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Maria Magdalena Campos-Pons, «Anatomy of The Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison», 2026

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Maria Magdalena Campos-Pons, «Anatomy of The Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison», 2026

La Biennale al femminile in tonalità minori (ma non troppo)

«In Minor Keys» di Koyo Kouoh dà voce a 111 artisti, tra cui sono le donne ad avere una rappresentanza rilevante, che esprimono con diversi media tematiche che vanno dalla rappresentazione del corpo, la memoria, la onnipresente diaspora alle pratiche di resistenza che ridefiniscono il contemporaneo

Monica Trigona

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Alla Biennale di Venezia, l'esposizione internazionale «In Minor Keys» – tra il Padiglione Centrale ai Giardini e le Corderie dell’Arsenale, si impone come una delle edizioni più radicali degli ultimi anni proprio per la sua capacità di sottrarsi a ogni impulso totalizzante. Il progetto curatoriale concepito da Koyo Kouoh si costruisce contro la retorica della mostra-mondo, rifiutando tanto la linearità narrativa quanto la pretesa di esaustività. Al suo posto, Kouoh e il suo team hanno orchestrato una partitura collettiva di 111 artisti, fondata su ciò che definisce «tonalità minori», sorta di postura epistemologica. Si tratta di mondi «in mezzo agli oceani», ecosistemi culturali e sociali complessi, capaci di esistere e resistere all’interno di strutture politiche più ampie, spesso oppressive, e di generare forme di vita conviviali, rigenerative, soprattutto nei momenti di crisi. Questa idea attraversa l’intero dispositivo espositivo.
Le opere si dispongono nello spazio secondo logiche di risonanza, slittamento e prossimità, evitando accuratamente qualsiasi didascalismo. In questo contesto, colpisce la centralità delle pratiche femminili, non come quota rappresentativa ma come struttura portante: sono soprattutto artiste a definire il ritmo, la densità e la qualità sensibile della mostra, orientandola verso forme di conoscenza incarnata, relazionale e non gerarchica.

L’ingresso al Padiglione Centrale dei Giardini funziona come una vera soglia iniziatica. «Jah Defender» di Demond Melancon – costume rituale legato alla tradizione dei Black Masking Indians di New Orleans – si presenta come un corpo-simbolo, un dispositivo identitario che condensa memoria, resistenza e spettacolarità. La sua presenza, al tempo stesso cerimoniale e politica, dichiara immediatamente la natura della mostra: un attraversamento più che una visione. Da qui in poi, il percorso si apre a una costellazione di opere in cui la dimensione rituale e quella sensoriale si intrecciano costantemente. Ebony G. Patterson occupa uno spazio centrale con due installazioni di forte impatto: ambienti saturi di pizzi, perline, nappe, conchiglie e foglie d’oro, in cui l’eccesso ornamentale convive con materiali residuali e detriti del quotidiano. L’estetica seduttiva si rivela così profondamente ambigua, capace di attrarre e respingere, di mettere in scena la violenza strutturale inscritta nelle società postcoloniali e diasporiche. L’ornamento diventa qui un linguaggio critico, un mezzo per scavare nelle stratificazioni della memoria e del trauma. Questa dialettica tra seduzione e inquietudine ritorna, in forma diversa, nell’ambiente immersivo di Wangechi Mutu. La sua installazione site-specific rielabora il giardino dell’Eden attraverso una lente ecofemminista, costruendo uno spazio onirico e perturbante in cui il mito delle origini viene radicalmente riscritto. Al centro, «MothersMound», massa organica che richiama un corpo femminile generativo, si impone come un fulcro simbolico che intreccia cosmologia, genealogia e politica del corpo.

 

Bubu De La Madeleine, «A Mermaid's Territory - Flags and Internal Organs, 2022

Alice Maher, «The Sibyls», 2025

La dimensione intima e contemplativa emerge invece negli acrilici della libanese Hala Schoukair, dove foglie, fiori e insetti vengono trasfigurati in superfici pittoriche preziose, quasi tessili. Le sue opere funzionano come finestre in controluce, spazi sospesi tra memoria e percezione. Allo stesso modo, i collage in seta di Billie Zangewa – cuciti a mano con frammenti di tessuti recuperati – restituiscono scene di quotidianità cariche di intensità emotiva, in cui la fragilità del materiale diventa metafora della vulnerabilità umana. Il corpo, spesso femminile, emerge come campo di trasformazione. La giapponese Bubu de la Madeleine costruisce una struttura sospesa in cui materiali tessili e industriali racchiudono una forma in divenire: un corpo imprigionato ma non statico, attraversato da un’energia di trasformazione che riflette il suo impegno a sostegno delle sex workers. Le xilografie dell’uruguaiana Leonilda González introducono invece una dimensione più apertamente conflittuale: attraverso un segno incisivo e sarcastico, l’artista denuncia le costrizioni imposte alle donne in una società patriarcale.

Altre opere lavorano su piani più concettuali ma non meno incisivi. Kambui Olujimi mette in discussione la gravità come metafora della supremazia bianca, immaginando scenari in cui essa venga meno: i suoi dipinti fluttuanti producono una sensazione di sospensione che è al tempo stesso estetica e politica. Manuel Mathieu, con le sue composizioni a tecnica mista, interroga invece le possibilità di azione individuale e collettiva in contesti segnati da violenza e instabilità. La memoria diasporica e le sue fratture attraversano numerose opere. Le sculture di Edouard Duval-Carrié trasformano la tragedia dei migranti haitiani in un universo simbolico fatto di divinità e presenze ibride, opponendo all’oblio una mitologia resistente. Gli assemblaggi di Daniel Lind-Ramos, costruiti con oggetti recuperati, raccontano invece storie di fuga, abbandono e disastri climatici: in «Guardaverde», un kayak diventa emblema della precarietà e del rischio che accompagnano le traversate via mare.

In questo paesaggio stratificato, la materia stessa si carica di significato. Le sculture in terracotta della senegalese Seyni Awa Camara, né umane né animali, sembrano abitare uno spazio intermedio, quasi liminale. Le opere tessili di Thania Petersen intrecciano invece storie di resistenza e identità creola, mentre la pittura di Bonnie Devine affronta senza mediazioni le narrazioni coloniali.

Uno dei momenti più monumentali e simbolicamente più intensi è rappresentato da «Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison» di Maria Magdalena Campos-Pons, che mette in dialogo Kouoh con il premio nobel per la letteratura, prima donna di colore a riceverlo, Toni Morrison. Qui la nozione di minore viene ribaltata: attraverso un cambio di scala, ciò che era marginale diventa centrale, visibile, dominante. Il lavoro del congolese Sammy Baloji affronta il tema dell’estrattivismo globale: le sue sculture, ispirate alla struttura cristallina dell’uranio, mettono in relazione sfruttamento coloniale e contemporaneo, evidenziando le conseguenze devastanti delle economie estrattive. Accanto a lui, Kaloki Nyamai sviluppa superfici pittoriche stratificate in cui la cucitura diventa gesto ambivalente, al tempo stesso riparazione e segno di frattura.

 

Billie Zangewa, «Life Lessons», 2026 e «The Sound of Silence», 2026

Daniel Lind-Ramos, «Guardaverde», 2024-25

Ancora una volta, le artiste giocano un ruolo decisivo. L’irlandese Alice Maher rielabora archetipi femminili in chiave perturbante: le sue «Sibyls», intrappolate nei propri capelli e sospese su superfici specchianti, destabilizzano ogni forma di identità fissa. Le pratiche tessili e domestiche di Petersen e Zangewa trovano qui una risonanza ampliata, confermando la centralità di un sapere che passa attraverso il corpo, il gesto, la cura.

Il passaggio alle Corderie dell’Arsenale segna un cambio di ritmo. Gli spazi si dilatano, le opere assumono una scala più monumentale e la dimensione politica si fa più esplicita.  Tra le installazioni più raffinate sul piano percettivo, Michael Joo costruisce ambienti in cui fossili, vibrazioni e tecnologie si intrecciano in un sistema complesso: lastre di crinoidi mineralizzati emettono frequenze impercettibili mentre strutture sospese mettono in relazione materiali naturali e dispositivi digitali, suggerendo una continuità eco-tecnica.

Ma è con «The End of the World» di Alfredo Jaar che la mostra raggiunge uno dei suoi vertici. Un corridoio immerso in una luce rossa abbacinante conduce a un minuscolo cubo che racchiude i metalli più strategici del presente – cobalto, litio, coltan, tra gli altri. Un oggetto quasi invisibile, e proprio per questo devastante: nella sua scala ridotta si condensa l’intero peso delle tensioni geopolitiche, ambientali e umane che definiscono il nostro tempo. «In Minor Keys» si configura così come una mostra che rifiuta la sintesi e abbraccia la complessità. La sua forza risiede nella capacità di costruire uno spazio in cui il visitatore non è spettatore ma parte di un campo relazionale, chiamato a muoversi, sostare, ascoltare. La centralità delle pratiche femminili, la dimensione sensoriale, la tensione tra memoria e trasformazione contribuiscono a ridefinire l’idea stessa di esposizione. Dopo la scomparsa di Koyo Kouoh questo progetto assume una risonanza ulteriore, un’eredità critica e poetica, un invito a pensare l’arte come pratica di relazione, capace di aprire mondi a partire proprio da quelle tonalità che, troppo a lungo, sono state considerate minori.

Monica Trigona, 05 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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