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Hamada El Kept

Gaza Biennale

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Hamada El Kept

Gaza Biennale

La Gaza Biennale porta l’arte palestinese nel mondo, tra resistenza, memoria e denuncia

Una mostra diffusa che coinvolge sessanta artisti e si sviluppa su scala globale, toccando 19 spazi espositivi in 12 città

Riccardo Deni

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In un contesto globale in cui gli sforzi per mitigare la crisi umanitaria a Gaza sembrano bloccati, un gruppo di artisti palestinesi ha deciso di rispondere con l’arma più potente che conosce: l’arte. È così che nasce la «Gaza Biennale», una rassegna internazionale che punta a riportare l’umanità al centro di uno scenario profondamente disumanizzante. Si tratta di una mostra diffusa che coinvolge sessanta artisti e si sviluppa su scala globale, toccando 19 spazi espositivi in 12 città, con nuove tappe inaugurate quest’anno in Nord America: Toronto, Washington DC e, a partire da settembre, New York City.

In particolare, l’edizione newyorkese della Biennale si terrà dal 10 al 14 settembre presso «Recess», un centro artistico no-profit nel quartiere di Brooklyn. Dopo l’evento principale, una selezione delle opere rimarrà esposta in forma ridotta per tre mesi, fino al 20 dicembre. Questa tappa americana si concentra sulle opere e sulle storie di 22 artisti che vivono ancora a Gaza o che sono riusciti a fuggire solo recentemente. Le creazioni esposte sono state realizzate nell’arco dell’ultimo anno e mezzo e riflettono l’impatto devastante dell’offensiva militare israeliana seguita all’attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas.

«Questo progetto mette l’arte al centro di un risveglio collettivo», afferma un portavoce della Biennale. «È un invito a confrontarsi con la realtà del genocidio, a immaginare forme di resilienza, e a riconoscere la complessità e la dignità dell’esistenza umana. Il diritto di un popolo a vivere con dignità sulla propria terra è parte integrante della missione stessa dell’arte».

Del resto, l’annuncio dell’edizione newyorkese arriva in un momento particolarmente drammatico per Gaza. Più di 100 organizzazioni umanitarie - tra cui Oxfam e Médecins Sans Frontières - hanno recentemente firmato un appello congiunto chiedendo a Israele di porre fine alla «militarizzazione degli aiuti umanitari». Dallo scorso 2 marzo, infatti, la Striscia è soggetta a un blocco che impedisce l’accesso a beni essenziali, con gravi conseguenze: ospedali senza forniture, bambini, disabili e anziani che muoiono di fame o per malattie curabili, e operatori umanitari costretti a lavorare in condizioni estreme.

Secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza, dall’inizio dell’offensiva israeliana oltre 62.000 palestinesi hanno perso la vita, il 70% dei quali donne e bambini. Di questi, almeno 235 persone, inclusi 106 bambini, sono morte di fame. Le Nazioni Unite hanno inoltre riferito che 859 civili sarebbero stati uccisi nei pressi dei siti della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), sostenuta dagli Stati Uniti - una versione smentita dalla stessa fondazione.

La guerra ha colpito duramente anche il patrimonio culturale: oltre 200 tra istituzioni artistiche, siti storici e luoghi di formazione - tra cui università, biblioteche e moschee - sono stati distrutti, causando una perdita inestimabile per la memoria collettiva e l’identità del popolo palestinese. La Biennale vuole provare a contrastare questo processo di cancellazione, restituendo voce e visibilità a chi continua a resistere attraverso l’arte. 

Ne è un esempio il lavoro delicato e malinconico di Alaà Al Shawa, originario del nord di Gaza, che esplora gli effetti psicologici dello sradicamento forzato, o le tele astratte e cariche di rabbia di Motaz Naim, rifugiato in Egitto, che raccontano la distruzione del paesaggio urbano della sua terra natale.

Riccardo Deni, 26 agosto 2025 | © Riproduzione riservata

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