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Matteo Mottin
Leggi i suoi articoliColpisce la coerenza con cui Chiara Bertola, sin dall’inizio del suo mandato da direttrice, struttura le «Risonanze» della GAM di Torino: ogni ciclo espositivo può essere letto come un’unica grande mostra in cui esposizioni temporanee, riallestimenti delle collezioni e nuove acquisizioni dialogano secondo un progetto curatoriale unitario, offrendo un’esperienza di visita organica, limpida e compatta. La QUARTA RISONANZA, le cui mostre sono visitabili fino al 1 novembre, conferma questa impostazione. «Un altro Novecento. Opere su carta dalle Collezioni della GAM», la mostra dedicata a Vincenzo Agnetti, l’acquisizione delle fotografie di Lisetta Carmi e gli interventi dell’«Intruso» Pesce Khete si presentano come diverse articolazioni di un’unica riflessione, un ragionamento che lega il disegno e i supporti bidimensionali alla dimensione della memoria.
Il fulcro della stagione espositiva è costituito da «Un altro Novecento» (catalogo Allemandi), a cura di Fabio Cafagna ed Elena Volpato, che presenta oltre 600 lavori su carta selezionati da una raccolta di circa 15mila opere provenienti dalle collezioni del museo, della Fondazione Guido e Ettore De Fornaris e della Fondazione Arte Crt. Il percorso di visita segue un ordine cronologico scandito su 21 stanze tematiche, ciascuna dedicata ai linguaggi e alle sperimentazioni che hanno interessato gli artisti in un determinato periodo. Alcune stanze sono dedicate ad artisti noti, come la 11, che raccoglie un nucleo di disegni di Lucio Fontana dedicati ai Concetti spaziali, donati al museo da Teresita Rasini Fontana dopo la morte del marito, o la stanza 9, con acqueforti, disegni a matita e acquerelli realizzati da Giorgio Morandi tra 1922 e il 1962, e che permette di seguire l’evolvere dell’intelligenza compositiva dell’artista bolognese nell’arco di 40 anni. Alcune presentano scene locali, come la 13, dedicata alla Scuola di Incisione dell’Accademia Albertina di Torino, altre fanno emergere connessioni in approcci apparentemente lontani: la sala 16 presenta da un lato illustrazioni per copertine di libri realizzate da Carlo Levi, Francesco Menzio e Renato Guttuso; dall’altro l’intero ciclo «Italia 1944» di Renato Birolli, 86 istantanee delle atrocità di cui è stato testimone l’artista sul finire del secondo conflitto mondiale.
Di particolare interesse sono le stanze in cui vengono presentati artisti coevi, di cui alcuni noti e altri meno, come ad esempio la 4, in cui troviamo disegni e progetti di Giacomo Balla, lo studio per «La città che sale» di Umberto Boccioni e tre tempere su cartone di Alberto Magri. Questi accostamenti sono molto utili, perché oltre a far conoscere nuove figure aiutano a comprendere lo spirito del periodo arricchendo la lettura delle ricerche più conosciute. In sale come questa, l’artista ancora da scoprire assume quasi la funzione di «intruso» affidata a Pesce Khete, ossia riorientare la percezione di ciò che è già noto: se i testi agiscono sulla parte cosciente dello spettatore, le opere di Khete, selezionate dai curatori e messe in dialogo con i lavori in mostra, facilitano una lettura non verbale veicolata unicamente attraverso il linguaggio pittorico, fornendo un accesso espanso alle diverse pratiche presentate.
Alla dimensione dell’inconscio tendono anche le opere raccolte in «Vincenzo Agnetti. Oggi è un secolo», a cura di Chiara Bertola e Virginia Lupo, che celebra il centenario della nascita dell’artista. Realizzata in collaborazione con l’Archivio Vincenzo Agnetti, la mostra presenta una selezione di opere in cui l’artista si è confrontato con il mezzo fotografico, e si concentra in particolare sull’ultima parte della sua produzione, la serie delle «Photo-graffie», realizzate tra il 1979 e il 1981 (l’artista scompare il 2 settembre del 1981). In questa serie Agnetti espone alla luce delle carte fotografiche emulsionate e ne graffia la superficie nera con un punteruolo: esili figure di fiori, foglie e piante rampicanti emergono dall’oscurità della carta; sono tutti elementi che, in natura, crescono seguendo la luce del sole, e negli accentuati prolungamenti degli steli, quasi protesi in cerca di una fonte luminosa, possiamo ben cogliere il nesso che l’autore imbastisce tra tecnica e soggetto. È interessante notare come un artista che per tutta la vita si è dedicato a disinnescare i meccanismi e le imposizioni del linguaggio, negli ultimi lavori del suo percorso si concentri su sperimentazioni legate al segno e al gesto.
Pesce Khete, «Untitled», 2026. Fondazione Coppola, Vicenza
Giacomo Balla, «Studio per l'insegna del Bal Tik Tak», 1921, Torino, GAM – Galleria dell’Arte Moderna. Foto Studio Gonella
Nel percorso della collezione permanente, la mostra di Lisetta Carmi «Erotismo e autoritarismo a Staglieno», curata da Elena Volpato, può essere letta come un’ideale ponte tra il progetto espositivo sui disegni e la personale di Agnetti. Le fotografie, che ritraggono le sculture del cimitero monumentale alle porte di Genova, sono messe in dialogo con quattro opere coeve di statuaria della collezione GAM. Lo sguardo di Carmi non è neutrale: lavora alla serie per 10 anni, dal 1966 al 1976, e in ogni immagine, accuratamente composta, tende a sottolineare in modo critico i meccanismi di rappresentazione post mortem ricercati dalla borghesia genovese, soffermandosi su due elementi: l’evidente sensualità «laica» dei corpi degli angeli e i codici di rappresentazione dell’autorità patriarcale. Carmi, attraverso la sua arte, rende evidente l’obsolescenza e la fallibilità di questi sistemi, originariamente pensati per protrarsi nell’eternità.
Se molti dei disegni di «Un altro Novecento» possono essere visti come intime condensazioni del pensiero degli artisti, come tessere che sommate ci aiutano a ricostruire una memoria progettuale del secolo appena trascorso, e la dimensione crepuscolare delle opere su carta fotografica di Agnetti converge verso una ricerca della luce, verso un pensiero che si libera dai suoi schemi manifestandosi in levare, nelle fotografie di Lisetta Carmi possiamo trovare un monito: la memoria non abita il passato, ma gli occhi di chi la interroga nel presente.
Un altro «intruso», un contrappunto che arricchisce l’esperienza di visita e approfondisce la lettura dell’insieme.