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Redazione
Leggi i suoi articoliIn un Paese come l’Italia, le infrastrutture non sono mai state solo una questione di logistica. Sono state, e continuano a essere, la spina dorsale di un’identità nazionale che si muove ancora tra un ingegno di stampa rinascimentale e la sfida della modernità. Il panel «Costruire secondo bellezza. Dove infrastrutture e design si incontrano», organizzato il 15 aprile in occasione della mostra «EVOLUTIO – For 120 Years We Have Been Building Infrastructure for the Future», ospitata al Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, ha offerto l’occasione per una riflessione che supera i confini del settore. Al centro del dibattito, una domanda fondamentale: come si costruisce il futuro in un’epoca di transizione digitale senza smarrire l’anima umanistica del progetto?
L’architetto Mario Cucinella, fondatore di MCA, ha introdotto un concetto destinato a far discutere: l’empatia creativa. Per Cucinella, la sostenibilità non è un "parolone" tecnico, ma un atto di relazione. «La creatività rischia di essere un esercizio di stile, una stravaganza, se non diventa uno strumento per vivere», ha esordito. Il suo è un monito contro la segmentazione eccessiva delle competenze che ha caratterizzato l'ultimo secolo. «Abbiamo avuto una fiducia smisurata nella tecnologia, delegando a qualcun altro la risoluzione dei problemi. In questo processo, l’architetto è diventato quello che si occupa solo dell'estetica, mentre gli ingegneri hanno preso in mano il funzionamento dell’edificio. Ma la bellezza senza contenuti vale quel che vale». Secondo Cucinella, costruire significa innanzitutto assumersi la responsabilità verso gli altri, recuperando la consapevolezza di come un edificio respira, si relaziona con il contesto e con le persone, che è l’essenza stessa del mestiere umanistico.
Il tema della competenza è stato ripreso da Francesco Zurlo, Preside della Scuola del Design del Politecnico di Milano. In un momento in cui l'intelligenza artificiale sta ridisegnando ogni confine professionale, Zurlo guarda a una figura di progettista "poliglotta". «Il design italiano non è puramente tecnico; è un umanesimo che si confronta con i problemi chiedendosi sempre la 'reason why', la ragione profonda del fare», ha spiegato. Mentre in altri contesti internazionali prevale l'approccio procedurale, l’Italia continua a sfornare professionisti che mediano tra tecnologia e dimensione sociale. La sfida formativa del Politecnico oggi è quella di creare un designer che sia un "pratico riflessivo": «Lanceremo un percorso che integra l'AI Management fin dal primo giorno, ma con una base umanistica. Competenze come la semiotica o la struttura del linguaggio diventeranno cruciali per il 'prompt designer' del futuro, colui che deve saper porre le domande giuste alla macchina».
Antonio Calabrò, Presidente di Museimpresa, ha sottolineato come la storia delle imprese italiane non sia un fardello, ma un fattore distintivo di competitività. «Conservare e interpretare la testimonianza di ciò che siamo stati capaci di fare significa dare conto di un Paese intraprendente nei processi, oltre che nei prodotti». Guardando i modelli di Leonardo da Vinci esposti a pochi passi dal panel, Calabrò ha evidenziato come l’intelligenza pratica sia il vero "made in Italy". Tuttavia, ha sollevato un velo sulle criticità del sistema-paese: «Siamo un Paese meccanico straordinario, ma abbiamo bisogno di una manutenzione del territorio clamorosa. Siamo capaci di produrre navi incredibili e farmaceutica di precisione, ma fatichiamo a ricostruire il nostro tessuto infrastrutturale con la necessaria velocità».
L’intervento di Pietro Salini, AD di Webuild, ha portato il dibattito sul terreno della concretezza operativa e della competizione globale. Salini ha ripercorso la parabola dell'Italia: da Paese con un tasso di analfabetismo altissimo a quarta potenza industriale del mondo, grazie allo sviluppo energetico e infrastrutturale della Lombardia e del Paese intero. Ma oggi, la sfida si gioca sul tempo. «Il ciclo di una grande infrastruttura, come una metropolitana, in Italia dura 25 anni. Questo significa che quando la soluzione è pronta, il problema per cui era stata pensata potrebbe essere già mutato o scomparso», ha ammonito Salini. La critica non è rivolta alla tecnologia - che Salini vede come un supporto fondamentale ma privo di quell'intuito risolutivo tipicamente umano - quanto al sistema di regole spesso bloccanti. «In Italia la gara non è vinta quando si firma, ma inizia un percorso quotidiano fatto di regole incerte e burocrazia». Il rischio, per Salini, è che l'eccesso di norme diventi un freno all'innovazione: «A volte si fa fatica a innovare perché chi deve approvare i progetti non sa leggerli e spesso lo blocca . Eppure, la nostra bellezza storica è nata da una sana competizione: volevamo fare le cose meglio degli altri».
Il panel di EVOLUTIO ha così indicato come le infrastrutture del futuro non saranno fatte solo di calcestruzzo ad alte prestazioni, ma di una rinnovata capacità di visione olistica. Se da un lato il sistema accademico e industriale italiano è pronto a governare la transizione digitale con intelligenza critica, dall'altro emerge un grido d'allarme verso la necessità di riforme che permettano a questa "energia del fare" di esprimersi senza i lacci di una burocrazia anacronistica.
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