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Il mercato dell’arte analizzato dai suoi protagonisti | Marta Barbieri e Paola Bonino

«Più che crescere continuamente, sarà importante capire come crescere bene»

«Il Giornale dell'Arte» ha avviato un confronto con i direttori di alcune delle principali gallerie italiane per riflettere sui cambiamenti che stanno interessando il mercato. Al centro dell'indagine vi sono il tema del ridimensionamento delle strutture, la sostenibilità dei modelli di crescita che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, l'evoluzione del ruolo delle fiere e le trasformazioni del collezionismo. Più che offrire risposte definitive, l'obiettivo è raccogliere prospettive ed esperienze diverse per comprendere come gli operatori interpretino una fase che potrebbe segnare una ridefinizione degli equilibri del sistema dell'arte.

Marta Barbieri e Paola Bonino, direttrici di UNA galleria, Piacenza, Milano

Secondo voi, cosa cambierà nel sistema dell’arte nei prossimi cinque anni?
Crediamo che nei prossimi cinque anni il sistema dell’arte (almeno quello italiano, che ricordiamolo rimane un sistema piccolo e marginale) dovrà necessariamente ripensare alcune sue abitudini. Non immaginiamo un cambiamento improvviso ma un progressivo spostamento da un modello fondato sull’espansione continua - più fiere, più sedi, più produzione, più velocità - verso un modo di lavorare più selettivo, più consapevole e forse anche più umano. Per una galleria come la nostra, nata in un contesto decentrato come Piacenza e cresciuta nel tempo attraverso un lavoro di ricerca sugli artisti emergenti, questo passaggio non è solo una necessità economica ma anche una questione di identità. Abbiamo sempre pensato che una galleria non debba misurare la propria forza soltanto sulla scala, ma sulla qualità delle relazioni che riesce a costruire: con gli artisti, con i collezionisti, con le istituzioni, con i territori che attraversa.

Il ridimensionamento di Pace è un episodio isolato o il segnale di una trasformazione strutturale del sistema dell’arte?
Il ridimensionamento di una realtà come Pace è sintomatico di una trasformazione più ampia. Naturalmente il nostro punto di vista è molto diverso da quello di una mega-galleria globale, ma proprio per questo osserviamo quel modello con una certa distanza critica. L’idea che la crescita debba coincidere sempre con l’aumento delle sedi, del numero di artisti rappresentati, dei costi di produzione e della presenza internazionale ci sembra oggi sempre meno sostenibile. Forse il futuro non sarà necessariamente più piccolo, ma dovrà essere più preciso.

Il modello della mega-galleria globale è ancora sostenibile?
Il modello della mega-galleria continuerà probabilmente a esistere, ma crediamo che non possa più rappresentare l’unico orizzonte possibile. Ci interessa di più un sistema in cui possano convivere scale diverse: grandi gallerie internazionali, realtà indipendenti, spazi di ricerca, progetti ibridi, collaborazioni tra gallerie e forme più fluide di presenza sul territorio. In questo senso, anche la nostra scelta di mantenere Piacenza come sede principale e di aprire uno spazio a Milano, in condivisione con un’altra galleria, nasce dal desiderio di non abbandonare una dimensione più raccolta e radicata, ma allo stesso tempo di entrare in dialogo con un contesto più ampio e internazionale.

Le fiere internazionali restano indispensabili oppure sono diventate economicamente troppo pesanti?
Le fiere restano importanti, ma non crediamo che possano più essere vissute come un automatismo. Per una galleria della nostra scala, ogni fiera è una scelta importante: comporta un investimento economico, progettuale, emotivo. Non si tratta solo di vendere, ma di capire se quella partecipazione ha davvero senso per gli artisti che rappresentiamo e per il percorso che stiamo costruendo con loro. Le fiere migliori, oggi, sono quelle che non si limitano a generare visibilità, ma permettono incontri reali, conversazioni, possibilità di crescita. Per questo crediamo sempre di più in una partecipazione selettiva, legata alla qualità del contesto e non alla semplice presenza.

Qual è oggi il vero punto debole del sistema: le gallerie, le fiere, i collezionisti o le istituzioni?
Il punto debole del sistema, secondo noi, non è un singolo attore. Non sono solo le gallerie, né solo le fiere, né solo i collezionisti o le istituzioni. Il punto debole è lo squilibrio tra le responsabilità e i costi che ciascuno sostiene. Le gallerie, soprattutto quelle medio-piccole e di ricerca, spesso si trovano a sostenere una parte enorme del lavoro: accompagnano gli artisti, producono mostre, costruiscono relazioni, partecipano alle fiere, comunicano, rischiano economicamente. Sarebbe necessario riconoscere meglio questo ruolo e distribuire in modo più equilibrato il peso dell’intero ecosistema.

I nuovi collezionisti cercano ancora prestigio e status oppure esperienze, relazioni e contenuti?
Anche il rapporto con i collezionisti sta cambiando. Pensiamo che prestigio e status esistano ancora, ma non siano più sufficienti. Sempre più spesso incontriamo persone interessate a capire, a seguire un percorso, a entrare in relazione con una ricerca prima ancora che con un’opera. Questo è un aspetto che ci interessa molto, perché il nostro lavoro con gli artisti emergenti richiede tempo, fiducia e capacità di racconto. Non si tratta solo di proporre un acquisto, ma di costruire una vicinanza: far comprendere perché una pratica è necessaria, perché un’opera parla del presente, perché sostenere un artista oggi può avere un valore culturale prima ancora che patrimoniale.

Quanto sta incidendo il passaggio generazionale della ricchezza sul mercato dell'arte?
Il passaggio generazionale della ricchezza inciderà sicuramente sul mercato dell’arte, ma crediamo che non si tratti solo di un cambiamento economico. È anche un cambiamento di sensibilità. Le nuove generazioni di collezionisti sembrano spesso più attente ai contenuti, alle biografie, ai temi politici, sociali, ecologici o identitari che attraversano le pratiche artistiche. Questo può aprire spazi importanti per artisti e gallerie che lavorano sulla ricerca, purché il sistema non trasformi anche questi temi in semplici categorie di mercato. Poi c’è il tema della visibilità e della sovraesposizione, che fino a 10/15 anni fa non esisteva, ma che ora incide e continuerà a incidere sull’andamento del mercato.

Quale cambiamento dovrebbe avvenire subito per rendere il sistema più sostenibile?
Il cambiamento che dovrebbe avvenire subito, per rendere il sistema più sostenibile, è una maggiore attenzione al tempo. Tempo per gli artisti, tempo per le mostre, tempo per i collezionisti, tempo per costruire fiducia. Il sistema dell’arte ha spesso funzionato sulla velocità: produrre, esporre, vendere, spostarsi, ricominciare. Noi crediamo invece che la sostenibilità passi anche dalla possibilità di rallentare, di scegliere meglio, di non essere ovunque, di non trasformare ogni occasione in un obbligo. Forse il futuro del sistema dell’arte non sarà meno internazionale ma dovrà essere meno frenetico. Più che crescere continuamente, sarà importante capire come crescere bene: con quali artisti, con quali alleanze, con quali collezionisti, con quali istituzioni e con quale idea di responsabilità culturale.

 

 

 

Redazione, 10 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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