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Una veduta del MON, Museu Oscar Niemayer

Courtesy AEN José Ogura

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Una veduta del MON, Museu Oscar Niemayer

Courtesy AEN José Ogura

La 16ma Biennale di Curitiba torna a sei anni dall’ultima edizione

Le due curatrici, Tereza de Arruda e Adriana Almada, ci illustrano la nuova edizione della Biennale, «Soglie» (Limiares), che torna nella città brasiliana

Matteo Bergamini

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Nata nel 1993, la Biennale di Curitiba ha visto la sua ultima edizione «in presenza» nel 2019: per «Fronteiras em Aberto», titolo di quell’edizione, erano arrivati oltre 1 milione di visitatori per centinaia e centinaia di spazi coinvolti dalla manifestazione in tutto lo stato del Paraná, di cui Curitiba non solo è la capitale ma anche la città con più visite ai musei, in percentuale, in tutto il Brasile. Non è un caso che anche per questa nuova 16ma edizione, intitolata «Soglie» (Limiares) (14 giugno-15 novembre), gli spazi coinvolti siano numerosi: il Museo Oscar Niemeyer, il più grande dell’America Latina in fatto di architettura, il Museo Paranaense e il Museo di Arte Contemporânea do Paraná, il Museo della Fotografia e il Museo dell’Incisione, tra molti altri, oltre a dislocarsi con programmi collaterali e progetti correlati, in altre 33 città dello stato. Fondata da Miguel Briante e Ticio Escobar, la Biennale si è espansa inoltre in città come Brasília, São Paulo e Foz do Iguaçu, e internazionalmente a Buenos Aires, Parigi, Roma, Santiago del Cile e Chengdu, mantenendo sempre presente l’idea di valorizzare la diversità culturale e i saperi indigeni, coinvolgendo nelle sue varie edizioni artisti come Paulo Nazareth, Marina Abramović, Julia Isidrez, Louise Bourgeois, Bruce Nauman e Cildo Meireles, tra gli altri.

Con oltre 30 anni di storia, la Biennale ha anche sviluppato un profondo sistema educativo incentrato su inclusione e accessibilità e oggi le curatrici, Tereza de Arruda e Adriana Almada, entrambe con una lunga carriera ai due lati dell’Atlantico, non solo affrontano temi come l’identità, la memoria e l’ambiente, ma anche le profonde trasformazioni che hanno plasmato il mondo negli ultimi anni. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Qual è la sfida più grande nell’organizzare una Biennale che, in fondo, era ferma da cinque anni, durante i quali il mondo è cambiato in modo molto brusco...
Adriana Almada: La sfida più grande è stata riprendere il filo dopo un intervallo di cinque anni, riattivare un meccanismo rimasto in sospeso e che oggi recupera il suo slancio verso questa nuova edizione. In questo periodo, il mondo ha subito trasformazioni profonde, specialmente per quanto riguarda le nuove tecnologie e lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, che hanno ridefinito le nostre forme di percezione, produzione e relazione con il reale. In questo contesto, abbiamo scelto il concetto di «Soglie» come asse orientativo del nostro lavoro: una soglia a partire dalla quale pensare e articolare sia la struttura dell’evento, sia i contenuti e la selezione degli artisti.

«Soglie» (Limiares) è il tema di questa 16ma edizione. Da dove nasce quest’ispirazione?
Tereza de Arruda: L’idea di «Limiares» nasce dalla percezione che stiamo vivendo un momento di transizione continua, tra stati, territori, identità e forme di conoscenza. Ci ha interessato pensare alla soglia non solo come un punto di passaggio, ma come uno spazio fertile, di sospensione e di possibilità. È in questo intervallo, spesso instabile, che emergono nuovi linguaggi e sensibilità. La Biennale propone quindi uno sguardo su pratiche artistiche che abitano questi «infr-luoghi», tensionando i confini e aprendo percorsi verso altre forme di esistenza e percezione. Questo processo avviene tuttavia attraverso un esercizio di costruzione sostenuto dalla memoria, dalle esperienze passate, dalle vicende attuali e dalle prospettive future.

Esiste una prospettiva latino-americana attraverso la quale avete pensato a questa nuova edizione della Biennale?
A.A.: Quest’edizione si articola a partire da uno sguardo ampio sui processi di cambiamento e trasformazione che attraversano il mondo contemporaneo. La Biennale propone uno spazio di convergenza in cui molteplici contesti dialogano e in cui le esperienze storiche, sociali e culturali dell'America Latina, segnate dall’instabilità, dall’ibridismo e dalla capacità di reinvenzione, sono evidentemente presenti. Queste condizioni, che sono state costitutive della regione, oggi interagiscono in uno scenario attraversato da transizioni tecnologiche, ecologiche e politiche. Partecipano artisti di diversi Paesi, tra cui un numero significativo di latino-americani, le cui pratiche offrono prospettive singolari. In questo senso, più che rappresentare un’identità determinata, le loro opere aprono nuove forme di pensare e sperimentare le soglie che definiscono la nostra epoca.

Louise Bourgeois alla 14ma Biennal de Curitiba, Mon-Museu Oscar Niemayer

Voi avete una rinomata esperienza da entrambe le parti dell’Atlantico. Credete che negli ultimi anni post pandemici l’area latino-americana sia stata effettivamente oggetto di una nuova attenzione volta a mostrare ad altre geografie alcuni nuovi e «originali» paradigmi del fare artistico? Anche i mercati sono coinvolti?
T.d.A.: In effetti, osserviamo un crescente interesse per la produzione latino-americana nel contesto internazionale, specialmente nel periodo post pandemico. Questo movimento, tuttavia, non ci sembra solo congiunturale, ma parte di un processo più ampio di revisione delle narrazioni storiche e di ampliamento del canone. Siamo ancora in un processo di riparazione storica delle tracce del periodo coloniale. Per questo anche l’attenzione si rivolge all’America Latina, ma partendo da una prospettiva ampia dall’Europa e dalla sua azione critica in Africa e America Latina. La Biennale di Curitiba ha un carattere internazionale e da alcuni decenni si è rivolta anche all’Asia. In questo momento siamo attente ad alcuni contesti geografici specifici, come Macao, anch’essa colonizzata dal Portogallo come il Brasile. L’America Latina ha sempre prodotto pratiche artistiche estremamente sofisticate, spesso ancorate a prospettive critiche, collettive e sperimentali, che oggi trovano maggiore risonanza globale. Anche la pandemia ha contribuito a spostare l’asse dell’attenzione, aprendo spazio ad altre geografie e modi di pensare il mondo. Evidentemente, il mercato accompagna questi movimenti, ma non crediamo che sia il motore principale di questo interesse. Si tratta, piuttosto, di un’urgenza di diversificare le voci, riconoscere complessità e costruire dialoghi più orizzontali tra diversi contesti culturali. Le nostre ricerca e azione in relazione alla Biennale di Curitiba sono di ordine istituzionale. In questo modo non siamo tanto attente ai risultati di mercato nel parametro curatoriale. Ma c’è stato anche uno sforzo da parte di gallerie internazionali di introdurre l’arte contemporanea latino-americana nel mercato internazionale attraverso mostre, programmi di residenza e partecipazione a fiere d’arte internazionali.

La Biennale si estenderà in molti luoghi, non solo nella città di Curitiba, ma anche nello stato del Paraná. Questa costruzione più aperta e inclusiva è anche la necessità dell’arte del futuro per continuare a esistere in modo più ampio in termini di pubblici e identità?
A.A.: L’espansione territoriale delle biennali non è un fenomeno nuovo, ma negli ultimi anni ha acquisito una rilevanza particolare. Diventa sempre meno pertinente pensare a questi eventi come piattaforme ancorate esclusivamente a una città; al contrario, si sono convertiti in dispositivi dinamici, capaci di articolarsi in molteplici contesti e di attivare dialoghi situati. Per questo, oltre alle sedi di Curitiba e dello stato del Paraná, saranno sviluppati progetti in diverse città dell’America Latina e anche in Spagna. Non si tratta di un’itineranza, ma di proposte concepite specificamente per ogni contesto, capaci di risuonare con l’asse curatoriale e, allo stesso tempo, dialogare con le particolarità locali. Questa logica permette alla Biennale non solo di espandersi geograficamente, ma anche in termini di pensiero, sensibilità e forme di relazione con il pubblico.

La Biennale avrà opere commissionate specificamente per «Limiares»?
T.d.A.: La Biennale conterà un numero significativo di opere commissionate, tra queste una grande installazione di Chiharu Shiota, per la cui realizzazione abbiamo chiesto l’aiuto del pubblico, nell’inviarci lettere che integreranno l’opera. Queste produzioni inedite sono fondamentali per la proposta curatoriale, perché permettono agli artisti di sviluppare lavori direttamente legati al concetto della mostra e alle specificità del territorio in cui essa si inserisce. Inoltre, queste opere commissionate rafforzano il dialogo tra le diverse partecipazioni alla mostra. Tra gli altri, poi, ci sarà grande spazio per l’arte contemporanea cinese, per artisti di provenienza indigena come Joseca Yanomami, giovani astri della pittura brasiliana come Thiago Martins de Melo. Infine, nei giorni di apertura, si darà il via anche alla Curitiba Art Week, un vero e proprio circuito culturale tra gli spazi interessati dal programma della Biennale e non solo.

Matteo Bergamini, 13 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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