamente si affianca a maestranze locali?
La ricerca è una parte fondamentale e costante del mio lavoro. Va di pari passo con la progettazione e la produzione, tutte attività ugualmente importanti. Spesso dedico mesi alla raccolta di materiale su specifici siti del patrimonio culturale e, nel corso del tempo, lo studio ha costituito un ampio archivio che si amplia continuamente. È un processo che non si ferma mai, soprattutto perché molti di questi siti continuano a scomparire o a subire alterazioni. La ricerca diventa così un modo per documentare e preservare ciò che resta. 

Nel 2022 ci siamo incontrate ad AlUla, in occasione di Desert X, dove aveva realizzato in mattoni di arenaria l’opera site specific «Where The Dwellers Lay». Anche il rapporto con l’ambiente, naturale o antropico, è importante per lei?
Sì, è molto importante. Come dicevo, il mio lavoro, che è strettamente legato all’artigianato tradizionale, è intrinsecamente radicato e connesso all’ambiente naturale. C’è una sorta di armonia tra artigianato e natura che mi affascina molto. Nelle mie opere tessili, ad esempio, tutto è tessuto a mano utilizzando coloranti naturali, e nelle mie installazioni a pavimento, come «Standing by the Ruins», anche i materiali sono volutamente naturali, dai mattoni di argilla agli stampi di legno. Questo rapporto con l’ambiente non è qualcosa che impongo, è già insito nelle tradizioni con cui lavoro.

Dana Awartani, «Standing by the Ruins of Aleppo», 2021

Manuela De Leonardis, 08 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

L’Arabia Saudita alla Biennale Arte 2026: il legame con artigianato e ambiente naturale di Dana Awartani | Manuela De Leonardis

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